Omelia di padre Innocenzo Negrato – 7 giugno 1998

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo

Maria Bolognesi, figura di donna che ci introduce nella conoscenza della Trinità

1. Il mistero della Trinità e la “mediazione” di Maria Bolognesi

Il mistero della Trinità, che la Liturgia oggi ci presenta per la nostra contemplazione e a cui indirizzare la preghiera e la lode, trova nella Serva di Dio Maria Bolognesi una straordinaria mediazione per aiutare noi ad inoltrarci nella conoscenza del grande mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

È vitale per la nostra fede conoscere il Padre, da cui riceviamo la vita; conoscere il Figlio, dal quale ci viene la salvezza; e conoscere lo Spirito Santo, che ci dona la capacità di valorizzare l’una e l’altra attraverso l’amore e il dono di noi stessi.

2. Maria Bolognesi: anima di elevata spiritualità e mistica

Affermato questo, però, bisogna riconoscere che la sollecitudine di Dio per gli uomini è veramente grande. Egli a volte ci mette accanto anime particolari, ossia, persone ricche di spiritualità, di profezia, di esemplarità, perché il nostro pellegrinaggio terreno e la nostra vicenda umana risultino semplificate e più garantite.

Le anime spirituali sono persone che portano nel cuore e avvertono permanentemente la presenza del Signore. Esse sanno ascoltare, sanno parlare e agire in armonia con quanto lo Spirito fa loro intuire o suggerisce.

Maria Bolognesi fu una donna di autentica spiritualità. Lei viveva costantemente, e fin dall’infanzia, non solo alla presenza ma con la presenza del Signore, così da divenire e da risultarci tutta presa e compresa del mistero di Dio, ossia, una mistica…: un’ anima cioè straordinariamente partecipe del mistero di Dio sia in linea di intuitiva conoscenza e sia anche per esperienza spirituale e sensibile.

La nostra Serva di Dio parlava col Signore familiarmente, affabilmente; riceveva confidenze e predizioni da parte di Dio; lei intercedeva e otteneva i doni di Dio.

Maria Bolognesi poi era ardente d’amore, eroicamente generosa fino ad accettare di sostenere nel suo corpo “ciò che manca alla Passione di Cristo” – per dirla con S. Paolo – pur di collaborare con Cristo per la salvezza delle anime.

3. Anima evangelica

Ma forse è esagerato affermare tanto su Maria Bolognesi? Forse è rischioso attribuirle un ruolo cosi straordinario dal momento che la Chiesa ancora non si è pronunciata su di lei?…

Credo di poter dire che nulla di rischioso o di esagerato stiamo attribuendo alla Serva di Dio.

Sono convinto, invece, che sia facile affermare ed evidenziare che Maria Bolognesi è una figura semplicemente evangelica, o meglio: lei è un’anima luminosamente evangelica! Quando il Vangelo è integralmente vissuto, e quindi Cristo è intensamente amato, la potenza della Parola di Dio apre l’anima alla Verità, la introduce nel mistero e, nello stesso tempo, la rende trasparenza di Dio, del suo amore, della sua Verità!

Per dare fondamento a questa affermazione bastano alcune citazioni evangeliche: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.

A Maria Bolognesi Gesù si manifestava con sorprendente frequenza.

Gesù infatti afferma: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. E aggiunge ancora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola (Maria Bolognesi viveva il Vangelo…) e il Padre mio lo amerà e noi verremo a Lui e prenderemo dimora presso di lui”.

Tutti conosciamo la familiarità della Serva di Dio con Gesù fino ad arrivare alla confidenzialità, all’intimità col Signore. Esattamente come è detto ancora nel Vangelo: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda… “.

Dunque si può diventare un tutt’uno con Cristo. E questo fatto sarà un presupposto per convincere gli altri e portarli a credere, a conoscere, a far esperienza di Cristo. Diremo in altri termini: a entrare nel mistero del Figlio di Dio!

4. Maria Bolognesi immagine di Cristo

Semplicemente incantevole era l’intimità con Cristo di Maria Bolognesi. P. Tito Sartori ce lo descrive con arte e precisione nel profilo biografico sulla Serva di Dio.

Per noi addentrarci in questo aspetto dell’esperienza spirituale di Maria Bolognesi vuol dire cogliere che la nostra “pitocca” diventa oltre che “mediazione”, anche “trasparenza” del Signore!

Ritengo interessante, a questo punto, considerare in quali aspetti Maria Bolognesi rifletta Cristo; in che cosa lei ci fa vedere sensibilmente – nella sua esperienza personale – la presenza di Cristo, l’immagine di Gesù. Richiamo solo tre dati, che di sicuro sono ben noti a voi, ammiratori della nostra Serva di Dio:

Il primo dato è la sua estrema povertà.

Come Cristo, Maria Bolognesi è rifiutata nella sua identità; le è rifiutata la casa, la famiglia. Non è amata, né stimata. Anzi è incompresa, umiliata, disprezzata. E’ priva di tutto, anche del pane per sfamarsi…. E’ obbligata al duro lavoro della terra. Per le sue necessità veglia la Provvidenza che ispira la disponibilità e la generosità di persone buone e caritatevoli.

Un altro dato è la sofferenza.

Maria Bolognesi fu una crocifissa come Cristo. Fisicamente sperimentava la Passione. Era segnata dalle stigmate.

Come Cristo trasudava sangue, permanendo ferma nella volontà di immolarsi per salvare anime: “Vorrei soffrire da sola per il bene di tutti”.

Al Signore non diceva mai basta, neppure quando il calice del dolore traboccava. Una cosa, sì, lei chiedeva insistentemente a Dio…. che le sue pene, le sue croci, le stigmate rimanessero nascoste…. Come di fatto avvenne!

Il terzo dato.

Maria Bolognesi amava come Cristo insegna.

Amava perciò con amore grande, quello che dà la vita per i fratelli!

Per Gesù il suo amore era divenuto “sponsale”. Pare di poter dire che dal cielo aveva ricevuto l’anello nuziale, come già altre anime privilegiate, che la storia conosce.

Per i fratelli poi, specie se bisognosi, il suo amore diventava: condivisione, solidarietà, dono, servizio, preghiera, intercessione. Precisamente nel campo dell’amore cristiano in lei non c’erano limiti, condizionamenti. Nel campo della carità e dell’amore Maria Bolognesi pareva inesauribile!

Parafrasando un’espressione di S.Paolo, anche a riguardo di Maria Bolognesi possiamo dire: oggi come oggi ci compiacciamo delle sue infermità, della sua povertà, delle tante pene, dolori, ingiurie, perché attraverso tutto questo noi abbiamo visto manifestarsi in lei la potenza di Dio, la presenza di Dio, la bontà del Signore!

Vedete, dunque, che anche da questo punto di vista, Maria Bolognesi diventa per noi: manifestazione di Dio. Attraverso lei noi veniamo a conoscere l’amore di Dio.

Del resto il Vangelo insegna che Dio si manifesta nei deboli, nei piccoli, nei disprezzati; in costoro è presente il Signore, in costoro si incontra il Signore e lo si serve.

E quando l’amore, illuminato dalla fede, ci porta a costoro, noi facciamo una concreta esperienza di Dio! “Ciò che avete fatto a uno di questi fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

5. Conclusione

Dalla Liturgia il mistero della Trinità ci viene presentato con espressioni superlative, come ad esempio: immensa Trinità, somma Divinità, infinito e SS.mo Dio….

Ma d’altra parte questo stesso sublime mistero è messo dalla Liturgia in stretto collegamento con l’uomo, fatto di polvere, segnato dal peccato, caratterizzato da tante debolezze e limitato in tutto.

È anche per una tale constatazione che questa sera ci siamo permessi un accostamento ardito…, quello di considerare, alla luce del mistero di Dio uno e trino, la figura di Maria Bolognesi, creatura umile (come ho avuto modo di esporvi), ma anche anima di alta spiritualità e di esperienza mistica, persona autenticamente evangelica e marcatamente trasparenza e immagine di Cristo….

