Omelia di padre Tito M. Sartori – 30 Gennaio 2004

Chiesa Parrocchiale di S. Sebastiano, Bosaro (RO)

Due parole sulla prima lettura mi pare doveroso dirle, perché Gesù si vantava di essere della progenie del Santo Re Davide, un Santo così vicino a noi nella colpa. Infatti, il brano che abbiamo letto, narra di lui due colpe gravissime. Il salmo responsoriale che abbiamo poi recitato: “Pietà di me o Dio secondo la tua santa misericordia, nella Tua grande bontà cancella il mio peccato”, è l’inno che, dalla profondità dell’abisso del male, del fango che circonda la natura nostra peccatrice, si innalza a Dio per invocarne la pietà e la misericordia. Questo inno il Padre l’ha accolto e ha mandato suo Figlio, che assumendo la natura umana nel grembo di Maria, e spegnendosi sulla croce, lascia a noi quella sicurezza di perdono e di misericordia che il salmo responsoriale ha così evocato con sentimenti di grande umanità.

Veniamo al brano evangelico. Si parla del seme che viene sparso sulla terra, che cresce, matura, diventa spiga, porta frutto; si parla ancora del regno di Dio, che è piccolo come un granello di senape e poi diventa albero su cui gli uccelli vanno a posarsi e a riposare.

Ebbene, cos’è il seme che cade sulla terra? Cos’è il regno di Dio? Il regno di Dio è la persona di Gesù, è Gesù il regno di Dio, che noi nel battesimo accogliamo, siamo noi la terra che accoglie quel seme. Deve talmente fondersi la nostra vita con la Sua da poter poi affermare ciò che Paolo dirà più tardi: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”.

Questa espressione di Paolo traccia l’itinerario e lo sviluppo di quel seme divino che è la persona di Gesù, che viene donata a noi nell’atto battesimale e che dovrà poi svilupparsi in pienezza, facendo della nostra vita un tutt’uno con la Sua: non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me.

Desidero darvi un segno di come Maria Bolognesi ha sviluppato questa profonda unità con Gesù, leggendovi un piccolo brano di una lettera che un amico suo le scrisse il 2 dicembre 1967. Questo amico aveva conosciuto Maria e Zoe nel gennaio del ’61, e nel ’67 scrive queste parole:
“Spero di potere passare a Rovigo mercoledì o venerdì pomeriggio e potervi riabbracciare dopo tanto tempo. Mi sembra impossibile che possa passare tanto tempo senza potervi incontrare, ma il pensiero è spesso presso di voi, come un tempo. Sarei felice potessero tornare i tempi di una volta, sereni e pieni di entusiasmo, nei quali, per merito vostro, mi sembrava così spesso di avere Gesù a tenermi compagnia”.

Il Seme accolto nel battesimo, cresce, e Maria diventa un tutt’uno con Gesù al punto che se ne accorgono anche gli altri, tanto da poter dire: “Mi sembrava così spesso di avere Gesù a tenermi compagnia”.

Prima vorrei dimostrare la crescita, la maturazione avvenuta in Maria Bolognesi, e poi lo sviluppo.

La crescita che consente di diventare una sola cosa con Gesù, consiste nella morte a se stessi, sull’esempio di Cristo, perché la cosa più difficile nella vita spirituale è dire di no a se stessi, e più si dice di no a se stessi, più si amplifica la presenza di Gesù nel nostro cuore.

Ed ora, per vedere come questa presenza di Gesù si sia amplificata nel cuore di Maria e come lei sia morta a se stessa per dare spazio a Gesù, vi leggo un brano di una lettera che lei scrisse a suo padre naturale il 15 ottobre 1969 (non al padre adottivo, Giuseppe Bolognesi, ma al padre naturale, che era nativo di questa parrocchia, cioè di Bosaro):
“Quando ero piccola, a soli 7 – 8 anni (quindi siamo nel ‘31 – ‘32) mentre i miei fratelli dormivano, le mie guance spesso erano solcate di lacrime, perché sapevo che duri sacrifici mi attendevano. Non sapevo né scrivere, né leggere, tutti andavano a scuola, mi paragonavo a Cenerentola. Però ho sempre cercato di piangere quando ero sola, per non fare soffrire nessuno.

Quando fui giovanetta capii di più, vedevo che tutti sapevano disimpegnarsi in tutto, io sola ero incapace in ogni cosa, ero timida, e lavoravo tanto, riposandomi solo due ore di notte, e questo lo feci da 9 anni, fino al 1955. Prò il papà che mi ha dato il nome – Giuseppe Bolognesi – è sempre stato tanto buono con me, anzi direi che aveva più premure per me che per i fratelli. Certo, mi sono fatta benvolere, anche i miei fratelli mi hanno sempre tanto amata, sono stata la loro sorella delle confidenze, e continuano a ricorrere a me, sono buoni e bravi ragazzi”.

