STORIA DI UN PROCESSO
Imputata Maria Bolognesi

di Tito Naria Sartori
edizioni MB, 2003
ISBN 8875050058

Presentazione

Il processo per simulazione di reato intentato a Maria Bolognesi nell’ottobre 1948 merita una particolare attenzione, perché in esso sono chiaramente manifestate tutte le situazioni negative che nel decorso del tempo andarono accumulandosi su di lei sia da parte della popolazione civile in genere (non solo dei compaesani), che da parte di alcuni appartenenti all’ambiente ecclesiastico.

Si leggono come in falsariga i tanti avvenimenti, non sempre positivi, che circondano le celebrazioni processuali. In certo qual modo il processo che stiamo per esaminare, racchiude in sé, conglobati in un assieme unico, elementi disparati, alcuni dei quali si rifanno ai sentimenti più bassi dell’uomo, altri, invece, appaiono forte dimostrazione di coraggio e di difesa della verità, soprattutto quando questa riguarda delle persone deboli, emarginate da coloro che nella civile convivenza detengono il potere sia civile che ecclesiastico.

L’ammirazione maggiore è senza dubbio riservata al Pretore, dr. Antonio Buono. L’umile magistrato che istruì e poi dibatté questa causa per tanti versi difficile, dimostrò una saggezza, una intelligenza, un senso di giustizia e di umanità che veramente oggi appaiono rari. Egli, ad un primo approccio, avrebbe avuto tutti gli elementi per condannare la Bolognesi. Si rimane stupiti come abbia saputo cogliere, nella fitta trama di indizi, il filo di Arianna che congiungeva la verità di una vita onesta osteggiata – si spera in buona fede – da persone che fecero di tutto per distruggere la Bolognesi, e seppe cogliere questo filo districandolo tra una selva di situazioni che paradossalmente apparivano dirompenti e chiaramente contrarie all’imputata.

Dobbiamo ringraziare la signora De Giuli Lucia, perito del tribunale di Rovigo, per averci fatto conoscere le carte processuali. Dal diario della Bolognesi del 25 novembre 1958 veniamo a conoscere l’esito negativo delle ricerche del fascicolo contenente il processo intentato contro di lei, ricerche effettuate dal maresciallo Murmora Vincenzo presso il casellario giudiziario del tribunale rodigino. Non sappiamo a nome di chi il Maresciallo abbia agito. Essendo egli amico della Bolognesi, ritengo non improbabile che la commissione possa essere partita da mons. Adelino Marega, Direttore spirituale di Maria, al fine di accertare la verità di ciò che egli aveva letto da pochi mesi nel racconto diarista della figlia spirituale. Nel diario del 25 novembre 1958 è riportato l’esito di quelle ricerche:

«In questi giorni stanno ricercando in tribunale per il processo che mi è stato fatto il 25.10.1948. Mi hanno dato una carta scritta che diceva così: certifico di tutte le iscrizioni esistenti nel casellario Giudiziale. Si dichiara che nulla esiste. Quando il mio benefattore mi consegnò la carta dice: Sorella Maria, non esistono neppure tracce sul suo processo. Almeno sapere in quale forma è stato fatto. Fratello la forma l’ho raccontata tante volte, la verità è sempre quella. Io non sono stata assolta per insufficienza di prove. Sono stata assolta con formula piena. Signorina nel Casellario non risulta neppure di essere stata assolta. Non abbiamo trovato nulla, nulla».

Non sappiamo se il maresciallo Vincenzo Murmora abbia proseguito le ricerche. Da quanto suesposto, l’investigazione si diresse sull’oggetto sbagliato e pertanto il ritrovamento delle carte processuali si rivelò sempre vano. Soltanto coloro che conoscono bene la prassi giudiziaria sarebbero stati in grado di districarsi nel caso in parola. La signora De Giuli Lucia, perito appunto del tribunale, non credette alla introvabilità della sentenza concernente il caso Bolognesi, e chiese l’autorizzazione a procedere nella ricerca. Il «Centro Maria Bolognesi», anche se incredulo, concesse volentieri l’autorizzazione. Sapendo che nel casellario giudiziario si conservano unicamente i certificati penali, ella diede per scontato l’impossibilità di trovare in esso qualcosa, perché l’imputata fu assolta per non aver commesso il fatto, non per insufficienza di prove. Di conseguenza, la prima ricerca della signora De Giuli si indirizzò alla Cancelleria del Tribunale, dove si conservano sempre le sentenze. Qui lei rinvenne la sentenza emanata dal Giudice Antonio Buono il 25 ottobre e depositata in Cancelleria l’8 novembre dello stesso anno. Ben sapendo che la documentazione attinente alle indagini preliminari e al dibattimento stesso delle cause penali è conservata nell’Archivio di Stato, al medesimo ella diresse le proprie ricerche, ritrovando sia il fascicolo dell’indagine preliminare del 17 marzo 1948, sia quello dibattimentale del 25 ottobre seguente. Le ricerche si conclusero il 29 maggio 2003 per il ritrovamento della sentenza e il 4 giugno, sempre del 2003, per la documentazione rimanente.

Finora conoscevamo soltanto la versione processuale redatta nel diario dalla Bolognesi. Confesso che la curiosità di leggere le carte processuali fu in me fortissima, perché desideravo conoscere la diversità tra lo scritto di lei e la scrittura degli stessi eventi da parte di persone estranee agli avvenimenti. C’erano dei particolari, nella versione dell’imputata, che lei non avrebbe potuto conoscere, perché totalmente digiuna di conoscenze giuridiche, in particolare di quelle attinenti alla prassi giudiziaria. Il confronto tra il testo redatto da lei e quello vergato dall’ufficiale giudiziario non solo non si oppongono, ma si completano, essendo più ampia la versione del dibattimento nelle pagine del diario che non nel fascicolo del Tribunale.

E’ a tutti noto che ogni processo è come una valanga che porta a valle tutto ciò che incontra sul proprio cammino. Accostarsi alla documentazione processuale a distanza di 55 anni, significa rivivere situazioni ambientali che ci precedettero di oltre mezzo secolo. Per tale motivo, prima di aprire il fascicolo, è quanto mai opportuno ricostruire, almeno parzialmente, le vicende di quel periodo.