Mi domando: si tratta veramente di un accostamento ardito, indebito? Al proposito è illuminante la parola del Concilio Vaticano II in LG, che qui riassumo: “seguire fedelmente Cristo è una via sicurissima per arrivare alla perfetta unione con lui, cioè, alla santità. In quelli poi che, sebbene partecipi della nostra natura umana, si sono più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo, Dio manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto”.

Viene da dire: è proprio il caso della nostra Serva di Dio! Dio ha manifestato vividamente la sua presenza e il suo volto in Maria Bolognesi!

Auguriamoci perché la nostra ammirazione per Maria Bolognesi presto diventi devozione.

E preghiamo perché l’autorità della Chiesa possa favorevolmente pronunciarsi e così appagare la nostra fiduciosa attesa, che è quella di vedere Maria Bolognesi proposta alla nostra venerazione, perché elevata agli onori degli altari!

padre Innocenzo Negrato O.S.B.
abate di S. Giustina, Padova

Omelia di padre Giorgio Finotti – 30 gennaio 1998

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo
18° anniversario della morte della Serva di Dio Maria Bolognesi

Benedico Dio e voi fratelli, che partecipate a questa celebrazione per onorare il piccolo seme messo dentro la terra, perché, nella morte di se stesso, possa germogliare a vita nuova e il suo albero abbia a crescere, così robusto e vigoroso, da accogliere molti uccelli, che trovino in esso conforto e sostegno.

Questa parola di Dio, che ci è proclamata, non l’abbiamo scelta in anticipo; l’abbiamo accolta così come la liturgia odierna ce la presenta (T.O. 3a settimana/venerdì, anno pari; 1a lettura: 2° libro di Samuele 11,1-4a. 5-10a. 13-17; 2a lettura: dal vangelo di Marco 4,26-34).

Dicevo a me stesso: “Signore, parla tu, dì a noi, qui riuniti in assemblea liturgica, quello che vuoi”. Perciò davvero benedico il Signore, perché ci auguriamo che questo granellino di senapa, che si chiama Maria Bolognesi, già seminato per terra, già il più piccolo di tutti i semi, cresca e divenga più grande di tutti e faccia rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possano ripararsi alla sua ombra.

Io resto meravigliato di tanta gente, di tanti sacerdoti; resto meravigliato, perché vuol dire che davvero questa umile donna sa far scaturire nel cuore dei credenti un invito alla santità.

Vorrei dire che sono venuto a sentire qual è il profumo di Maria, se veramente è donna santa.

Qual è il profumo di Maria Bolognesi? Qual è la santità che profuma l’anima sua, la sua vita, la sua missione, la sua opera nella casa di Dio? Il profumo che voglio odorare non è un profumo soltanto personale, voglio vedere se è il profumo di Cristo, voglio sentire se quello che ha profumato il cuore e la vita di Maria Bolognes è davvero il profumo del Cristo Gesù, Salvatore del mondo.

Allora guardo all’oggettività dei profumi che la Scrittura santa presenta: di quattro forme, di quattro odorazioni, di quattro effluvi, che, messi insieme, davvero costruiscono la conchiglia che, tra terra e acqua, mediante la folgore del fuoco, contiene una perla preziosa.

Profumo della resina

Il primo profumo che si trova nella Scrittura è il profumo della resina, che si ricava dagli alberi, la quale, stemperata nel fuoco, sprigiona una nuvola bianca, che sale fino al cielo. E’ il profumo della orazione, della lode a Dio; è il profumo della preghiera, della adorazione; è il profumo di chi sa riconoscere in Dio il proprio Signore e Salvatore.

Maria, hai tu questo profumo? Voi, che conoscete meglio di me Maria Bolognesi, sapete se davvero ha profumato la sua anima dell’incenso del profumo resinoso che, stemperato nel fuoco dello Spirito, è salito a Dio, come odore soave.

Voi sapete che la preghiera non può essere vera se non scaturisce dal cuore, dal grembo, e se non è forgiata dentro l’anima dal fuoco dello Spirito Santo.

Maria ha questo profumo perché nella sua vita ha reso lode a Dio, mediante la preghiera e mediante un’anima ardente, fedele al Signore.

E’ il primo profumo, che trovo nell’anima di questa donna fedele: il profumo della preghiera.

Sappi che la preghiera comunitaria è stupenda, come quella che stiamo celebrando. Ma tu vali tanto quanto sei capace di pregare da solo, da sola. La preghiera personale ti profuma l’anima; quando tu senti il desiderio di raccoglierti per adorare Dio, per contemplare il Signore, allora davvero il profumo dello Spirito Santo ti avvolge, ti sospinge, ti eleva. La preghiera personale, solitaria, è il respiro dell’anima tua e rivela dove sta il tuo cuore, dove tende il tuo cuore.

Guardate, nel Vangelo si parla di Gesù, che va nella sinagoga, che va nel tempio, però mai gli evangelisti dicono che, lì, prega, mentre ti presentano Gesù, orante nella solitudine; quando fuori è ancora buio, Gesù esce e va alla montagna a pregare, tutto solo; oppure, dicono ancora gli evangelisti, che Egli passò la notte in preghiera, nell’orto.

Quando uno prega, da solo, vuol dire che sente nell’anima il bisogno di Dio. Non c’è la campana che suona e ti richiama: è proprio il bisogno dell’anima.

E’ questo profumo che ti attrae e allora, investendoti, profumandoti, ti rende come odore soave al cospetto di Dio. Chi prega si salva ed ha la benedizione del Signore.

Cara sorella Maria, ora, che sei dinanzi alla Santissima Trinità, fa’ che la nostra anima profumi di contemplazione. Guardate che è importantissima la contemplazione, specialmente oggi, distratti come siamo da mille faccende, da mille preoccupazioni, dalla voglia di vedere e di toccare. Invece, l’anima è grande quando sa contemplare nella solitudine, quando sa contemplare il volto adorabile del Signore Gesù.

Tu sei grande tanto quanto sei capace di pregare da solo. A me piace vedere tutti i giovani, quando – radunati insieme – cantano, farfallano con le mani, suonano le chitarre per lodare Dio. Ma io vedo se un giovane vale, quando, da solo, sa mettersi in ginocchio a pregare il Signore; allora, vedo che l’opera di Dio è entrata nel suo cuore; vedo che l’opera, l’azione dello Spirito Santo, il fuoco dello Spirito lo ha acceso. Solo allora, tu sei grande!

Profumo del balsamo

Il secondo profumo, che la Scrittura santa ci ricorda, è quello che viene mescolato nell’olio: è il balsamo, che, versato nell’olio, serve per consacrare il sacerdote e il profeta.

Se io odoro l’anima di Maria Bolognesi, davvero spero di vedere, di sentire questa consacrazione che il Signore ha dato al suo cuore di umile, forte, donna della carità.

La prima lettura vi poteva sembrare stonata nella nostra celebrazione: si parla di una donna, Betsabea, che è impura; si parla di un uomo, Davide, che la concupisce. Sembra una lettura non idonea alla nostra celebrazione e, invece, in questa parola di Dio, io vedo la consacrazione di Dio sul cuore di Maria Bolognesi, la quale, come anima solitaria, come profeta, ha consacrato la propria vita alla salvezza del peccatore.

La consacrazione, che il Signore ha riversato nel cuore di Maria, si manifesta come desiderio intenso, da parte di Maria, di dedicare la propria vita, la propria preghiera, il proprio dolore, il proprio patimento, per la salvezza delle anime, di quelle che si perdono nella concupiscenza degli occhi, della mente, della vita.

Vi dico che, quando ho conosciuto per la prima volta, attraverso la lettura, Maria Bolognesi, ho detto: “Senti, umile anima di Dio – tu che nella tua vita hai odorato di questa consacrazione, versando il tuo contributo di amore, di patimento, per la conversione dei peccatori – oggi, che sei in paradiso, prega per me, povero peccatore. Continua questa tua opera di consacrazione sacerdotale, profetica e regale, per me, povero peccatore”. Dico “sacerdotale”, perché Maria, attraverso il battesimo, offre sull’altare del cuore i sacrifici, le orazioni, i patimenti, affinché il mondo viva, sia liberato dal tanfo del peccato e dalla miseria della malizia.

