Omelia di padre Tito M. Sartori – 29 Gennaio 2005

Chiesa Parrocchiale dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo

L’EUCARESTIA NELLA NOSTRA VITA

Il 26 dicembre 2004, a Bosaro, mi sono soffermato sulla realtà battesimale che trasformò Maria Bolognesi in figlia di Dio, partecipe della divina Famiglia. Oggi, sulla scorta delle letture bibliche e in ossequio all’indicazione di Giovanni Paolo II che dedicò il 2005 alla celebrazione del dono alla Chiesa dell’Eucarestia, desidero intrattenermi su un altro aspetto della vita spirituale della Serva di Dio: il rapporto suo con Gesù eucaristico. Ce ne offre occasione il tema biblico odierno incentrato sulla fede: in Abramo, che obbedisce a Dio (Eb 11,1-2.8-19); negli Apostoli, che si chiedono chi potesse mai essere Gesù (Mc 4,35-41). La fede come obbedienza nel primo caso, come ricerca nel secondo.

In rapporto all’Eucarestia, l’obbedienza, che la fede realizza, è racchiusa nelle divine parole: “Fate questo in memoria di me”; la fede come ricerca, svela se stessa nell’accogliere il pane e il vino quali corpo sangue, anima e divinità di Cristo. Sullo sfondo delle surriferite note caratteristiche della fede, vorrei tratteggiare il rapporto di Maria Bolognesi con il sacramento eucaristico negli anni della fanciullezza.

LA PREPARAZIONE

Come per tutti noi, l’accesso alla Prima Comunione ebbe adeguata preparazione anche in Maria Bolognesi. Lei si accostò per la prima volta a Gesù Eucaristia nella domenica del 22 maggio 1932. Nei primi mesi di quell’anno iniziò la sua preparazione presso le Suore Canossiane dell’Asilo di Crespino. Per la seconda volta la Bolognesi stava allora frequentando la prima classe elementare. A causa del digiuno e della mancanza di abbecedario, non poté trarre molto profitto dalla frequenza scolastica. Tuttavia nel cuore della bambina si stava svolgendo una intensa vita spirituale di cui è traccia nelle pagine del diario: «Ogni domenica andavo alla Santa Messa e alla dottrina, ma non riuscivo ad imparare l’ave Maria, la mia testa era dura, dura, pregavo così in silenzio: “Gesù Bambino, ti dono tutto il mio cuore, voglio crescere buona, pazienza se sono ignorante, ma tu vuoi bene a tutti, vero?” Questa è la preghiera di ogni giorno».

Effettivamente la situazione si svolse nel modo indicato, perché la stessa modalità di avvicinamento al Signore da parte di lei, la si ritrova fin dall’inizio di quell’anno scolastico. Leggiamo infatti: «Al mattino andavo a scuola, appena arrivata in paese compivo il mio primo dovere: entravo in Chiesa davanti all’altare, non sapevo pregare, ma guardavo il tabernacolo e formulavo la mia preghiera in tanti pensierini d’amore per Gesù, poi passavo dalla Madonna del buon consiglio».

I pensierini d’amore sono quelli specificati in antecedenza: “Gesù Bambino, ti dono tutto il mio cuore, voglio crescere buona, pazienza se sono ignorante, ma tu vuoi bene a tutti, vero?”.

Abbiamo così tracciata la linea di comportamento quotidiano della bimba Bolognesi, il suo rapportarsi al Signore chiedendoGli con parole proprie, senza ricorso alcuno a formule la cui memorizzazione a lei risultava ostica, di «crescere buona», dopo averGli donato il proprio cuore.

La preparazione alla Prima Comunione si svolse pertanto su due piani: una preparazione prossima presso le Suore Canossiane; e una remota, risalente al colloquio giornaliero con il Signore. La ricchezza di quest’ultimo, frutto, nella fanciulla Bolognesi, non di scelta, ma di educazione appresa dalle labbra della nonna materna e del nonno paterno, diviene il meccanismo psicologico ideale per avvicinarsi ad un evento che per lei, come pure per ciascuno di noi, rimarrà poi fondamentale per tutto il successivo corso della vita.

Non posso omettere di sottolineare un particolare importante presente nei due testi citati. Essi riguardano il modo con il quale si svolgeva il colloquio di lei con il Signore: «pregavo così in silenzio» e «guardando il tabernacolo». La fede nella presenza eucaristica viene vissuta come un rapporto d’amore che si svolge in un’atmosfera di silenzio condensato nello sguardo e attraversato dalla forza del pensiero nel quale si concentrano le preoccupazioni e le problematiche proprie di una bimba che soffre.

