Omelia di mons. Daniele Peretto – 17 gennaio 2004

Chiesa di San Giorgio di Dello (BS)

L’evangelista Giovanni ci parla delle nozze a cui Gesù partecipa insieme ai suoi discepoli e alla madre sua, Maria.

Giovanni inizia con un prologo il suo Vangelo, nel quale con parole puntuali, descrive il Natale: “il Verbo si fece carne”; in questa espressione c’è tutta la storia, che viene scritta in quella grotta; continuando, con parole sofferte, ci informa su tutto il disagio che si matura nei confronti di quel Bambino che è nato, e nei confronti della sua famiglia, e dice: “venne tra i suoi ed i suoi non l’hanno accolto”.

Solo dopo questa premessa, l’evangelista Giovanni dà inizio al suo Vangelo, meglio comincia a parlare della vita pubblica di Gesù invitandoci ad entrare in un contesto umano singolarmente gioioso: si tratta di una festa di nozze, le nozze a Cana di Galilea.

Ci sono tante cose da considerare nella scelta che fa Giovanni; ci ha parlato che Dio fatto uomo, nato a Betlemme, non ha conosciuto accoglienza, che i suoi non Gli hanno riservato alcuna attenzione, anzi per Lui c’è stato solo rifiuto; eppure egli comincia il suo racconto su Gesù con un evento di gioia.

Giovanni conosceva quanto e come la persecuzione pesava sulla comunità dei cristiani: i dodici, i chiamati da Gesù direttamente avevano quasi tutti conosciuta l’esperienza del martirio; lui stesso, Giovanni, ha subito prove non piccole; tutto questo non lo condiziona, non gli impedisce di cogliere tra le righe di disagio, che possono fare storia, aspetti positivi, che danno senso genuino alla vita.

Mi sembra di potere e di dovere cogliere un puntuale insegnamento in questa scelta di Giovanni; noi, spesso, siamo diversi da lui; noi, di fronte a quanto si presenta sul nostro cammino con uno spessore di difficoltà, finiamo per conoscere crisi, che ci tolgono serenità, che mortificano la speranza e compromettono la compostezza, il rispetto sia nel rapporto con noi stessi, sia nel rapporto con gli altri, dando, in questo modo, maggiore spazio al disagio, al difficile, che ci sta attorno perché, con le nostre mani ci consegniamo disagio e sofferenza e li distribuiamo attorno a noi nell’ambiente che abitiamo.

Impariamo dall’evangelista Giovanni a lasciarci conquistare dai segni di bene, che ci sono, anche se non sempre si presentano con clamore – il bene solitamente non fa chiasso – e facciamoci, con continuità, con il nostro modo di vivere indicazione, che ci sono percorsi da fare, che è utile fare, che è necessario fare perché la vita non risulti appiattita o non venga impoverita e vanificata.

Forse abbiamo fatto abitudine al racconto di Maria presente alla festa di nozze a Cana di Galilea; apprezziamo di sicuro l’intervento che Lei fa nel momento in cui si accorge della situazione di disagio in cui rischiano di venirsi a trovare quei due novelli sposi.

C’è una grande consegna nella sottolineatura che fa l’evangelista: Maria è accanto a suo figlio Gesù; il suo intervenire su Gesù inizialmente è fallimentare; sembra che tutte le porte siano chiuse, ma non è così; l’intercessione della Madonna ha il risultato positivo: torna ad esserci il vino; il disagio, che per la mancanza di vino poteva esserci, viene cancellato; l’intervento di Gesù ricompone il clima della gioia.

Nella nostra vita che conosce, non poche volte, malinconia, tristezza e sofferenza dovremmo dare posto alla Madonna; affidare a Lei la nostra storia; dare a Lei l’opportunità di essere a nostra disposizione; potremmo, anche noi, avere Gesù dalla nostra parte perché Lei lo ha, con premura e forza materna, orientato ad impegnarsi per noi.

Nel modo però di intervenire di Maria c’è qualcosa che impegna personalmente ognuno di noi.

L’intercessione della Madonna funziona, Gesù compie il miracolo, ma perché? Perché i servi fanno come li ha orientati la Madonna, Lei dice loro: “fate quello che Egli vi dirà”.

È in questo contesto, è in questo clima di relazione spirituale che la vita, la nostra vita, con tutto il difficile che conosce, potrà gustare il sapore della gioia.

Ancora un pensiero, una riflessione. I servi hanno attinto acqua, e l’acqua da loro attinta, ora è vino di qualità: Gesù ha fatto il miracolo.

Gesù, oggi come ieri, ha bisogno di servi, ha bisogno di acqua; i servi possiamo essere noi che continuiamo a dare spazio di grazia a Gesù; l’acqua da mettere a disposizione di Gesù, l’acqua, che Gesù può mutare in preziosità gradita, saranno i nostri piccoli sforzi, le nostre generosità, i nostri impegni vissuti con amore, fatti ed espressi con generosità, che offrono a Gesù l’opportunità di continuare ad essere attivo nel nostro mondo; consegneremo la nostre mani a Gesù, meglio il nostro cuore perché il bene che Lui ha compiuto divenga realtà anche nel nostro presente.

Quell’acqua, cambiata in vino alle nozze di Cana, sarà fatto vero anche nella nostra quotidianità, non solo però attorno a noi, nell’ambiente in cui viviamo, ma anche in noi, nella nostra persona, nel nostro intimo, quando noi, ascoltando il Signore, lasciandoci programmare dalla sua Parola, facendo tesoro dei suoi insegnamenti lottiamo contro il male che è in noi, raddrizziamo le cose storte che abbiamo seminate, estirpiamo i sentimenti che tolgono trasparenza e vitalità alla nostra vita.

Forse, tante volte abbiamo esperimentato che il miracolo è stato vero anche per noi; che anche in noi Gesù ha creato i prodigi di amore che Lui sa fare; ma ci siamo accorti che questo è avvenuto perché ci siamo decisi di ascoltarlo.

mons. Daniele Peretto