Una donna, che abbia questo coraggio – soprattutto nel suo tempo, in cui non c’erano tutte queste comunicazioni speciali della parola di Dio – una giovane donna, vissuta nella nostra terra, che abbia avuto questa intuizione dello Spirito, cioè di far profumare l’anima nel servizio di Dio per la salvezza dei fratelli, davvero è grande!

Se, dopo 18 anni dalla sua morte, ancora noi veneriamo l’opera di Dio in Maria Bolognes, davvero qui c’è il dito di Dio! In forza del suo Battesimo, che l’ha consacrata fedele immagine di Cristo, Maria si rivela come profetessa; non perché ha rivelato il futuro, l’avrà anche fatto, ma perché annuncia Cristo nella sua vita. Sapete che il profeta non è bene accetto, soprattutto in patria, perché parla di Dio, perché richiama le anime alla fedeltà al progetto di Dio, alla salvezza che viene da Dio; l’uomo, abituato alle mollezze, ai piaceri, a camminare nella bramosia delle ricchezze, quando si sente richiamare “dal profeta”, lo rifiuta, lo calpesta, lo uccide. Il Signore accetta, invece, l’olocausto di questa regina della vita cristiana, perché ognuno di noi possa, nell’invocazione a Dio, salvare la propria anima, redimere il proprio cuore.

Maria è come il balsamo versato nell’olio, che ti consacra e ti porta alla stupenda bellezza della tua dignità cristiana.

Profumo delle essenze

Il terzo profumo è dato dalle essenze; l’essenza è un intenso profumo, ne basta una goccia per sentire un effluvio stupendo.

Vi ricordate Maria di Betania, che versò sui piedi di Gesù il profumo prezioso che si chiama “nardo”? Sant’Agostino spiega che la parola “nardo” è propria del nostro linguaggio; nella lingua originale, l’aramaico, invece, la parola “nardo” equivale al termine: “pisticci”. Ma guardate bene, dice il santo dottore, che la parola “pisticci”, pur essendo il nome del paese, da cui si estrae questo profumo prezioso, ha una radice: “pistis”, che vuol dire “fede”.

Allora l’essenza, che Maria di Betania ha versato sui piedi di Gesù, è il profumo prezioso della fede. E’ una fede che, essendo profumo prezioso, rende ardente e fedele la tua vita. Tu sai che la fede si nutre, non di dolcezze, non di soddisfazioni, non di appagamenti, ma di prove, di silenzio, di tormento, di contraddizione. Satana non crede alla tua virtù, perciò ti tormenta, ti esperimenta.

Beato te se, come Maria Bolognesi, sai profumare l’anima e conservare nel tuo cuore questo profumo prezioso: il “nardo”, cioè la fede.

Però, notate bene che Maria di Betania ha versato il profumo prezioso sui piedi di Gesù. Chi sono i piedi di Gesù? Oggi, sono gli umili, i piccoli, i disprezzati, i soli, gli abbandonati, i peccatori. Io benedico il Signore perché Maria Bolognesi, avendo nel cuore questo profumo prezioso della fede, l’ha versato in umiltà, in silenzio, in contraddizione con l’opinione pubblica, che la disprezzava, l’ha versato sui piedi di Gesù.

Un’altra essenza, che mi piace contraddistinguere nel cuore di Maria Bolognesi, è la mirra. La mirra fu offerta a Gesù Bambino, dai Magi, con l’oro, per dire che Egli era riconosciuto come Re. Nell’incenso, Egli era riconosciuto come Signore Dio. E’ nella mirra che veniva riconosciuto il Signore come Redentore, come Colui che ha sacrificato la vita per la nostra salvezza.

La mirra è un profumo-essenza di straordinaria fragranza; però, se voi assaggiate la mirra, sentite che essa è, al gusto, amara. L’amarezza della mirra! L’amarezza della mirra, se gustata davvero, ti inebria, ma ti taglia il cuore, ti fa morire sotto terra per poter risorgere a vita nuova, producendo frutti stupendi di grazia e di misericordia.

Sapete perché insisto sulla parola del profumo mirra? Perché questo è il significato del nome Maria. La Vergine santissima si chiama Maria: questo, in italiano. Nella lingua originale, l’aramaico, la Vergine santissima si chiama “Miriam”, che noi traduciamo in Maria.

Scomponendo la parola Miriam in “mir” e “am”, vediamo che “mir” vuol dire “mirra” e “am” “oceano”; pertanto, il nome di Maria significa “oceano di mirra”. E certamente Maria Bolognesi partecipa alla fragranza di questo oceano di mirra.

Perché Maria santissima, madre del Signore, è chiamata Miriam? Perché è “oceano di mirra”, l’ “amara”, l’ “addolorata”, colei che ha sacrificato sull’altare della vita tutta se stessa, per contribuire a quanto manca alla passione del Signore; non da parte del Signore, la cui passione è piena e totale, ma il proprio contributo di partecipazione alla passione del Signore.

Se voi leggete la vita di Maria Bolognesi vedete davvero come è stata spremuta, come mirra preziosa, al cospetto di Dio; questo profumo soavissimo, intenso ma amaro, Maria Bolognes l’ha gustato fino in fondo.

Vedete di che cosa è fatta la santità? Non di parole, non di desideri, ma di vita vissuta, partecipata. Noi diciamo: “Dolce cuore del mio Gesù, fa’ che io Ti ami sempre più”. Bravo, bene! Ma è facile. Vorrei che noi riuscissimo a dire: “Dolce cuore del mio Gesù, fa’ che io soffra sempre più”. Soffrire sempre più? Abbiamo paura delle sofferenze. Quando preghiamo, diciamo: “Signore liberami, Signore dammi, Signore fammi”. Quand’è che impareremo, come Maria Bolognesi, a dire:

“Signore, sia fatta la tua volontà. Signore, accolgo la sofferenza”?

Noi non abbiamo la sapienza dello Spirito, abbiamo, però, quella della carne. Allora avete ragione a chiedere la salute, facciamo bene a chiedere la prosperità e la pace, certo!

Ma solo la Croce ti salva; solo la Croce, pur tenendoti crocefisso, ti redime; la croce c’è nella nostra vita, ma noi la vogliamo scalzare, la vogliamo buttare via, magari metterla sulle spalle degli altri! Invece, beato è colui che muore come seme sotto terra, per poi germogliare a vita nuova.

Allora suggerisco, umilmente: non diciamo “Dolce cuor del mio Gesù, fa’ che io soffra sempre più”, ma almeno diciamo “fa’ che io mi offra sempre più”; è un pochino più facile.

Profumi selvatici

Il quarto profumo è quello dei fiori selvatici, quelli spontanei, che nessuno ha piantato, che nessuno ha coltivato: sono i fiori piccoli, umili, ma tanto belli, dei prati, dei boschi, delle viti, delle pareti, delle case. Sono i profumi dei fiori come le margherite, le viole, che tu non hai piantato, ma che il Signore ha sviluppato mediante la sua opera creatrice stupenda.

Sono il simbolo delle opere buone, seminate ovunque dalla mano provvidente del Signore; sono le opere buone, che profumano l’aria, che danno a questo tanfo del mondo un rinnovamento, che producono il bene, che sollevano il cuore e lo fanno aspirare a cose sante.

Ricordati che tu non vai in paradiso perché hai fatto il male; tu non andrai in paradiso se non avrai fatto il bene. Non basta non fare il male, è necessario fare le opere buone, le opere della misericordia – corporali e spirituali -, perché sull’amore verremo giudicati al termine della vita. Maria Bolognesi, hai tu quest’ultimo profumo delle opere buone? Hai fatto tu del bene nella tua vita? Se mi rispondi sì, allora io dico: “Stai tranquilla, sei gloriosa davanti a Dio”. Le opere buone nascono dal cuore buono, da una terra buona, generosa, che non teme di sacrificarsi pur di operare il bene, che dedica a Dio e alle anime il tempo, il denaro, per poter operare il bene, per poter servire. Tu hai questo profumo? Vuoi odorare di Cristo? Vuoi seguire l’esempio di Maria Bolognesi? Profuma l’anima tua di opere buone.

Ecco, fratelli, sorelle, qual è il canone oggettivo della santità: la preghiera, la consacrazione, la fede nel sacrificio e le opere buone.

