Omelia di padre Aldo Brendolan – 30 gennaio 1997

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo

Come un fiore continua a mandare il suo profumo

Carissimi tutti, carissimo popolo di Dio, siamo qui per ricordare, dentro la celebrazione di una Santa Messa, la nostra sorella di fede, Maria Bolognesi, nel diciassettesimo anniversario di dipartita, una sorella che ha compiuto un lungo cammino e che ora attende – è nostra speranza fiduciosa – una possibile glorificazione anche sulla terra.

Iniziamo questo dialogo partendo dai testi liturgici proclamati, che si riferiscono alla celebrazione della Santissima Trinità. Nel Vangelo si parla di Cristo che – stando al testo di Matteo – sale al cielo da un monte della Galilea, dopo aver consegnato agli Apostoli il “potere” ricevuto dal Padre, con parole che sanno di testamento: «Tutto il potere che mi è stato dato ve lo consegno, ve lo affido. E’ un potere di perdono, di misericordia. Battezzate, inserite le creature nella Trinità, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Istruite, ministri di salvezza, le genti del mondo. Io sarò con voi. Me ne vado, è vero, nella mia forma umana, visibile; ma resto come nascosto, mi rivelo alla fede; sparisco come un chicco che entra nella terra e che ha bisogno di spuntare, di germogliare nel tempo. Io sono con voi. Sempre». E Cristo dà così l’avvio alla missione ecclesiale, una lunga storia di annuncio, di testimonianza di gioie e di dolori, una storia che stiamo vivendo ogni giorno, ancora oggi.

Nella prima lettura, la lettera di Paolo ai Romani – con un po’ di orgoglio potremmo dire una lettera scritta agli Italiani – si dice che gli uomini possono far parte della famiglia di Dio. Nella visione cristiana non abbiamo la Trinità da un lato – Padre, Figlio, Spirito Santo – e dall’altro lato la umanità, tutti noi. Nella fede, abbiamo come una alleanza, un matrimonio tra le due realtà, una unità che non deve conoscere divorzi. La realtà umana si può inserire, può entrare nello stesso mistero trinitario. Come Gesù ha un Padre, così ognuno di noi ha un Padre, lo stesso Padre di Cristo. Abbiamo anche lo stesso Spirito Santo di Cristo, abbiamo lo stesso spirito trinitario. Possiamo entrare nella casa, nell’abitazione della Trinità, essere “figli nel Figlio Gesù”. Questo mistero trinitario teniamolo presente in questa Santa Messa, è come lo sfondo su cui si deve muovere la nostra vita e su cui si deve innestare il ricordo di Maria Bolognesi, questa nostra sorella di fede.

Dire Trinità è dire Dio, con tutto il carico di mistero, ma anche con tutto il carico di problematiche sollevate soprattutto negli ultimi tempi. Il mistero di Dio…. Oggi si parla anche di una “morte” di Dio. “Dio è morto” ha gridato un filosofo, e molti sembrano accodarsi. Si parla pure di una necessaria “uccisione “ di Dio (Freud), così come il bambino che cresce a poco a poco “uccide” il padre per poter proclamare la propria dignità di creatura responsabile e adulta. La fede sarebbe solo un dato bambinesco, da sostituire con la ragione adulta e responsabile. Sganciarsi da Dio per proclamare la dignità dell’uomo: o Dio o l’uomo, questo il cammino che viene talvolta proposto. I risultati? Non sembrano molto lusinghieri, visto che stiamo assistendo – secondo molti osservatori – non alla morte di Dio, ma alla morte dell’uomo! Dobbiamo dire che Dio non è l’avversario dell’uomo, il suo nemico, bensì il suo sostegno e la sua spiegazione. Più sale Dio e più sale l’uomo; più sparisce Dio e più sparisce l’uomo. Sembra questa la verità ineluttabile.

Venendo a Maria Bolognesi, si deve dire con forza che Dio, soprattutto nella persona di Cristo, è stato il tutto di Maria, in Lui Maria ha creato il proprio sistema di vita.

