Omelia di mons. Dino De Antoni – 21 ottobre 1997

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo

L’andare cristiano

Ci ha raccolti qui insieme il 73° anno di nascita della Serva di Dio Maria Bolognesi, per celebrarne la memoria, per ringraziare del dono, per sostare davanti al mistero di una vita vissuta in Dio.

Il brano di Luca (1, 39-45) appena proclamato, ci ha ricordato come Maria si mosse in fretta verso una città di Giuda, immediatamente dopo l’annuncio dell’Angelo.

L’evangelista ci ha presentato così la Visitazione, come cifra della vita cristiana, vista come un “andare”, l’andare della carità, l’andare come dimensione dell’essere cristiani, dell’essere per gli altri: disponibili a servire il Figlio dell’uomo, nella gratuità e nell’umiltà.

Ma sostiamo sul testo:

Maria va, “dimorando” nella carità di Cristo

Il suo viaggio fino a Ein Karin è l’andare stesso del Salvatore, è l’andare con il Salvatore, in comunione con Lui.

Non c’è comunione più intensa di quella che muove una madre col bimbo che porta in grembo.

Il muoversi di lei è il muoversi di lui, il dimorare di lui è la condizione dell’andare di Maria.

Dove va la madre va il Figlio: è impossibile dividerli.

Dimorano insieme condividendo la carne e il sangue, lo spazio e il tempo.

É quel dimorare che Cristo richiederà, divenuto adulto, ad ogni discepolo.

Maria va, “contemplando”

É quello che esperimenta ogni madre: il bimbo che porta nel grembo è l’oggetto delle riflessioni, dei pensieri, delle paure e delle angosce.

É l’oggetto dei sogni, dei movimenti, del cibo, del muoversi.

Quel bimbo è il centro della contemplazione.

E questa contemplazione avviene mentre egli prende la forma di uomo in Maria, mentre realizza la comunione con lui.

Maria va, “ubbidendo”

É spinta dall’interno, va verso la cugina perché urge, la spinge la carità di Cristo.

É un andare “ubbidendo”, cioè andare non per noi, ma per lui, per gli altri; un andare fino agli spazi del dolore, dove non si va più, ma si sta, come lei, ai piedi della croce.

Se l’andare è una chiave di lettura della vita cristiana, allora è bello rileggere la vita di Maria Bolognesi come un andare:

É un andare contemplando il Signore Gesù, bambino nel presepio.

Estaticamente coinvolta nella contemplazione del Figlio di Dio, il suo cuore piange per tante miserie nel mondo (P.Tito Sartori, “Maria Bolognesi”, pag. 93), ci dice il suo biografo, lo prende tra le sue braccia, rivolgendogli affettuosissime parole di amore (ivi).

É un andare contemplando fino a condividere emozioni e sentimenti, fino ai colloqui più intimi che i suoi scritti ci rivelano.

É un andare “dimorando nella carità” di Cristo, disponibile a servire come il Figlio dell’uomo nella gratuità e nell’umiltà: le persone verso le quali si dirige la sua carità furono i bambini, gli ammalati, specie se anziani e soli, coloro che soffrivano povertà materiale spirituale.

Sappiamo che ella accarezzava il progetto di accogliere persone povere al momento della dimissione dall’ospedale per prestar loro debita cura nel periodo di convalescenza.

É un andare “ubbidendo” al progetto di Cristo fino alla croce, condividendo le sofferenze fisiche delle ferite al costato, alle mani, ai piedi e vivendo l’agonia del Signore ogni venerdì santo (P. Tito Sartori, “Maria Bolognesi” pag. 103).

É obbedienza che le costerà cara, che metterà a prova la sua vita, che la portò alla croce.

E questo restare ai piedi della croce fu autentica testimonianza di fede, fiducia e abbandono.

Era giusto allora celebrare comunitariamente questo 73° anniversario della nascita, perché una vita cristiana non è mai una realtà isolata e marginale, ma tocca tutta la Chiesa.

Era giusto rendere visibili le meraviglie che Dio opera nella fragile umanità delle persone chiamate. Era giusto raccontare con spontaneità la benevolenza, la fiducia e l’amore con Dio che l’ha chiamata e il compito che le è stato affidato.

Facendo memoria di lei, ringraziamo il Signore per il dono di averla data alla Chiesa e ci inchiniamo di fronte al mistero di una vita che sfugge ai criteri mondani e che dice a noi tutti che la chiamata alla santità non tiene conto delle nostre origini, né della salute, né della scienza, né della forza, ma dell’amore di Dio per il quale nessuna porta, nessuna situazione, nessuna crisi, nessuna tentazione (nessuna possessione diabolica) è chiusa alla forza della risurrezione di Cristo se la nostra libertà cerca di sciogliersi davanti a lui.

Grazie, Signore, per i tuoi Santi!

“Il mondo ha bisogno di santi che abbiano un genio, come una città colpita da una pestilenza ha bisogno di medici” (Simone Weil).

Amen.

mons. Dino De Antoni
Amministratore Diocesano di Chioggia