Come lodare Dio

Se Maria Bolognesi ha tutti questi quattro profumi, allora davvero è benedetta da Dio, allora davvero Dio la glorificherà. Non importa come, non importa se è segno di contraddizione, arriverà ad essere esaltata dal Signore Iddio, che innalza gli umili e respinge i superbi.

Io sono convinto che questa donna profumi di questi quattro odori soavi e, se vuoi davvero lodare Dio, se vuoi davvero, oggi, celebrare la gloria del Signore nei suoi servi santi, anche tu profuma così.

Sia lodato Gesù Cristo.

padre Giorgio Finotti

Omelia di mons. Dino De Antoni – 21 ottobre 1997

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo

L’andare cristiano

Ci ha raccolti qui insieme il 73° anno di nascita della Serva di Dio Maria Bolognesi, per celebrarne la memoria, per ringraziare del dono, per sostare davanti al mistero di una vita vissuta in Dio.

Il brano di Luca (1, 39-45) appena proclamato, ci ha ricordato come Maria si mosse in fretta verso una città di Giuda, immediatamente dopo l’annuncio dell’Angelo.

L’evangelista ci ha presentato così la Visitazione, come cifra della vita cristiana, vista come un “andare”, l’andare della carità, l’andare come dimensione dell’essere cristiani, dell’essere per gli altri: disponibili a servire il Figlio dell’uomo, nella gratuità e nell’umiltà.

Ma sostiamo sul testo:

Maria va, “dimorando” nella carità di Cristo

Il suo viaggio fino a Ein Karin è l’andare stesso del Salvatore, è l’andare con il Salvatore, in comunione con Lui.

Non c’è comunione più intensa di quella che muove una madre col bimbo che porta in grembo.

Il muoversi di lei è il muoversi di lui, il dimorare di lui è la condizione dell’andare di Maria.

Dove va la madre va il Figlio: è impossibile dividerli.

Dimorano insieme condividendo la carne e il sangue, lo spazio e il tempo.

É quel dimorare che Cristo richiederà, divenuto adulto, ad ogni discepolo.

Maria va, “contemplando”

É quello che esperimenta ogni madre: il bimbo che porta nel grembo è l’oggetto delle riflessioni, dei pensieri, delle paure e delle angosce.

É l’oggetto dei sogni, dei movimenti, del cibo, del muoversi.

Quel bimbo è il centro della contemplazione.

E questa contemplazione avviene mentre egli prende la forma di uomo in Maria, mentre realizza la comunione con lui.

Maria va, “ubbidendo”

É spinta dall’interno, va verso la cugina perché urge, la spinge la carità di Cristo.

É un andare “ubbidendo”, cioè andare non per noi, ma per lui, per gli altri; un andare fino agli spazi del dolore, dove non si va più, ma si sta, come lei, ai piedi della croce.

Se l’andare è una chiave di lettura della vita cristiana, allora è bello rileggere la vita di Maria Bolognesi come un andare:

É un andare contemplando il Signore Gesù, bambino nel presepio.

Estaticamente coinvolta nella contemplazione del Figlio di Dio, il suo cuore piange per tante miserie nel mondo (P.Tito Sartori, “Maria Bolognesi”, pag. 93), ci dice il suo biografo, lo prende tra le sue braccia, rivolgendogli affettuosissime parole di amore (ivi).

É un andare contemplando fino a condividere emozioni e sentimenti, fino ai colloqui più intimi che i suoi scritti ci rivelano.

É un andare “dimorando nella carità” di Cristo, disponibile a servire come il Figlio dell’uomo nella gratuità e nell’umiltà: le persone verso le quali si dirige la sua carità furono i bambini, gli ammalati, specie se anziani e soli, coloro che soffrivano povertà materiale spirituale.

Sappiamo che ella accarezzava il progetto di accogliere persone povere al momento della dimissione dall’ospedale per prestar loro debita cura nel periodo di convalescenza.

É un andare “ubbidendo” al progetto di Cristo fino alla croce, condividendo le sofferenze fisiche delle ferite al costato, alle mani, ai piedi e vivendo l’agonia del Signore ogni venerdì santo (P. Tito Sartori, “Maria Bolognesi” pag. 103).

É obbedienza che le costerà cara, che metterà a prova la sua vita, che la portò alla croce.

E questo restare ai piedi della croce fu autentica testimonianza di fede, fiducia e abbandono.

Era giusto allora celebrare comunitariamente questo 73° anniversario della nascita, perché una vita cristiana non è mai una realtà isolata e marginale, ma tocca tutta la Chiesa.

Era giusto rendere visibili le meraviglie che Dio opera nella fragile umanità delle persone chiamate. Era giusto raccontare con spontaneità la benevolenza, la fiducia e l’amore con Dio che l’ha chiamata e il compito che le è stato affidato.

Facendo memoria di lei, ringraziamo il Signore per il dono di averla data alla Chiesa e ci inchiniamo di fronte al mistero di una vita che sfugge ai criteri mondani e che dice a noi tutti che la chiamata alla santità non tiene conto delle nostre origini, né della salute, né della scienza, né della forza, ma dell’amore di Dio per il quale nessuna porta, nessuna situazione, nessuna crisi, nessuna tentazione (nessuna possessione diabolica) è chiusa alla forza della risurrezione di Cristo se la nostra libertà cerca di sciogliersi davanti a lui.

Grazie, Signore, per i tuoi Santi!

“Il mondo ha bisogno di santi che abbiano un genio, come una città colpita da una pestilenza ha bisogno di medici” (Simone Weil).

Amen.

mons. Dino De Antoni
Amministratore Diocesano di Chioggia

Omelia di padre Aldo Brendolan – 30 gennaio 1997

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo

Come un fiore continua a mandare il suo profumo

Carissimi tutti, carissimo popolo di Dio, siamo qui per ricordare, dentro la celebrazione di una Santa Messa, la nostra sorella di fede, Maria Bolognesi, nel diciassettesimo anniversario di dipartita, una sorella che ha compiuto un lungo cammino e che ora attende – è nostra speranza fiduciosa – una possibile glorificazione anche sulla terra.

Iniziamo questo dialogo partendo dai testi liturgici proclamati, che si riferiscono alla celebrazione della Santissima Trinità. Nel Vangelo si parla di Cristo che – stando al testo di Matteo – sale al cielo da un monte della Galilea, dopo aver consegnato agli Apostoli il “potere” ricevuto dal Padre, con parole che sanno di testamento: «Tutto il potere che mi è stato dato ve lo consegno, ve lo affido. E’ un potere di perdono, di misericordia. Battezzate, inserite le creature nella Trinità, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Istruite, ministri di salvezza, le genti del mondo. Io sarò con voi. Me ne vado, è vero, nella mia forma umana, visibile; ma resto come nascosto, mi rivelo alla fede; sparisco come un chicco che entra nella terra e che ha bisogno di spuntare, di germogliare nel tempo. Io sono con voi. Sempre». E Cristo dà così l’avvio alla missione ecclesiale, una lunga storia di annuncio, di testimonianza di gioie e di dolori, una storia che stiamo vivendo ogni giorno, ancora oggi.

Nella prima lettura, la lettera di Paolo ai Romani – con un po’ di orgoglio potremmo dire una lettera scritta agli Italiani – si dice che gli uomini possono far parte della famiglia di Dio. Nella visione cristiana non abbiamo la Trinità da un lato – Padre, Figlio, Spirito Santo – e dall’altro lato la umanità, tutti noi. Nella fede, abbiamo come una alleanza, un matrimonio tra le due realtà, una unità che non deve conoscere divorzi. La realtà umana si può inserire, può entrare nello stesso mistero trinitario. Come Gesù ha un Padre, così ognuno di noi ha un Padre, lo stesso Padre di Cristo. Abbiamo anche lo stesso Spirito Santo di Cristo, abbiamo lo stesso spirito trinitario. Possiamo entrare nella casa, nell’abitazione della Trinità, essere “figli nel Figlio Gesù”. Questo mistero trinitario teniamolo presente in questa Santa Messa, è come lo sfondo su cui si deve muovere la nostra vita e su cui si deve innestare il ricordo di Maria Bolognesi, questa nostra sorella di fede.