Fratelli, io vengo da una terra lontana e vicina, al contempo; sono un prete diocesano vicentino che opera nell’Ecuador. Di quella terra lontana porto pure alcuni segni facilmente visibili: i paramenti sacri. I paramenti con i quali sono rivestito sono stati fatti dalle mani delicate delle suore clarisse di Guayaquil. Vedo, in questo, un collegamento con la Chiesa in cui stiamo celebrando, dedicata a S. Francesco di Assisi. Ci troviamo dentro il mondo francescano: clarisse e Francesco. Siamo in buona compagnia…

Maria Bolognesi sta entrando nella lontana terra dell’Ecuador, la sua conoscenza sta superando gli angusti confini in cui è vissuta. Maria sta scavalcando gli oceani, sta entrando nel sud america. Di recente, ho fatto tradurre il testo della vita di Maria Bolognesi “Donna silenziosa della carità” (“ Mujer silenciosa de la caridad “, in spagnolo) a beneficio dei vostri, dei nostri fratelli sudamericani, con dei risvolti e delle risonanze già positive….

Parlando più direttamente di Maria Bolognesi, devo ricordarvi che posso aprire solo poche finestre sulla sua vita, per presentare solo alcuni aspetti della sua poliedrica esistenza.

Mi rifaccio subito ad un testo di Mons. Balduin, steso nel 1985, cinque anni dopo la morte di Maria, avvenuta il 30 gennaio 1980. Ne ricordiamo oggi l’anniversario, un anniversario che sa più di vita che di morte. Questo testo ci offrirà alcune chiavi di lettura. Eccolo: “Chi la conobbe in vita e chi ne ha preso conoscenza in questi cinque anni che ci separano dalla sua dipartita la ricorda con gioia e riconoscenza, come modello di grazia che il Signore ha donato alla nostra terra. Essa fu un’anima eletta, che non apparteneva alla schiera di quelle che si santificano nello stato religioso; non era religiosa, non era suora, ma laica, di quelle che vivono la totale consacrazione con Dio nel secolo, in una forma di vita tutta familiare. L’amore di Dio in semplicità di cuore, la carità eroica verso il prossimo, le sofferenze, furono le note della sua spiritualità individuale ed ecclesiale. Il Signore vi aggiunse i doni mistici della partecipazione al dolore della sua passione. Infondeva salutari impressioni in chiunque si intratteneva con lei durante la vita, ed ora, come un fiore solitario, che continua a mandare il suo profumo verso quanti ad essa si avvicinano”.

Se a questo ricco testo di Mons. Balduin, biografo di Maria Bolognesi, affianchiamo l’affermazione di Padre Tito Sartori, postulatore della causa di beatificazione della stessa, secondo il quale Maria Bolognesi costituisce una figura singolare nel panorama della Chiesa italiana del ventesimo secolo, vi rendete conto di come il compito che mi è stato assegnato non sia dei più facili!

Mi permetto di porre accanto a queste affermazioni autorevoli una piccola immagine, l’immagine di una Maria pescatrice, sì, Maria “pescatrice” di uomini, rifacendomi alla vocazione degli Apostoli, pescatori del lago di Galilea: «Venite, vi farò pescatori di uomini» (Mc 1,17). Anche Maria, la piccola Maria, pescatrice per necessità a causa della fame dei fratellini nelle acque vicine a casa, è diventata, lungo il corso della sua vita, pescatrice di uomini. E mi pare che non abbia finito il suo ruolo di pescatrice, sta allargando la sua pesca. E mi considero anch’io dentro la sua rete….

Speriamo che Maria continui a pescare!

Io vorrei toccare, ora, tre aspetti della vita di Maria Bolognesi. In breve.

Donna del dolore

Maria viene quasi sempre rappresentata con un lungo abito nero. Le foto sono lì a testimoniare questo abbigliamento, che ha fatto mormorare, a suo tempo, molta gente. Per me, questo lungo abito nero rappresenta un segno di lutto, un lutto senza pause, senza intermittenze, il lutto per la morte di Cristo. Maria lo portava sul suo corpo, fattosi “alter Christus”. Sappiamo che molti sacerdoti e molte suore fanno lo stesso. Ma si tratta di un mondo, in qualche modo, clericale, istituzionalizzato. Ma che sia una laica a farlo… Maria sa che l’ora più tragica della storia fu quella della “morte” di Gesù, là sul Calvario. Ne porta il lutto, per sempre, anche perché lei è compartecipe a quella storia, la sta vivendo in sé. E ne porta i segni.

