Le difficili strade della consacrazione a Dio

Per esprimere la sua scelta di donazione a Dio e ai fratelli, Maria decide di portare, senza interruzione, un vestito nero, quasi una divisa, con la quale, chiaramente ed in modo sicuro, intende indicare la sua volontà di appartenere totalmente al Signore, senza preoccuparsi di ciò che gli altri possono pensare. Questa veste da lei tanto amata, le sarà causa di sofferenza per le derisioni, gli scherni e perfino gli sputi che alcuni conterranei si permetteranno contro di lei, ottenendone, però, solo un encomiabile esempio d’invitta pazienza e cristiana sopportazione.

Rattrista il constatare che Maria venga disprezzata perfino da persone che avrebbero invece dovuto appoggiarla sia per il lavoro svolto nella scuola, sia per l’apostolato esercitato tra i ragazzi.

Tra tutte le sofferenze che in questo torno di tempo colpiscono il cuore di Maria, la più drammatica è sicuramente l’aggressione che in mezzo alla campagna subirà, il 5 marzo 1948, da parte di tre malviventi. Tramortita improvvisamente con un pugno alla tempia destra, distesa a terra e trascinata dietro una siepe, imbavagliata e legata, scarnificata alle gambe e alle mani con un oggetto non identificato, con due unghie quasi levate dalle dita dei piedi, abbandonata poi in mezzo alla neve, Maria dice a se stessa: “sono nelle mani di Gesù” e in quel mentre ode la voce di uno dei tre malviventi dirle: “pensaci bene di che partito sei”. Nel diario ella continua scrivendo: “Rimasi sola abbandonata in mezzo alla neve senza potermi muovere, mi sembrava di essere in mezzo alle fiamme con le gambe e con le mani. Il freddo mi agghiacciava battevo i denti, balbettavo poche parole, non potrò più ritornare a casa. Con la bocca imbavagliata mi sembrava di soffocarmi…” Dopo un tempo che a lei sembrava non passare mai, i tre ritornano, tentano, ma inutilmente “contro la purezza”, la scarnificano ulteriormente raschiando di nuovo e mani e gambe, poi le slegano le mani e le tolgono il bavaglio e fuggono. Con sforzi inauditi, perdendo sangue dalle ferite, Maria arriva irriconoscibile alla casa dei Piva, dai quali viene immediatamente soccorsa.

Purtroppo quei malviventi resteranno sconosciuti e impuniti, mentre la loro vittima sarà costretta, in quello stesso anno, a dare spiegazione all’autorità giudiziaria di quanto le è capitato. Infatti Maria, a motivo delle calunnie, che circolavano in paese, viene sospettata di autolesionismo e di simulazione di reato.

Solo più tardi, nell’ottobre del 1948, si farà luce su tutto. Il giudice, dopo averla interrogata come imputata del reato di cui all’articolo 367 del Codice Penale (simulazione di reato), la assolverà con formula piena “per non aver commesso il fatto”.

Uscendo dall’aula del Tribunale della Pretura di Rovigo, Maria si limiterà semplicemente a dire a coloro che le stanno vicino ed hanno condiviso con lei quel tratto di Calvario: “Signore, perdonali, perché io li ho già perdonati”.