Dire Trinità è dire Dio, con tutto il carico di mistero, ma anche con tutto il carico di problematiche sollevate soprattutto negli ultimi tempi. Il mistero di Dio…. Oggi si parla anche di una “morte” di Dio. “Dio è morto” ha gridato un filosofo, e molti sembrano accodarsi. Si parla pure di una necessaria “uccisione “ di Dio (Freud), così come il bambino che cresce a poco a poco “uccide” il padre per poter proclamare la propria dignità di creatura responsabile e adulta. La fede sarebbe solo un dato bambinesco, da sostituire con la ragione adulta e responsabile. Sganciarsi da Dio per proclamare la dignità dell’uomo: o Dio o l’uomo, questo il cammino che viene talvolta proposto. I risultati? Non sembrano molto lusinghieri, visto che stiamo assistendo – secondo molti osservatori – non alla morte di Dio, ma alla morte dell’uomo! Dobbiamo dire che Dio non è l’avversario dell’uomo, il suo nemico, bensì il suo sostegno e la sua spiegazione. Più sale Dio e più sale l’uomo; più sparisce Dio e più sparisce l’uomo. Sembra questa la verità ineluttabile.

Venendo a Maria Bolognesi, si deve dire con forza che Dio, soprattutto nella persona di Cristo, è stato il tutto di Maria, in Lui Maria ha creato il proprio sistema di vita.

Fratelli, io vengo da una terra lontana e vicina, al contempo; sono un prete diocesano vicentino che opera nell’Ecuador. Di quella terra lontana porto pure alcuni segni facilmente visibili: i paramenti sacri. I paramenti con i quali sono rivestito sono stati fatti dalle mani delicate delle suore clarisse di Guayaquil. Vedo, in questo, un collegamento con la Chiesa in cui stiamo celebrando, dedicata a S. Francesco di Assisi. Ci troviamo dentro il mondo francescano: clarisse e Francesco. Siamo in buona compagnia…

Maria Bolognesi sta entrando nella lontana terra dell’Ecuador, la sua conoscenza sta superando gli angusti confini in cui è vissuta. Maria sta scavalcando gli oceani, sta entrando nel sud america. Di recente, ho fatto tradurre il testo della vita di Maria Bolognesi “Donna silenziosa della carità” (“ Mujer silenciosa de la caridad “, in spagnolo) a beneficio dei vostri, dei nostri fratelli sudamericani, con dei risvolti e delle risonanze già positive….

Parlando più direttamente di Maria Bolognesi, devo ricordarvi che posso aprire solo poche finestre sulla sua vita, per presentare solo alcuni aspetti della sua poliedrica esistenza.

Mi rifaccio subito ad un testo di Mons. Balduin, steso nel 1985, cinque anni dopo la morte di Maria, avvenuta il 30 gennaio 1980. Ne ricordiamo oggi l’anniversario, un anniversario che sa più di vita che di morte. Questo testo ci offrirà alcune chiavi di lettura. Eccolo: “Chi la conobbe in vita e chi ne ha preso conoscenza in questi cinque anni che ci separano dalla sua dipartita la ricorda con gioia e riconoscenza, come modello di grazia che il Signore ha donato alla nostra terra. Essa fu un’anima eletta, che non apparteneva alla schiera di quelle che si santificano nello stato religioso; non era religiosa, non era suora, ma laica, di quelle che vivono la totale consacrazione con Dio nel secolo, in una forma di vita tutta familiare. L’amore di Dio in semplicità di cuore, la carità eroica verso il prossimo, le sofferenze, furono le note della sua spiritualità individuale ed ecclesiale. Il Signore vi aggiunse i doni mistici della partecipazione al dolore della sua passione. Infondeva salutari impressioni in chiunque si intratteneva con lei durante la vita, ed ora, come un fiore solitario, che continua a mandare il suo profumo verso quanti ad essa si avvicinano”.

Se a questo ricco testo di Mons. Balduin, biografo di Maria Bolognesi, affianchiamo l’affermazione di Padre Tito Sartori, postulatore della causa di beatificazione della stessa, secondo il quale Maria Bolognesi costituisce una figura singolare nel panorama della Chiesa italiana del ventesimo secolo, vi rendete conto di come il compito che mi è stato assegnato non sia dei più facili!

Mi permetto di porre accanto a queste affermazioni autorevoli una piccola immagine, l’immagine di una Maria pescatrice, sì, Maria “pescatrice” di uomini, rifacendomi alla vocazione degli Apostoli, pescatori del lago di Galilea: «Venite, vi farò pescatori di uomini» (Mc 1,17). Anche Maria, la piccola Maria, pescatrice per necessità a causa della fame dei fratellini nelle acque vicine a casa, è diventata, lungo il corso della sua vita, pescatrice di uomini. E mi pare che non abbia finito il suo ruolo di pescatrice, sta allargando la sua pesca. E mi considero anch’io dentro la sua rete….

Speriamo che Maria continui a pescare!

Io vorrei toccare, ora, tre aspetti della vita di Maria Bolognesi. In breve.

Donna del dolore

Maria viene quasi sempre rappresentata con un lungo abito nero. Le foto sono lì a testimoniare questo abbigliamento, che ha fatto mormorare, a suo tempo, molta gente. Per me, questo lungo abito nero rappresenta un segno di lutto, un lutto senza pause, senza intermittenze, il lutto per la morte di Cristo. Maria lo portava sul suo corpo, fattosi “alter Christus”. Sappiamo che molti sacerdoti e molte suore fanno lo stesso. Ma si tratta di un mondo, in qualche modo, clericale, istituzionalizzato. Ma che sia una laica a farlo… Maria sa che l’ora più tragica della storia fu quella della “morte” di Gesù, là sul Calvario. Ne porta il lutto, per sempre, anche perché lei è compartecipe a quella storia, la sta vivendo in sé. E ne porta i segni.

Nella sua vita si parla di un anello – dal ’42 al ’55 – fatto con cinque perle, rappresentanti le cinque piaghe di Cristo, che portava su di sé come dono del Suo Amato, e sottrattole perché «ormai nel tuo corpo ci sono le stigmate, i segni della Passione», inutile quindi essendoci la realtà. E si parla di un altro anello, più consistente, chiamato dell’ “Ecce Homo”, che porta l’effigie di Cristo sofferente e condannato (questo particolare mi richiama la piccola Teresa di Gesù, che era “di Gesù Bambino” e della “Sainte Face”, quella impressa sul lenzuolo della Veronica). Se tutto questo è autentico e viene posto accanto alle lenzuola che Maria avrebbe bagnato in un giorno di dolore e di passione.., allora si potrà veramente parlare di una Maria “donna del dolore”.

E mi permettete, su questo punto, qualche osservazione adatta a noi. Mi pare che l’uomo d’oggi non voglia cogliere, nel dolore, il dato salvifico che vi è nascosto. L’ora della morte di Cristo è l’ora della nostra salvezza. Dal seme sboccia la vita, proprio perché il seme, nella notte della terra, conosce la morte. E’ l’amore che fa questo. Morire per amore è aprirsi alla fecondità. E la risurrezione scaturisce proprio dalla morte. Se non c’è morte totale, non c’è risurrezione totale. Se non c’è morte profonda, autentica, totale, non c’è neppure risurrezione profonda, autentica, totale. Questo è il mistero della morte in visione cristiana.

Noi stessi sacerdoti – e mi compiaccio per la numerosa partecipazione di preti in questa celebrazione – dobbiamo ricordarci di essere nati attorno ad una morte, quella di Cristo, quando sono state pronunciate le parole creatrici «Fate questo – corpo donato, sangue versato – in memoria di me». Come sacerdoti siamo nati all’ombra del Calvario. Al Giovedì Santo, su quella mensa del Cenacolo, c’era già, sacramentalmente, il Calvario, il sacrificio del Calvario.