Nella sua vita si parla di un anello – dal ’42 al ’55 – fatto con cinque perle, rappresentanti le cinque piaghe di Cristo, che portava su di sé come dono del Suo Amato, e sottrattole perché «ormai nel tuo corpo ci sono le stigmate, i segni della Passione», inutile quindi essendoci la realtà. E si parla di un altro anello, più consistente, chiamato dell’ “Ecce Homo”, che porta l’effigie di Cristo sofferente e condannato (questo particolare mi richiama la piccola Teresa di Gesù, che era “di Gesù Bambino” e della “Sainte Face”, quella impressa sul lenzuolo della Veronica). Se tutto questo è autentico e viene posto accanto alle lenzuola che Maria avrebbe bagnato in un giorno di dolore e di passione.., allora si potrà veramente parlare di una Maria “donna del dolore”.

E mi permettete, su questo punto, qualche osservazione adatta a noi. Mi pare che l’uomo d’oggi non voglia cogliere, nel dolore, il dato salvifico che vi è nascosto. L’ora della morte di Cristo è l’ora della nostra salvezza. Dal seme sboccia la vita, proprio perché il seme, nella notte della terra, conosce la morte. E’ l’amore che fa questo. Morire per amore è aprirsi alla fecondità. E la risurrezione scaturisce proprio dalla morte. Se non c’è morte totale, non c’è risurrezione totale. Se non c’è morte profonda, autentica, totale, non c’è neppure risurrezione profonda, autentica, totale. Questo è il mistero della morte in visione cristiana.

Noi stessi sacerdoti – e mi compiaccio per la numerosa partecipazione di preti in questa celebrazione – dobbiamo ricordarci di essere nati attorno ad una morte, quella di Cristo, quando sono state pronunciate le parole creatrici «Fate questo – corpo donato, sangue versato – in memoria di me». Come sacerdoti siamo nati all’ombra del Calvario. Al Giovedì Santo, su quella mensa del Cenacolo, c’era già, sacramentalmente, il Calvario, il sacrificio del Calvario.

C’è da aggiungere a questo fatto che fonda il sacerdozio, anche la esperienza personale di ognuno di noi, una esperienza che può convalidare la stessa consacrazione sacerdotale. In questi giorni io ho celebrato il secondo anniversario di un fatto dolorosissimo succedutomi in Colombia, in seguito al quale porto trenta punti di sutura alla testa per una vasta ferita, il tutto accompagnato da tre giorni di coma totale. E sono qui, come risuscitato. Come sacerdote, sono anche figlio di quella morte che, per grazia di Dio, non è avvenuta. Qualche giorno fa ho avuto la grazia di poggiare la testa sulla pietra del santo Sepolcro, in Gerusalemme, ed ho detto al mio Gesù: «Signore, tu sei risorto dopo tre giorni; in qualche modo la mia esperienza si avvicina alla tua, anch’io ho avuto tre giorni di attesa per una vita che mi porto addosso. Grazie». Ed ho pure ricordato la mattina del 20 marzo di oltre vent’anni fa, quando dissi a mio padre morente: «Papà, sarò prete». Erano le sette, mio padre morirà un’ora dopo. Come prete, io sono nato anche dalla morte di mio padre. Moriva lui, nascevo io come prete. Un sacerdozio che conobbe la consacrazione l’anno successivo.

Quanti dolori segnano il nostro cammino. Non si deve vedere in essi solo tragedie che si potrebbero e dovrebbero evitare. Bisogna trasformarli in momenti di redenzione e di grazia. Cristo ci ha salvati, non andando in una discoteca, ma dall’alto di una croce, un momento di dolore diventato momento di salvezza, il più alto. Credo che ci sia una lezione in tutto questo anche per noi. E sappiamo che Maria Bolognesi stessa voleva essere compartecipe del dolore di Cristo, essere vittima con la Vittima Gesù.

