Licia Bolognesi

Pellestrina, 7 agosto 1989

Mia zia Maria

Persona meravigliosa, che ha guidato i miei giorni d’infanzia e in parte dell’adolescenza.

A Rovigo e in tante città d’Italia, la conoscevano in molti.

Ricordo tante lettere che arrivavano a casa sua e rivedo lei, seduta al suo solito posto, in cucina, intenta a scrivere, sommersa da carta da lettere, nomi e indirizzi.

Così lei comunicava con il mondo: scrivendo, telefonando e ricevendo un gran numero di persone che poi, non so come, diventavano per me uno zio, una zia, un nonno…

I miei parenti aumentavano ogni volta che mia zia conosceva ed amava una persona nuova.

Fra le tante, una in particolare ebbe un grande significato per me: la zia Zoe, che visse gran parte della sua vita con mia zia Maria; loro, insieme, coltivarono i miei anni, dando un’impronta decisiva alla mia vita.

Colgo oggi, che sono donna e mamma, l’essenza della educazione di mia zia Maria; (lei) era molto severa, intransigente, ma allo stesso modo, dolce e affettuosa.

(Lei) Mi ha insegnato a guadagnarmi mete e soddisfazioni, trasmettendomi tenacia e perseveranza nelle cose.

Dal suo stile di vita ho imparato a perseguire i miei obiettivi senza disistere, affrontando le difficoltà e i disagi.

Così era lei; così doveva essere fatto, perchè era buono e giusto, e mi diceva: “devi sopportare piccoli disagi, per imparare quelli più grandi della vita”; e ricordo cappellini che non sopportavo, ma che portavo lo stesso, calze di lana, che non mi piacevano… .

Così sono e, l’amo tanto per questo.

Io partecipavo a quasi tutte le sue attività; nel periodo natalizio, l’aiutavo a fare il presepio; mi insegnava a collocare case, pastori, alberi, secondo la logica della profondità e della distanza.

Nel suo ingegno ogni elemento del presepio aveva un ruolo, un posto ben preciso.

Ricordo che un giorno ebbe l’idea di apportare delle modifiche e cominciò a dipingere, su un pannello piuttosto lungo, il paesaggio e il cielo: lo stesso sfondo, che si vede ancora oggi.

Lei rimaneva, per ore, china per terra, quasi stesa sul pavimento della soffitta, a creare quelle forme, a realizzare quei colori.

L’amore per la pittura nacque in lei qualche anno prima, quasi improvvisamente; allora avevo, forse, sei, sette anni; un giorno mia zia portò a casa tele e colori e disse: “devo fare dei quadri”.

Il suo primo lavoro fu uno stormo di uccellini variopinti: quel quadro è, fra i tanti, il mio preferito, perchè l’ho visto nascere e realizzarsi sotto i miei occhi e il mio stupore.

Mi dicevo infatti: “come può dipingere così bene se non ha mai preso in mano un pennello in vita sua?”

L’ammiravo, mi stupivo e imparavo da lei ad usare pennelli, colori e fantasia.

Ancora oggi amo esprimere pensieri e sentimenti attraverso la pittura.

Cara zia, così dinamica, attiva, prodiga verso tutte le persone, soprattutto quelle bisognose di cose materiali e più spesso di spirito e moralità.

Lei era una sorgente inesauribile di amore e diponibilità.

La sua casa era un centro di raccolta di vestiario, cibo, denaro, che lei distribuiva ai più bisognosi.

Si spostava spesso da una famiglia all’altra, portando comprensione ed aiuto.

Ero con lei quando andava a far visita ad una delle tante famiglie povere; ricordo che incontravo spesso dei bambini, che mia zia amava moltissimo.

Con i bimbi mia zia era sempre molto dolce ed affettuosa ed io mi sentivo privata del suo amore e delle sue attenziopni: ero, insomma, gelosa di lei.

Avevo però il pudore di non esprimere questo sentimento e sapevo che lei era di tutti e per tutti.

Ne soffrivo, ma l’ammiravo.

Un giorno mi commossi quando venne a casa sua un povero.

Aveva degli stivali di gomma che gli arrivavano fino al ginocchio; poveretto, pensai, quei calzari non erano proprio adatti per affrontare l’inverno.

Mia zia l’accolse nella sua casa, come se fosse stato un parente, che finalmente veniva a far visita; gli diede del latte con pane biscotto e lui mangiò, seduto di fronte a me, in cucina.

Mi estraniai un attimo dai compiti scolastici e guardando quel vecchio pensai che aveva bussato alla porta giusta.

Quando se ne andò, mia zia gli regalò un paio di scarponi pesanti.

Mi commossi quel giorno e capii quale persona avevo accanto come esempio di carità e apertura per la gente.

Ogni volta che vivo e vedo la carità concretizzarsi, ritorno, con il ricordo, nella cucina di mia zia.

Cara zia, scevra di limiti ed egoismi, fornita di un cuore così grande, da contenere tutte le emozioni, le paure, i bisogni che la gente le poneva a piene mani.

Quando, ormai gravemente malata di cuore, mia zia fu costretta a rimanere in casa, continuò la sua opera di bene, avvalendosi dell’aiuto di persone volonterose, che distribuivano, per lei, i pacchi ai poveri.

Non si diede per vinta nemmeno nella difficile situazione di cardiopatica; credo però che il fatto di non poter più raggiungere personalmente le famiglie bisognose la facesse soffrire molto.

Il “devo fare, devo andare”, non finiva mai di eccheggiare nella sua mente e le sue mani cominciarono a dar vita a quel giardino di casa sua e a costruire la dolcezza dei canti per il Signore.

Imparò a suonare il pianoforte e la chitarra e pregava Dio con le sue canzoni.

Zia Maria, resta sempre con noi.