C’è da aggiungere a questo fatto che fonda il sacerdozio, anche la esperienza personale di ognuno di noi, una esperienza che può convalidare la stessa consacrazione sacerdotale. In questi giorni io ho celebrato il secondo anniversario di un fatto dolorosissimo succedutomi in Colombia, in seguito al quale porto trenta punti di sutura alla testa per una vasta ferita, il tutto accompagnato da tre giorni di coma totale. E sono qui, come risuscitato. Come sacerdote, sono anche figlio di quella morte che, per grazia di Dio, non è avvenuta. Qualche giorno fa ho avuto la grazia di poggiare la testa sulla pietra del santo Sepolcro, in Gerusalemme, ed ho detto al mio Gesù: «Signore, tu sei risorto dopo tre giorni; in qualche modo la mia esperienza si avvicina alla tua, anch’io ho avuto tre giorni di attesa per una vita che mi porto addosso. Grazie». Ed ho pure ricordato la mattina del 20 marzo di oltre vent’anni fa, quando dissi a mio padre morente: «Papà, sarò prete». Erano le sette, mio padre morirà un’ora dopo. Come prete, io sono nato anche dalla morte di mio padre. Moriva lui, nascevo io come prete. Un sacerdozio che conobbe la consacrazione l’anno successivo.

Quanti dolori segnano il nostro cammino. Non si deve vedere in essi solo tragedie che si potrebbero e dovrebbero evitare. Bisogna trasformarli in momenti di redenzione e di grazia. Cristo ci ha salvati, non andando in una discoteca, ma dall’alto di una croce, un momento di dolore diventato momento di salvezza, il più alto. Credo che ci sia una lezione in tutto questo anche per noi. E sappiamo che Maria Bolognesi stessa voleva essere compartecipe del dolore di Cristo, essere vittima con la Vittima Gesù.

E qui permettetemi un riferimento anche con il Natale da poco celebrato. Chi di noi non celebra con gioia il Natale? Pensiamo ai canti, agli angeli. Diventiamo tutti angeli a Natale, cantano tutti, bambini e grandi. Diciamo: “Cristo ti sei incarnato, ti sei fatto uno di noi. Cristo, sei entrato nel ventre di una donna, sei diventato fratello mio, sei sbocciato alla vita come me”. Ma io mi domando: quando Cristo si è autenticamente inserito nella vita umana, quando Cristo è veramente diventato mio fratello: a Betlemme o, piuttosto, sulla Croce, quando ha voluto condividere anche ciò che di più profondamente dolorifico c’è nella vita, cioè la morte? Ed aggiungo: “Gesù, tu sei mio fratello, sei mio compagno di strada, non solo perché sei nato a Betlemme, ma perché hai accettato di morire come muoio io. Non soltanto hai accettato di nascere – gioie delle mamme, il contorno sociale festoso – hai anche accettato di morire, sei entrato dentro la mia storia quando hai accettato il silenzio della morte, lo sparire della morte, il freddo della morte. Sei veramente mio, mio fratello. Grazie, Signore”. C’é un legame tra Betlemme e Calvario, tra la nascita e la morte. Uno muore, proprio perché nasce. La cosa sembra lapalissiana, ma spesso non è così. E devo aggiungere: “Se muoio proprio perché nasco, so che rinasco quando muoio, perché nasco alla vita eterna, a quella che non ha tramonti, a quella che non ha confini”. C’è l’aldilà, il “màs allà”, dicono i miei equatoriani, e me l’hanno ripetuto alcuni giorni fa, quando, con i vestiti sporchi di sangue, ho assistito un giovane – 16 anni! – ucciso violentemente a due passi dalla parrocchia. La vita ha la vittoria, anche sulla morte, soprattutto se è vissuta in Cristo. Tu, Dio, sei diventato uomo come ognuno di noi, a Betlemme, ma hai realizzato in pieno la tua incarnazione proprio là, sul Calvario, quando sei morto come ognuno di noi, quando hai preso su di te le tragedie umane, i silenzi umani, i problemi umani. Ti sei veramente fatto uno di noi!

Riavviciniamo Maria Bolognesi a questo mistero di dolore di Cristo. Maria è donna di dolore, un dolore vissuto anche in queste vostre strade, nella vostra città, non molto lontano da questa chiesa, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Donna del dolore, perché donna della risurrezione.

Perché se è vero che il dolore uccide, è pur vero che l’amore dà fecondità. E’ il mistero del chicco di grano che muore per dar la vita. Si può quasi dire: “Ben venga la morte se è la strada della vita”. La morte si copre così di speranza. Per Maria Bolognesi fu così. Può esserlo per ognuno di noi.

Donna “laica”

Vorrei ora toccare quel punto sottolineato dal testo di Mons. Balduin, quando afferma che Maria non apparteneva alla schiera di quelle che si santificano nello stato religioso, bensì nel secolo, nel mondo. Maria fu una laica.

La nostra è un’epoca forse difficile, contrassegnata da mille contrasti. Ma, ecclesialmente, di certo è un’epoca contrassegnata dal “ricupero” laicale. E’ il momento del laicato. Io laggiù, nel lontano Ecuador, devo far riferimento a Santa Marianita e alla beata Narcisa di Gesù, vissute in epoche diverse, ma due laiche che hanno portato la santità nel tessuto normale della vita. Si tratta di due giovani, non consacrate con i voti, vissute nel secolo, come si dice, e che hanno realizzato la propria santità fuori dai chiostri. Il Concilio – nel documento Lumen Gentium – lo ha detto chiaro: tutti sono chiamati alla santità, preti e laici, giovani e vecchi, sposati e non sposati… La santità non deve abitare solo tra le claustrali, solo in chi pronuncia i voti di castità, povertà ed obbedienza, non deve svilupparsi solo nel mondo della vita religiosa o clericale. E’ una esigenza ecclesiale. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica che annuncia l’impegno della Chiesa alle soglie del terzo millennio, raccomanda alle Diocesi di raccogliere le testimonianze di santità delle persone laiche, sposate o no, per porre in risalto tale santità nella storia del mondo attuale. Una santità, quindi, che deve riscontrarsi ovunque c’è la vita, una santità che deve scendere sui campi di giuoco, nelle famiglie, che deve annidarsi nei giovani, che deve entrare nel rapporto d’amore. Ovunque. Una santità “laicale”. La Lumen Gentium lo ricorda: non c’è una super Chiesa, quella clericale, tutta impregnata di santità e di verità ed una Chiesa di poveri ammalati che sono i laici. C’è una unica Chiesa, immersa nella santità di Cristo e che conosce, contemporaneamente, la miseria del peccato. Siamo tutti partecipi del medesimo mistero della fede, anche se con ruoli diversi. Nello stesso documento – lo ricordo – il Concilio ha posto anche Maria, la mamma di Cristo, dentro il mistero della Chiesa, l’ha fatta nostra sorella di fede, anche se una sorella che ha già raggiunto il traguardo, una sorella che impersona addirittura la stessa Chiesa. Ma sempre dentro la Chiesa, sorella di fede, redenta dal medesimo Cristo. Abbiamo quindi una Chiesa variopinta, vestita dai colori della primavera, viva e vivace.

Maria Bolognesi ci dice: “Laici, siete chiamati alla santità, siamo chiamati alla santità”. Maria è un costante richiamo all’assoluto. Ed è un richiamo anche per noi sacerdoti che, talvolta, siamo vivaci nel bollare il male che c’è negli altri, che gridiamo alla mancanza di valori nella vita dei giovani, delle famiglie, dei…laici! E non badiamo abbastanza alle crisi che, talvolta, investono la nostra stessa categoria. Guardiamo a Maria, questa laica che ha vissuto senza mezzi termini la donazione a Dio. E vorrei aggiungere: se noi preti amassimo di più Maria Bolognesi, un pochino come lei amava i preti, se ci fosse tra la categoria sacerdotale ed il laicato questo intreccio di dialogo e di responsabilità auspicato da Maria, vissuto da Maria, che bello sarebbe. Noi sacerdoti non siamo invidiosi se una donna vissuta “nel secolo” è più santa di noi, se ci preoccupiamo di invocarne l’aiuto. No, non siamo invidiosi, ne dobbiamo essere solo felici. Noi vorremmo che questa santità laicale si moltiplicasse, vorremmo che questa donna che non ha conosciuto i voti classici della consacrazione religiosa e che è vissuta da laica, così come siete voi che ci guardate al di là di questo altare, fosse come moltiplicata da voi, continuasse a vivere in voi. Dateci una mano, diamoci una mano: un laicato che abbraccia la gerarchia, una gerarchia che abbraccia il laicato, tutti incamminati sulla strada ecclesiale della santità. Credo che qui ci venga assegnato un compito da realizzare.