E qui permettetemi un riferimento anche con il Natale da poco celebrato. Chi di noi non celebra con gioia il Natale? Pensiamo ai canti, agli angeli. Diventiamo tutti angeli a Natale, cantano tutti, bambini e grandi. Diciamo: “Cristo ti sei incarnato, ti sei fatto uno di noi. Cristo, sei entrato nel ventre di una donna, sei diventato fratello mio, sei sbocciato alla vita come me”. Ma io mi domando: quando Cristo si è autenticamente inserito nella vita umana, quando Cristo è veramente diventato mio fratello: a Betlemme o, piuttosto, sulla Croce, quando ha voluto condividere anche ciò che di più profondamente dolorifico c’è nella vita, cioè la morte? Ed aggiungo: “Gesù, tu sei mio fratello, sei mio compagno di strada, non solo perché sei nato a Betlemme, ma perché hai accettato di morire come muoio io. Non soltanto hai accettato di nascere – gioie delle mamme, il contorno sociale festoso – hai anche accettato di morire, sei entrato dentro la mia storia quando hai accettato il silenzio della morte, lo sparire della morte, il freddo della morte. Sei veramente mio, mio fratello. Grazie, Signore”. C’é un legame tra Betlemme e Calvario, tra la nascita e la morte. Uno muore, proprio perché nasce. La cosa sembra lapalissiana, ma spesso non è così. E devo aggiungere: “Se muoio proprio perché nasco, so che rinasco quando muoio, perché nasco alla vita eterna, a quella che non ha tramonti, a quella che non ha confini”. C’è l’aldilà, il “màs allà”, dicono i miei equatoriani, e me l’hanno ripetuto alcuni giorni fa, quando, con i vestiti sporchi di sangue, ho assistito un giovane – 16 anni! – ucciso violentemente a due passi dalla parrocchia. La vita ha la vittoria, anche sulla morte, soprattutto se è vissuta in Cristo. Tu, Dio, sei diventato uomo come ognuno di noi, a Betlemme, ma hai realizzato in pieno la tua incarnazione proprio là, sul Calvario, quando sei morto come ognuno di noi, quando hai preso su di te le tragedie umane, i silenzi umani, i problemi umani. Ti sei veramente fatto uno di noi!

Riavviciniamo Maria Bolognesi a questo mistero di dolore di Cristo. Maria è donna di dolore, un dolore vissuto anche in queste vostre strade, nella vostra città, non molto lontano da questa chiesa, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Donna del dolore, perché donna della risurrezione.

Perché se è vero che il dolore uccide, è pur vero che l’amore dà fecondità. E’ il mistero del chicco di grano che muore per dar la vita. Si può quasi dire: “Ben venga la morte se è la strada della vita”. La morte si copre così di speranza. Per Maria Bolognesi fu così. Può esserlo per ognuno di noi.

Donna “laica”

Vorrei ora toccare quel punto sottolineato dal testo di Mons. Balduin, quando afferma che Maria non apparteneva alla schiera di quelle che si santificano nello stato religioso, bensì nel secolo, nel mondo. Maria fu una laica.

La nostra è un’epoca forse difficile, contrassegnata da mille contrasti. Ma, ecclesialmente, di certo è un’epoca contrassegnata dal “ricupero” laicale. E’ il momento del laicato. Io laggiù, nel lontano Ecuador, devo far riferimento a Santa Marianita e alla beata Narcisa di Gesù, vissute in epoche diverse, ma due laiche che hanno portato la santità nel tessuto normale della vita. Si tratta di due giovani, non consacrate con i voti, vissute nel secolo, come si dice, e che hanno realizzato la propria santità fuori dai chiostri. Il Concilio – nel documento Lumen Gentium – lo ha detto chiaro: tutti sono chiamati alla santità, preti e laici, giovani e vecchi, sposati e non sposati… La santità non deve abitare solo tra le claustrali, solo in chi pronuncia i voti di castità, povertà ed obbedienza, non deve svilupparsi solo nel mondo della vita religiosa o clericale. E’ una esigenza ecclesiale. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica che annuncia l’impegno della Chiesa alle soglie del terzo millennio, raccomanda alle Diocesi di raccogliere le testimonianze di santità delle persone laiche, sposate o no, per porre in risalto tale santità nella storia del mondo attuale. Una santità, quindi, che deve riscontrarsi ovunque c’è la vita, una santità che deve scendere sui campi di giuoco, nelle famiglie, che deve annidarsi nei giovani, che deve entrare nel rapporto d’amore. Ovunque. Una santità “laicale”. La Lumen Gentium lo ricorda: non c’è una super Chiesa, quella clericale, tutta impregnata di santità e di verità ed una Chiesa di poveri ammalati che sono i laici. C’è una unica Chiesa, immersa nella santità di Cristo e che conosce, contemporaneamente, la miseria del peccato. Siamo tutti partecipi del medesimo mistero della fede, anche se con ruoli diversi. Nello stesso documento – lo ricordo – il Concilio ha posto anche Maria, la mamma di Cristo, dentro il mistero della Chiesa, l’ha fatta nostra sorella di fede, anche se una sorella che ha già raggiunto il traguardo, una sorella che impersona addirittura la stessa Chiesa. Ma sempre dentro la Chiesa, sorella di fede, redenta dal medesimo Cristo. Abbiamo quindi una Chiesa variopinta, vestita dai colori della primavera, viva e vivace.

