Preoccupazioni finali

Vedendosi sempre più impotente di fronte al male e sentendosi di aggravio a Zoe, nel 1978 passò nell’animo di Maria anche il pensiero di farsi ricoverare in qualche istituto: “… non sono stanca, ma vedo Zoe sempre preoccupata, mi vedo impotente mi ritirerei volentieri perché è una continua pena, molte volte mi vedo un peso morto…”, così Maria si esprime in una lettera datata Pasqua 1978.

La situazione va infatti peggiorando, al punto che, durante la stagione invernale 1978-79, il medico curante – sapendo che ogni ricovero ospedaliero costituiva per Maria una “tortura” – decide di curarla a casa, con somministrazione di flebo. Il sanitario poteva in effetti contare sulla prestazione di una brava infermiera, che rimaneva accanto a Maria per tutta la durata della flebo, provvedendo a togliere l’ago, collocato in vena dallo stesso medico.

Per i controlli del sangue, inoltre, una seconda infermiera, da molto tempo familiare a Maria, si prestava per il prelievo a domicilio.

Ma il momento più difficile negli ultimi mesi di vita, giunge con il 19 giugno 1979, quando ella è costretta a dimostrare, in questura, la falsità dell’accusa che le era stata rivolta da persone male informate e che tendevano a togliere a Maria la terza parte del nuovo caseggiato in via Tasso, n. 49. Interrogate Maria e Zoe, proprietarie dell’immobile, il questore accerta facilmente l’illegalità della richiesta e consiglia i denuncianti a ritirare l’atto di accusa per non dover procedere immediatamente contro di loro per millantato credito. Così si conclude questa amara vicenda che segna definitivamente lo stato precario di salute di lei.

All’appuntamento in questura Maria si era recata in bicicletta, malgrado ne fosse stata sconsigliata da Zoe. Le emozioni subite e lo stato malfermo della salute le impedirono di tornare a casa con lo stesso mezzo. Infatti, dopo un primo inutile tentativo, Maria fu costretta a ritornare in taxi e ad essere immediatamente ricoverata all’ospedale di Rovigo.

Dimessa dal nosocomio il 27 giugno, appena possibile Maria parte, insieme a Zoe, per Lastebasse: sarà, quello, l’ultimo periodo estivo trascorso lassù.

Colpita moralmente, ella stenta a riprendersi. Non solo perdona, ma addirittura cerca di sistemare in luogo adatto anche colei, che fu all’origine dell’ultimo grave dispiacere.

Tornata a Rovigo, scrive ad un’amica: “… non solo stento a riprendermi, ma accuso un disturbo alle gambe come avessi continuamente il fuoco e spilli che bruciano e pungono”. (18/9/1979). A causa di questi nuovi disturbi di natura circolatoria e con l’aggravarsi della malattia cardiaca, nell’ottobre dello stesso anno dovrà subire un altro breve ricovero ospedaliero.

Le terapie non danno però i risultati sperati; Zoe continua ad assisterla giorno e notte con totale dedizione.

Pur essendo cosciente di quanto le va accadendo, Maria afferma di essere «serena» anche se non sta bene. Le giornate trascorrono nella preghiera e nel dedicare all’arte pittorica spazio ancora maggiore.

Si giunge così al 29 gennaio 1980. “Quel giorno Maria si alza da letto piuttosto tardi, verso le undici. Dopo il pasto frugale, si riposa in sala, per qualche ora, assorta in preghiera. Riceve la visita di qualche persona amica, che le viene a far compagnia, mentre insieme lavorano con l’ago intente a sistemare un grembiule, da indossare per non sporcarsi, quando (Maria) terrà in mano colori e pennelli.

Poche le visite; molte le telefonate. Essendo stanca, Maria prega Zoe di esentarla dal rispondere. Solo poco prima della cena, data l’insistenza di un’amica di Ferrara… ella accetta di parlare con questa persona, cercando di dare – come era solita fare – la sua parola di conforto… E’ questa una telefonata eccezionale, non solo perché sarà una delle ultime di Maria, ma perché… ella dirà che venerdì, primo venerdì del mese, non avrà più bisogno di ricevere l’Eucarestia da mani umane, perché il Signore verrà direttamente incontro alla sua anima”.

Quella sera Maria si attarda fino alle ore 23 per terminare un paesaggio invernale. Alla fine chiama Zoe per sentire il suo parere sul dipinto ultimato.

Verso le due del mattino del 30 gennaio, Maria accende la luce, scende dal letto per prendersi una pastiglia, che dovrebbe lenire i forti dolori stenocardici. Malgrado l’assunzione del farmaco, il suo respiro si fa sempre più affannoso.

Zoe intuisce che è sopraggiunta l’ennesima crisi: sola, nel cuore della notte – vista la gravità del malore di Maria – telefona non solo al medico, ma anche al Pronto Soccorso per il ricovero urgente di colei che Zoe sente prossima alla dipartita. Infatti, quando giungono insieme l’ambulanza e il medico di famiglia, Maria ha già lasciato questa terra.

Prima di spirare ella continuerà a chiedere scusa a Zoe, che solo più tardi comprenderà il significato di quelle parole: scusa per dover lasciarla sola, senza alcun preavviso, in mezzo a tante preoccupazioni e problemi. L’opera, voluta da Maria con la costruzione di una casa per convalescenti, rimane così incompiuta. Con la sua improvvisa dipartita, Maria lascia agli amici la missione di percorrere con perseveranza e fedeltà il tratto di strada rimasto aperto alla sensibilità e solidarietà dei fratelli. Le iniziative, infatti, realizzate nel campo della beneficenza e dell’assistenza pubbliche, non sono certo riuscite a risolvere i problemi che la povertà lascia gravare su tante persone sole ed emarginate.