Maternità

Richiamo ora un terzo punto. Maria Bolognesi si sente chiamata ad una vocazione che potremmo chiamare “vocazione materna”. La fa camminare su questa via proprio la sua verginità stessa, che è donazione a tutti, senza esclusione di nessuno. Mi appello anche ad un episodietto personale per far capire la cosa. Noi sacerdoti, qui nelle nostre terre, siamo interpellati con il “don”: don Giuseppe, don Antonio, don Renzo ecc. Nel mondo sudamericano il “don” sparisce, sostituito dalla parola “Padre”, nella sua forma più simpatica di “Padrecito” (piccolo Padre). Quando in Ecuador mi sento chiamare “Padrecito, Padrecito…”, soprattutto dai bambini, io rispondo istintivamente “Hijo mio, hija mia” (figlio mio, figlia mia). Nasce così una connivenza di ordine familiare. Questa connivenza è più facile stabilirla quando ci sono bambini.

Ebbene, credo che in Maria ci fosse questa capacità affettiva di sentirsi “madre”, soprattutto nei riguardi dei bambini. Anche perché Maria Bolognesi stessa ha vissuto un’infanzia speciale, segnata da situazioni spesso gravi ed importanti. All’età di soli cinque anni – l’età dei giocattoli! – formula una consacrazione a Dio, ripetuta poi ad otto ed a dieci anni. La piccola Maria sembra più matura dei suoi poveri anni. Sappiamo poi che si occupa dei bambini di una sua scuola materna, oltre che a quella di suore; sappiamo che si butta in un fossato per salvare un bambino. La vita di Maria è ritmata spesso sui bambini, senza escludere un bambino speciale, il Bambino Gesù, dato che sappiamo il suo amore per i presepi e, in genere, per il Natale. Nella sua ultima casa, quella che le è costata anche tante amarezze e sacrifici e dove è volata al cielo, quella in Via G.Tasso, troviamo appesi alle pareti molti quadri, di stile un po’ naif. In essi quanti bambini ci sono! Maria è una donna che ha avuto viscere materne. Lei ha condiviso solo con Cristo la sua maternità, dato che il suo corpo vergine non apparteneva ad altri che a Lui. E voleva arrivare a tutti, essere, in qualche modo, “tutti”. Riporto un passo del suo diario, è del 1959: “Gesù, io vorrei essere sacerdote, per tenerti sempre stretto a me; vorrei essere suora, per farti amare dalla comunità di anime sante; vorrei essere medico, per dire a tutti che la scienza umana, senza la mano di Dio è come un pugno di polvere buttata al vento; vorrei essere maestra, per dire a tanti bambini che Gesù vuol essere amato da tutti. Gesù, i miei occhi siano tuoi e non rimanga ombra di peccato; pure le mie orecchie non odano altre cose se non le miserie dei fratelli, per dire loro che tu desideri amore e penitenza; la mia bocca non parli di altre cose se non dell’amore tuo per noi; le mie mani sappiano lavorare per i poveri e per accarezzare tanti ammalati di anima e di corpo; i miei piedi sappiano camminare per cercarti anime e portarle al tuo cuore tanto addolorato; la mia mente non rimanga mai confusa ascoltando tante miserie, fa’ che tutto passi come nulla ascoltassi, sapendo amare e perdonare; il mio corpo sia tuo, per servirti come a te piace. Gesù, mentre ti parlo mi accorgo che sono una piccola ombra, incapace di tutto “.

Questo farsi tutto a tutti, quasi per invadere il mondo intero, per non lasciare un solo angolo privo dell’amore; avere un cuore grande come la stessa storia, come l’universo immenso, abbracciando tutte le professioni, questa è Maria. Maria è come un urlo di maternità.

Mi permetto una osservazione sui bambini, una osservazione che si affianca a quanto detto. Oh questi bambini! E penso anche a Maria, la mamma di Gesù, che appare all’inizio di questo secolo a Fatima a dei bambini, ricordando che una di loro – Giacinta – ha solo sette anni! A loro Maria affida dei compiti immensi. E Lourdes? Lì vi troviamo Bernardetta, una ragazzina di tredici anni. Ci viene da dire: “Maria, non sei un poco pazza nell’affidare messaggi di penitenza, di preghiera, di conversione a dei bambini, addossando loro una responsabilità non adatta alla loro età? Affida i tuoi messaggi a universitari, a professori, a gente colta, a gente che può essere creduta per i suoi titoli, per le sue credenziali. No a dei bambini. Lasciali nella loro serenità, nei loro sogni, nei loro trastulli”. No, Maria non ci ascolta e non ci ascolterà. Per Maria, i bambini non sono solo dei contenitori di giocattoli e di storie. Per Maria, i bambini sono anche forti propulsori di messaggi di salvezza, portatori di novità cristiana. Sono importanti. Non c’è forse, in tutto questo, un messaggio anche per noi? Vi affido l’interrogativo. Nel frattempo, ricordo che Maria Bolognesi amava i bambini e tanto. E so, anche per esperienza diretta, che qualche bambino in questi giorni deve forse la vita a lei. La maternità di Maria sembra prolungarsi nel tempo. Cade dal cielo, continua a produrre vita.

Cari fratelli, credo che questa celebrazione liturgica di un Dio che è Padre, Figlio, Spirito Santo, di un Dio che è Amore ci abbia coinvolti tutti, sospingendoci ad entrare nel mistero d’amore di questa famiglia trinitaria. Questo Dio ha toccato anche il cuore di una donna, ne ha segnato anche il corpo. In Maria Bolognesi sembra essere presente soprattutto la seconda persona della Trinità, Gesù, in particolare nel suo mistero di incarnazione. In Maria c’è un cristocentrismo innegabile e fortissimo: Cristo centro della vita, il Cristo sofferente da riprodurre, un Cristo amico, un Cristo fratello. Troviamo Cristo nel diario, Cristo nei gesti, Cristo nelle parole di Maria. Cristo nel silenzio e del silenzio, Cristo nella contemplazione, Cristo nella preghiera.

Che il Signore, quest’oggi, questa sera, mentre ricordiamo il 17°anniversario della morte di Maria Bolognesi – una morte che è apertura sulla vera vita – ci conceda quelle grazie che ha concesso alla sua serva. Che il Signore tocchi un pochino anche i nostri cuori di credenti che fanno fatica, a volte, a camminare sulla sua strada. Amen.

Padre Aldo Brendolan

Omelia di S.E. Mons. Martino Gomiero – 5 febbraio 1996

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo
S. Messa di suffragio per la Serva di Dio Maria Bolognesi

Carissimi fratelli e sorelle,
siamo riuniti nel tempio per ricordare la Serva di Dio Maria Bolognesi, per la preghiera di suffragio per la sua anima benedetta.

Noi siamo cristiani, cresciuti alla scuola del Vangelo e abbiamo, quindi, il comandamento di essere fedeli a Dio e di essere pronti ad amare il prossimo. Dobbiamo estendere la nostra preghiera di suffragio per i cari defunti, familiari, benefattori, amici. La nostra preghiera desidera raggiungere il trono di Dio passando per il cuore di Cristo, il Sommo Sacerdote, il Pontefice della nuova alleanza: è Lui che fa il ponte. La parola «Pontefice» indica colui che fa il ponte spirituale tra la sponda di questa umanità, di questa valle di lacrime, e la sponda della vita eterna, del luogo della beatitudine, della luce e della pace. Ci appoggiamo, quindi, alla mediazione di Cristo perché purifichi e renda più buone le nostre preghiere e le consegni al Padre Celeste, per i cari defunti e per il nostro bene spirituale.

Il tempo della nube, il tempo della gloria

Abbiamo ascoltato le letture: c’è un tempo della nube, c’è un tempo della gloria.