Maria Bolognesi ci dice: “Laici, siete chiamati alla santità, siamo chiamati alla santità”. Maria è un costante richiamo all’assoluto. Ed è un richiamo anche per noi sacerdoti che, talvolta, siamo vivaci nel bollare il male che c’è negli altri, che gridiamo alla mancanza di valori nella vita dei giovani, delle famiglie, dei…laici! E non badiamo abbastanza alle crisi che, talvolta, investono la nostra stessa categoria. Guardiamo a Maria, questa laica che ha vissuto senza mezzi termini la donazione a Dio. E vorrei aggiungere: se noi preti amassimo di più Maria Bolognesi, un pochino come lei amava i preti, se ci fosse tra la categoria sacerdotale ed il laicato questo intreccio di dialogo e di responsabilità auspicato da Maria, vissuto da Maria, che bello sarebbe. Noi sacerdoti non siamo invidiosi se una donna vissuta “nel secolo” è più santa di noi, se ci preoccupiamo di invocarne l’aiuto. No, non siamo invidiosi, ne dobbiamo essere solo felici. Noi vorremmo che questa santità laicale si moltiplicasse, vorremmo che questa donna che non ha conosciuto i voti classici della consacrazione religiosa e che è vissuta da laica, così come siete voi che ci guardate al di là di questo altare, fosse come moltiplicata da voi, continuasse a vivere in voi. Dateci una mano, diamoci una mano: un laicato che abbraccia la gerarchia, una gerarchia che abbraccia il laicato, tutti incamminati sulla strada ecclesiale della santità. Credo che qui ci venga assegnato un compito da realizzare.

Maternità

Richiamo ora un terzo punto. Maria Bolognesi si sente chiamata ad una vocazione che potremmo chiamare “vocazione materna”. La fa camminare su questa via proprio la sua verginità stessa, che è donazione a tutti, senza esclusione di nessuno. Mi appello anche ad un episodietto personale per far capire la cosa. Noi sacerdoti, qui nelle nostre terre, siamo interpellati con il “don”: don Giuseppe, don Antonio, don Renzo ecc. Nel mondo sudamericano il “don” sparisce, sostituito dalla parola “Padre”, nella sua forma più simpatica di “Padrecito” (piccolo Padre). Quando in Ecuador mi sento chiamare “Padrecito, Padrecito…”, soprattutto dai bambini, io rispondo istintivamente “Hijo mio, hija mia” (figlio mio, figlia mia). Nasce così una connivenza di ordine familiare. Questa connivenza è più facile stabilirla quando ci sono bambini.