Vi ho letto questo brano perché descrive bene le sofferenze che lei ha patito: “le mie guance spesso erano solcate di lacrime, perché sapevo che duri sacrifici mi attendevano”. Ebbene, questi duri sacrifici li spiega in una seconda lettera che lei invia al padre naturale il 15 dicembre dello stesso anno, li specifica con parole bellissime, che tracciano la figura spirituale e cristiana di lei adolescente. “… però, papà, quando in cinque o sei signore si univano per farmi avere un vestito – pensate la povertà! – non mi sono mai sentita umiliata. Gli uccelletti Gesù li ha vestiti con le piume, i gigli del campo si nutrono con la bellezza del creato; anche per me Gesù ha sempre pensato, magari scarsamente perché non mi allontanassi da Lui. Per sette anni ho avuto un sol vestito, quello mi serviva per tutte le stagioni, ed anche alla notte. Eravamo in cinque fratelli in un letto. Quando i fratelli erano addormentati, mi stendevo sulle pietre per dare più posto a loro; li sentivo dormire e godevo per loro. Nello svegliarsi sapevo che avevano bisogno di sentirsi accarezzare e circondare di affetto. Era bello, papà, fare da mamma a sei fratellini, accudirli in tutto, non ero mai stanca! Guardavo i loro occhi e mi sembrava di vedere delle perle preziose, erano bei bambini e buoni, correvano sempre da me, in ogni loro necessità. Ho cercato di dare loro quello che io non ebbi mai, però avevo Gesù con me, anche se il cuore piangeva. Con chi parlavo, avevo sempre un sorriso, una parola, una carezza”.

Questo brano è un capolavoro di psicologia, ma è un inno alla morte a se stessa che lei ha dato come prova a Gesù del suo grande amore. Ebbene, qual era il segreto di questa capacità di soffrire? Lo dice lei “avevo Gesù con me”!

Ebbene, il segreto di questa sua capacità di soffrire lo troviamo nella preghiera e nella fede. Ve lo voglio dimostrare leggendo un altro brano di un documento che lei scrisse per la Pasqua del 1970, un brano i cui destinatari non sono specificati, penso che fossero i suoi familiari. Comunque, il brano è questo:
“Io spesso vado davanti al Tabernacolo, guardo Lui che è il Padre di tutti. Lui guarda me. A Lui parlo di tutti, Lui mi ascolta. Mi attende per farGli queste suppliche, poi svolgo la mia giornata, Lui mi sostiene, mi dà forza e coraggio per andare avanti ogni giorno, giorno per giorno. Papà, fratelli carissimi, tutti abbiamo bisogno delle grazie di Dio. Per un pezzo di pane, se lo mangiamo, dobbiamo sempre ringraziare la Divina Provvidenza, che è sempre buona con noi. Attraverso la grande Sua misericordia, da soli sembra impossibile, neppure una sedia si può spostare. Questa non è grazia?”.

Qui si vede come lei per il suo tipo di preghiera avesse un rapporto speciale con Gesù: “Io spesso vado a trovare il Tabernacolo, guardo Lui e Lui guarda me, Gli parlo di tutti, Lui mi ascolta, mi attende per fargli queste suppliche”. In queste parole c’è un trattato sulla preghiera, e questo tipo di preghiera – “io guardo Lui e Lui guarda me” – nei trattati di Ascetica si chiama preghiera di semplicità, che è una delle forme più alte di preghiera. Come quel contadino che stava immobile per ore a guardare il Tabernacolo, e il Curato d’Ars gli chiese: “Perché fai così? Cosa dici? Come preghi?”; e lui rispose al santo curato: “Io Lo guardo, e Lui mi guarda”.

La nostra Maria Bolognesi non ebbe soltanto questo di particolare, ossia la sua vita di fede che la spingeva a guardare Gesù ed essere da Gesù guardata, ma seppe anche confrontare la sua vita con quella degli altri, perché, osservando la vita loro, aveva capito che se non c’è la fede, la vita è triste. Infatti, il primo novembre 1967 scrisse a una famiglia di cui era molto amica, che abitava in Toscana e che aveva dei problemi con i contadini comportatisi male nei confronti loro. Per confortarli, scrive: “Uno senza fede, sapete, è brutto come un debito, o meglio, come un réclame delle paure”. Stupenda definizione dell’uomo ateo, perché la sua vita non ha senso, il fluire del tempo si staglia in lui contro il vuoto della fede, il vuoto, il buio della nullità, una nullità che si proietta sulla sua esistenza e rende nullo e senza ragione tutto quello che fa: “E’ brutto come un debito”!

Ebbene, se questo è il rapporto di lei con Gesù, il modo con cui lei è cresciuta nella fede, tuttavia lei non è cresciuta soltanto nei confronti del Signore, è cresciuta anche nell’amore del prossimo. Vorrei dimostrarvi questo suo amore del prossimo, questo svilupparsi in lei della presenza del Signore, che diventa una presenza confortatrice non solo per la Bolognesi, ma anche per gli altri, i famosi uccelletti che si appoggiano sul seme di senape cresciuto e diventato albero.