Il tempo della nube è quello vissuto da noi nell’esistenza terrena, quando abbiamo la luce della fede, ma non ancora lo splendore della gloria eterna. Quando il Signore ci chiamerà all’altra vita, allora, potremo godere la visione beatifica di Dio ed avere pienezza di amore, di vita e di felicità. Adesso ci troviamo a vivere nella fede, seguendo la parola di Dio, l’insegnamento della Chiesa, per cogliere l’indirizzo giusto che dobbiamo dare alla nostra vita, per compiere scelte di salvezza senza soccombere alle tentazioni diaboliche e alle seduzioni mondane. Noi allora cerchiamo la parola di Dio, che sia luce per l’anima nostra.

Il mio bene è stare vicino a Te

Il Signore dice nel salmo – lo dice a ciascuno di noi, nell’esperienza vissuta dal Salmista -: “il mio bene è stare vicino a Te, o Signore, perché chi si allontana da te perisce”.

Non vogliamo la sconfitta, il fallimento. Speriamo di rimanere sempre amici fedeli del Signore, di non voltarGli le spalle, seguendo le tentazioni o il nostro capriccio; con la grazia del Signore speriamo di essere liberati dalla stoltezza e dalla sconfitta. Mai allontanarci dal Signore! Lasciare la casa paterna potrebbe significare l’avventura sbagliata, umiliante, del figlio prodigo, che si è trovato nella miseria, abbandonato a soffrire la sua dura condizione.

“Il mio bene è stare vicino a Te, o Signore”: vogliamo consegnare al Signore la nostra alleanza. Abbiamo sentito dell’Arca dell’alleanza, introdotta nel tempio. Noi desideriamo stabilire con Dio una vera alleanza, che parta dal cuore, che si esprima con la bontà, con l’amore a Dio, col servizio al prossimo. Vogliamo stabilire col Signore una vera alleanza, non quella delle parole inutili, superficiali, ma l’alleanza che ha le radici nel cuore, che ci rende pronti ad osservare i comandamenti di Dio, ad offrire le nostre energie per dare sollievo e conforto alle persone che portano la croce del dolore. Una solida alleanza, che noi consegniamo al cuore di Dio, ricco di misericordia e di bontà.

Il Signore ci dona il suo infinito amore per ottenere da noi una risposta generosa, di altruismo, di carità, di sensibilità per i poveri, di attenzione alle persone che soffrono. Consegniamo il patto di alleanza al cuore di Dio, perché sia più sicuro. Nelle nostre mani è sempre fragile, questo patto, ma, consegnato al Signore, può diventare un patto più sicuro, più forte, ricco di energie, per farci camminare nella strada del Vangelo, della salvezza, della santità.

“Il mio bene è stare vicino a Dio”: entriamo nel tempio della preghiera, nel tempio del lavoro, nel tempio del dolore. In questo modo noi andiamo vicini al Signore.

Il tempio della preghiera

E’ bello entrare nel tempio della preghiera. E’ bello venire nelle nostre chiese, dove c’è la presenza reale di Gesù eucaristico. E’ bello ritrovarci in questa chiesa dei santi Francesco e Giustina, antica e bella chiesa, che vede il fervore di tante anime della comunità parrocchiale, della cittadinanza di Rovigo in alcune circostanze. E’ bello entrare nel tempio della preghiera, coltivandola in famiglia, ma rendendola comunità liturgica nelle nostre chiese, cantando insieme le lodi di Dio e supplicando nell’umiltà l’intervento del Signore, perché possiamo essere sempre fedeli alla sua volontà.

Veniamo volentieri nel tempio della preghiera perché sappiamo che la preghiera eleva l’anima a Dio; la preghiera è quella forza spirituale che ci permette di guidare il timone della vita verso l’approdo dell’eterna salvezza. Chi prega ha le mani sul timone della vita, non ha le mani fiacche, abbandonate, pigre, ma ha le mani puntate per dare l’indirizzo giusto alla vita cristiana, che deve essere bene vissuta: carità realizzata. Allora, la mano che prega dirige il timone di questa mistica nave verso il porto dell’eterna salvezza. Coltiviamo la preghiera: senza contemplazione non c’è missione, non c’è apostolato.

Il convegno di Palermo ci ha richiamati a questo valore essenziale. La spiritualità, fortificata dalla preghiera, diventa l’energia necessaria per sviluppare la comunione nella Chiesa e per promuovere la missione del Vangelo nella storia, nella civiltà, nella nostra società, che ha estremo bisogno di ritrovare punti di riferimento per non essere abbandonata all’odio, alla prepotenza, all’ingiustizia, alla corruzione. Entriamo sempre volentieri nel tempio della preghiera, per santificarci.

Il tempio del lavoro

Poi viene il tempio del lavoro, del sacrificio, della fatica, dell’impegno professionale. Non possiamo rimanere sempre in chiesa, tra le pareti del tempio; non possiamo rimanere sempre inginocchiati a pregare; nel nostro caso, abbiamo l’attività professionale, abbiamo il servizio al prossimo, il lavoro al nostro banco. Portiamo il senso cristiano quando noi siamo applicati al lavoro, alla fatica. Portiamo il senso cristiano: allora la nostra fatica è gradita al Signore, il nostro lavoro si coniuga con la preghiera e il Signore guarda a noi, che fatichiamo in questo cammino, in questo impegno, per la famiglia, per il bene dei fratelli. Il Signore sarà contento di noi perché quando esercitiamo il lavoro, siamo nella giustizia e siamo guidati dalla retta intenzione per promuovere il bene della persona della famiglia e della società. Entriamo volentieri nel tempio del lavoro, del sacrificio, con la retta intenzione, non per guadagnare soldi, per essere superiori agli altri ma per essere fedeli alla consegna ricevuta dal Signore e così esprimere la nostra testimonianza cristiana nell’umiltà, nella fatica, nel servizio, guardando a quel Signore Gesù, che ha passato trent’anni nell’umiltà e nel lavoro e ha detto: “Non sono venuto al mondo per essere servito, riverito, ma per essere il servo dei beni spirituali di ogni uomo”.

Il tempio del dolore

Entriamo nel tempio del dolore, entriamo certamente con fatica, ma con la fede cristiana, con la luce della carità. Entriamo nel tempio del dolore, dove ci sono gli anziani in solitudine, gli ammalati dell’ospedale, gli handicappati nella loro situazione. Noi siamo cristiani con gli occhi aperti per scoprire tanti dolori e drammi, siamo cristiani dal cuore sensibile, per compiere il servizio indicato dal buon samaritano e cerchiamo allora di portare conforto ed aiuto dove c’è la povertà, la privazione, la sofferenza, dove ci sono le pene interiori, le malattie del corpo, le sofferenze dell’anima.

Dobbiamo entrare con fede, con cuore generoso. Nel tempio del dolore ci sono ancora tanti drammi. Non pensiamo che il progresso abbia eliminato la povertà, non pensiamo che la scienza abbia sconfitto tutte le malattie. Allora, c’è spazio, grande spazio, per esercitare la carità.

Come faceva il Signore Gesù, che era circondato dalla folla, che era raggiunto da tanti che volevano toccare il lembo della veste per essere guariti, così anche noi esprimiamo la nostra vita cristiana nella carità. Conosciamo bene la pagina evangelica: tutto quello che faremo per il povero, per l’affamato, per l’abbandonato, per accogliere il lavoratore terzomondiale, per confortare i nostri fratelli sofferenti, il Signore lo ritiene fatto a sé.

Quando noi siamo vicini all’ammalato che soffre, all’anziano in solitudine, all’handicappato che cerca la nostra presenza, quando siamo vicini alle persone che soffrono, noi siamo vicini a Dio e il Signore ci darà una grande ricompensa. Allora: “il nostro bene stare vicini a Dio”, “il nostro male sarebbe la ribellione, il peccato, la fuga da Dio”!

Patto di alleanza

Vogliamo essere vicini al Signore?
Consegniamo il nostro patto di alleanza alla sua infinita bontà e onnipotenza: noi accettiamo l’invito che ci viene rivolto dalla parola di Dio e vogliamo mantenere questa vicinanza spirituale attuandola nel tempio della preghiera, nel tempio del lavoro, nel tempio del dolore.

S.E. Mons. Martino Gomiero
Vescovo di Adria – Rovigo