Ebbene, credo che in Maria ci fosse questa capacità affettiva di sentirsi “madre”, soprattutto nei riguardi dei bambini. Anche perché Maria Bolognesi stessa ha vissuto un’infanzia speciale, segnata da situazioni spesso gravi ed importanti. All’età di soli cinque anni – l’età dei giocattoli! – formula una consacrazione a Dio, ripetuta poi ad otto ed a dieci anni. La piccola Maria sembra più matura dei suoi poveri anni. Sappiamo poi che si occupa dei bambini di una sua scuola materna, oltre che a quella di suore; sappiamo che si butta in un fossato per salvare un bambino. La vita di Maria è ritmata spesso sui bambini, senza escludere un bambino speciale, il Bambino Gesù, dato che sappiamo il suo amore per i presepi e, in genere, per il Natale. Nella sua ultima casa, quella che le è costata anche tante amarezze e sacrifici e dove è volata al cielo, quella in Via G.Tasso, troviamo appesi alle pareti molti quadri, di stile un po’ naif. In essi quanti bambini ci sono! Maria è una donna che ha avuto viscere materne. Lei ha condiviso solo con Cristo la sua maternità, dato che il suo corpo vergine non apparteneva ad altri che a Lui. E voleva arrivare a tutti, essere, in qualche modo, “tutti”. Riporto un passo del suo diario, è del 1959: “Gesù, io vorrei essere sacerdote, per tenerti sempre stretto a me; vorrei essere suora, per farti amare dalla comunità di anime sante; vorrei essere medico, per dire a tutti che la scienza umana, senza la mano di Dio è come un pugno di polvere buttata al vento; vorrei essere maestra, per dire a tanti bambini che Gesù vuol essere amato da tutti. Gesù, i miei occhi siano tuoi e non rimanga ombra di peccato; pure le mie orecchie non odano altre cose se non le miserie dei fratelli, per dire loro che tu desideri amore e penitenza; la mia bocca non parli di altre cose se non dell’amore tuo per noi; le mie mani sappiano lavorare per i poveri e per accarezzare tanti ammalati di anima e di corpo; i miei piedi sappiano camminare per cercarti anime e portarle al tuo cuore tanto addolorato; la mia mente non rimanga mai confusa ascoltando tante miserie, fa’ che tutto passi come nulla ascoltassi, sapendo amare e perdonare; il mio corpo sia tuo, per servirti come a te piace. Gesù, mentre ti parlo mi accorgo che sono una piccola ombra, incapace di tutto “.

Questo farsi tutto a tutti, quasi per invadere il mondo intero, per non lasciare un solo angolo privo dell’amore; avere un cuore grande come la stessa storia, come l’universo immenso, abbracciando tutte le professioni, questa è Maria. Maria è come un urlo di maternità.

Mi permetto una osservazione sui bambini, una osservazione che si affianca a quanto detto. Oh questi bambini! E penso anche a Maria, la mamma di Gesù, che appare all’inizio di questo secolo a Fatima a dei bambini, ricordando che una di loro – Giacinta – ha solo sette anni! A loro Maria affida dei compiti immensi. E Lourdes? Lì vi troviamo Bernardetta, una ragazzina di tredici anni. Ci viene da dire: “Maria, non sei un poco pazza nell’affidare messaggi di penitenza, di preghiera, di conversione a dei bambini, addossando loro una responsabilità non adatta alla loro età? Affida i tuoi messaggi a universitari, a professori, a gente colta, a gente che può essere creduta per i suoi titoli, per le sue credenziali. No a dei bambini. Lasciali nella loro serenità, nei loro sogni, nei loro trastulli”. No, Maria non ci ascolta e non ci ascolterà. Per Maria, i bambini non sono solo dei contenitori di giocattoli e di storie. Per Maria, i bambini sono anche forti propulsori di messaggi di salvezza, portatori di novità cristiana. Sono importanti. Non c’è forse, in tutto questo, un messaggio anche per noi? Vi affido l’interrogativo. Nel frattempo, ricordo che Maria Bolognesi amava i bambini e tanto. E so, anche per esperienza diretta, che qualche bambino in questi giorni deve forse la vita a lei. La maternità di Maria sembra prolungarsi nel tempo. Cade dal cielo, continua a produrre vita.

Cari fratelli, credo che questa celebrazione liturgica di un Dio che è Padre, Figlio, Spirito Santo, di un Dio che è Amore ci abbia coinvolti tutti, sospingendoci ad entrare nel mistero d’amore di questa famiglia trinitaria. Questo Dio ha toccato anche il cuore di una donna, ne ha segnato anche il corpo. In Maria Bolognesi sembra essere presente soprattutto la seconda persona della Trinità, Gesù, in particolare nel suo mistero di incarnazione. In Maria c’è un cristocentrismo innegabile e fortissimo: Cristo centro della vita, il Cristo sofferente da riprodurre, un Cristo amico, un Cristo fratello. Troviamo Cristo nel diario, Cristo nei gesti, Cristo nelle parole di Maria. Cristo nel silenzio e del silenzio, Cristo nella contemplazione, Cristo nella preghiera.

Che il Signore, quest’oggi, questa sera, mentre ricordiamo il 17°anniversario della morte di Maria Bolognesi – una morte che è apertura sulla vera vita – ci conceda quelle grazie che ha concesso alla sua serva. Che il Signore tocchi un pochino anche i nostri cuori di credenti che fanno fatica, a volte, a camminare sulla sua strada. Amen.

Padre Aldo Brendolan