Disegno umano e disegno divino

Purtroppo i disegni umani non sempre coincidono con quelli di Dio.

Dal 1966, insieme con Zoe, Maria abitava in una mansarda di via Mazzini: i gradini delle scale erano tanti e lei, sempre più stanca, dal 1969 in poi respirava con fatica nel salirli.

Maria ha fretta di entrare nella nuova casa, ma l’edificio, in costruzione in via G. Tasso, non è ancora terminato: una serie di ostacoli, sfociati in una lunga e difficile contestazione giudiziaria, ne rallentano ulteriormente i lavori.

Si arriva così al mese di luglio 1971.

Zoe è doppiamente in angustie: per la salute di Maria e per le continue preoccupazioni del vivere quotidiano. Insieme le due amiche decidono di lasciare libera la mansarda di via Mazzini, senza dover perciò sostenere l’onere dell’affitto mensile, divenuto ormai troppo gravoso per il loro bilancio familiare.

Ottenuta l’autorizzazione dall’autorità competente, le due amiche si trasferiscono nello scantinato dell’immobile ancora non rifinito, temporaneamente sistemato ad uso abitazione.

Nell’agosto di quell’anno, durante la permanenza estiva a Lastebasse, Maria cade, svenuta, in chiesa: è il preallarme del futuro infarto. Malgrado l’avvertimento del medico sui pericoli inerenti allo stato di salute di Maria, ella sente il dovere di portarsi a Termeno (BZ) per accertarsi delle condizioni di salute di una monaca del monastero di Ferrara. La visita all’ammalata convince Maria della necessità di ospitare la religiosa nella casa di accoglienza di via Tasso a Rovigo, durante il mese di settembre, quantunque questa casa non sia ancora né rifinita, né funzionale. Sarà proprio tale monaca la prima e l’ultima malata accolta in quest’opera che avrebbe dovuto svolgere soprattutto simile attività.

Il progressivo aggravarsi dello stato di salute di Maria si concluderà con il primo infarto del 6 dicembre 1971, al quale seguirà l’immediato ricovero ospedaliero a Rovigo fino al 5 gennaio 1972.

Dopo questo primo e grave episodio infartuale, Maria non ritorna più ad uno stato di salute sufficiente per svolgere, nei modi antecedentemente seguiti, un minimo di attività diretta e costante. Le saranno vicini e l’aiuteranno gli amici, i benefattori e tutti coloro che in lei avevano e continuavano ad avere il punto di riferimento nei momenti particolarmente importanti della loro vita.

Sempre più debole e sofferente, incapace di sostenere il più piccolo sforzo, il 25 maggio 1972 dovrà essere urgentemente ricoverata nel reparto di medicina dell’ospedale di Monselice (PD) per una cura intensiva di 17 giorni.

Unica consolazione: tornare a casa il 10 giugno e trovare tutto a posto! Durante quest’ultimo ricovero ospedaliero viene risolta, infatti, la contestazione sulla casa, si ottiene il permesso per rifare alcuni lavori mal eseguiti (infissi, porte…); poi, con l’aiuto di un artigiano tutto viene sistemato a tempo di record. Sicché Maria rientra e viene alloggiata al secondo piano in luogo asciutto e arioso.

L’arredamento è quasi completo per il generoso aiuto dei benefattori, tra i quali, questa volta, anche il papà naturale, A.G.

Il ritorno a casa dall’ospedale è per Maria fonte di doppia gioia: la gioia della propria famiglia e delle proprie abitudini di vita finalmente ritrovate, ma anche la gioia della nuova sistemazione. Eppure “non c’è gioia, che non si accompagni ad un’altra pena”.

Ben presto Maria si accorgerà che quella dimora sta diventando, per lei, e lo sarà sempre, come una «gabbia per un uccellino».

Trovandosi relegata al secondo piano, con ben 34 gradini da fare, dovrà rinunciare a tante cose…; non potrà assaporare nemmeno la gioia di sostare nel bel giardino, da lei ideato, per respirare, seduta su una panca, all’ombra di un albero, l’aria fresca del tardo pomeriggio estivo; solo affacciandosi alla finestra potrà ammirare i bellissimi fiori che, piantati o seminati con cura, durante la primavera, attirano già l’attenzione dei passanti, per la varietà e l’intensità dei colori.

Quando potrà scendere in giardino, Maria, per prima cosa, sosterà sempre in preghiera davanti alla statua dell’Immacolata, che ha voluto a protezione della casa, delle persone che l’abitano e di quelle che vi entrano. Ci si chiede come si comporti Maria, data la precarietà della sua salute, quando l’estate volge al termine e la stagione autunnale incalza.

Ebbene, ella continua ad interessarsi di tutti e, se ravvisa la necessità, interviene in modo energico; per il bene della loro salute, non potendo portarsi sul posto, li convoca a Rovigo, li ospita per l’ora del pranzo, per poi dialogare con calma e tranquillità nel soggiorno, serenamente seduta su «quella poltrona», la sua, mascherando fatica e sofferenza.”