Voglio leggervi ciò che una signora depose al processo. “Il primo incontro avvenne con Maria Bolognesi nel 1959, allorché, essendo io malata per anemia, attraverso una amica conobbi la Serva di Dio. Da quel momento nacque un rapporto di fiducia nei confronti di Maria, per cui, ogni volta che avevo un problema e che vivevo qualche difficoltà, fisica o spirituale, mi rivolgevo alla Serva di Dio, che sempre mi dava buoni consigli, e da quegli incontri uscivo sempre rasserenata, confortata e incoraggiata. Io non ho mai ricevuto da lei beni materiali, ma ho sempre avuto grande conforto dalle sue parole”.

Adesso vi leggo anche ciò che disse una teste che aveva avuto da Maria un aiuto materiale.

“Ho conosciuto la Serva di Dio negli anni ’70; mio marito aveva lasciato la famiglia nel 1969, ed essendo alcolizzato, cominciò a vagare per l’Italia e per il mondo. Io mi sono ritrovata da sola. Mi guadagnavo il pane facendo la domestica in varie famiglie a Rovigo, ma le necessità erano tante. Chiesi aiuto all’allora parroco del Duomo – la mia parrocchia – Mons. Rodolfo Martinelli, il quale, oltre che aiutarmi lui, mi disse che c’era una signorina che doveva farsi suora e che era anche vestita da suora, ma che poteva aiutarmi. Io gli dissi di mandarmela, e da quel periodo venne a trovarmi spesso, anche due volte la settimana. Quando veniva, mi portava da mangiare, da vestire, e qualche volta mi dava anche dei soldi. Mi diceva poi di avere tanta pazienza e di offrire le mie sofferenze al Signore. Desidero la canonizzazione di Maria in quanto è stata una persona che ha fatto tanto del bene, e io personalmente ho avuto esperienza di questa sua carità”.

Quindi, non soltanto ha avuto un rapporto d’amore con il Signore, ha avuto anche un animo sensibilissimo con il suo prossimo bisognoso, indigente.

Vorrei ora, nello svilupparsi della presenza del Signore in Maria Bolognesi, dirvi il segreto della riuscita di lei come cristiana. Vi dicevo prima il suo modo di pregare, ma il suo modo di pregare non era soltanto circoscritto alla preghiera, il suo modo di pregare rifletteva quello che lei viveva ogni giorno. Infatti, scrisse, il 2 febbraio 1969, a una persona in difficoltà: “Gesù dove lo metti? Io guardo sempre Lui, anche nei momenti più duri, e credi che Lui mi aiuta sempre”. Questo è molto importante.

Voglio finire leggendovi un altro brano sull’umanità di Cristo, per illustrare quale rapporto ci fosse fra Maria Bolognesi e l’umanità del Signore. Non per niente oggi ho scelto la messa del Preziosissimo Sangue. La seguente è una lettera che lei il 25 febbraio del ’69 scrive agli amici della Toscana:
“Devi sapere che Gesù, come uomo ha patito quando era nella terra e continua a patire spiritualmente per i nostri peccati. Per un mondo tanto cattivo è un continuo patire. Per noi è difficile capire fino in fondo. Ne ho di quelle ingrossate io, che non sono capace di drizzarmi un po.

Questa è la visione che lei aveva del Signore: Gesù che soffre per i nostri peccati, e che per noi continua a patire.

So benissimo che Dio, Uno e Trino, non soffre. A soffrire fu l’umanità che il Verbo assunse, quell’umanità che si spense sulla croce. Ma c’è una verità profonda che lei asserisce e che è difficile a capirsi, ed è la verità di Gesù che soffre per noi.

Noi, nella Santa Messa, quando consacriamo, diciamo sempre che facciamo memoria di Lui, perché l’Eucarestia è il Suo Corpo e il Suo Sangue dato a noi in remissione dei peccati. Gesù, ogni volta che celebriamo la Santa Messa, compie quello che un grande teologo tedesco del secolo XIX, definiva: “Incarnazione cultuale”, una frase molto discussa e che non tutti i teologi accettano. Comunque, egli voleva dire che Gesù, nella Santa Eucaristia è presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; è presente come quando lo fu duemila anni fa; è presente per noi sulla croce, rinnova questa morte, ci lava con il suo sangue.

Quindi ha capito bene la Bolognesi, dicendo che Gesù continua a patire per noi, e lei si sentiva vittima con Lui ed offriva a Lui le sue sofferenze per i bisogni di tutta l’umanità, quei bisogni che lei nel documento-lettera della Pasqua (di cui non vi lessi la parte concernente questo tema) elenca, nominando le persone che soffrono sulla terra, e per le quali Gesù patisce e si immola, e lei insieme con Lui.

Potessimo anche noi avere questa sensibilità cristiana, questa capacità di unirci a Gesù, perché la sua presenza in noi si sviluppi come si sviluppò nel cuore di lei, innamorata di Gesù!

padre Tito M. Sartori