L’aspetto più singolare di quel colloquio concerne il «dono del cuore» a Gesù, un dono effettuato a sette anni d’età, un dono nel quale affluivano come un torrente in piena le pene patite in famiglia, non solo a causa del digiuno pesante causato dalla misera condizione economica, ma ancor più nel dover assistere impotente alle conseguenze violente causate dalla gelosia del padre verso la propria sposa, della cui fedeltà al marito era testimone oculare la stessa figlioletta adottiva. Sarà esattamente la constatazione di simile tristezza familiare a spingere, due anni dopo, Maria Bolognesi a decidere di consacrare la propria vita solo e tutta a Gesù, un gesto, questo, inimmaginabile in una bimba di nove anni! Pur essendo tanto piccola, lei potè constatare quale disastro la gelosia possa provocare all’interno di una realtà d’amore. Di qui la decisione della piccola di chiudere totalmente a qualsiasi eventualità sponsale terrena.

La prima conseguenza eccezionale offerta alla nostra possibile lettura, concerne la radice dell’orazione colta nell’atteggiamento della fanciulla Bolognesi. Tale radice la si ritrova nel suo bisogno di offrire al Signore il dono del cuore.

Sono due le componenti di una simile scelta: la prima riguarda la situazione familiare, nella quale il possibile oggetto affettivo costituito naturalmente dalla mamma e dal papà adottivo, presentava delle forti lacune. Della mamma lei ricorda solo una carezza ricevuta alla fine del travaglio mortale della meningite da cui la genitrice era appena uscita, ma della mamma la Bolognesi non cita mai un solo bacio! Del papà, di cui riconosceva il grande spirito di sacrificio e la dedizione al lavoro, non poteva accettare la cieca gelosia che lo spingeva ad essere violento con la sposa. Queste lacune affettive ebbero un peso determinante nella psicologia di lei.

La seconda componente della scelta dell’orazione come sfogo umano dell’onda affettiva che travagliava il cuore della fanciulla, si riconduce alla presenza del Signore letta fin da piccina, dietro suggerimento della nonna materna Cesira, in tutte le cose: nell’erba, negli uccelli, perfino negli occhietti dei topolini. Gesù per lei non era un personaggio lontano, perché ne leggeva la presenza dietro il velo delle cose con le quali lei entrava in contatto. Di qui la naturale spinta a parlarGli come all’amico del cuore, tanto più che in occasione della malattia mortale della mamma, e ciò prima della Comunione, Lui aveva esaudito la preghiera di lei, guarendone la genitrice. Si era pertanto instaurato un rapporto diretto tra la bimba Maria e il Signore Gesù, che ne aveva ascoltata ed esaudita la preghiera piena d’angoscia. Lei però aveva adottato un metodo particolare. Non aveva soltanto chiesto la guarigione della mamma, ma aveva accompagnato la richiesta con una contropartita: “Tu puoi, Gesù, guarire mamma, vero? Tu sei tanto grande, hai risuscitato i morti, aiuta anche mamma. Grazie, Gesù, aspetto la guarigione, me la darai vero? io sarò sempre buona in cambio, te lo prometto”. Il suo metodo consisterà sempre nel dare per ricevere, ma di tutto ciò ne parleremo in altra occasione.

LA CELEBRAZIONE

Preparata dalla preghiera e dall’insegnamento delle Suore Canossiane, la domenica 22 maggio Maria accede al Sacramento Eucaristico. L’avvenimento è preceduto dalla confessione del giorno innanzi: «Vedermi ai piedi del confessore e nel recitare l’atto di dolore piansi, offrendo il mio piccolo cuore a Gesù per l’indomani». Lei non piange nell’elencare i peccati commessi, ma nel pronunciare le parole dell’atto di dolore. Notate: anche qui è il cuore il grande protagonista, ossia l’amore. Il dolore per aver offeso Gesù, l’amico intimo, ragione di vivere per lei sofferente, si trasforma in lacrime di pentimento. E’ questa la vera preparazione alla Comunione eucaristica come appare evidente dalla commozione di una bimba innocente.

Ma non ci fu soltanto la preparazione immediata; questa venne preceduta da quella antecedente: «Per passare la Santa Comunione pensavano come fare, in casa vi erano due colombini. Con uno hanno comperato il vestitino bianco, con l’altro hanno dovuto pagare la sarta. Nessuno ci aiutava, nessuno ti guardava. Quanto desideravo di ricevere Gesù nel mio cuore, non sapevo contare i giorni e ne mancavano 12 per la grande festa. Su un pezzo di carta ho fatto n. 12 aste, ogni giorno ne toglievo una. Il nostro parroco era tanto buono, Monsignor Porta, credo di aver saputo solo l’atto di dolore, il catechismo per me era arabo».

All’avvenimento partecipa tutta la famiglia, per quanto povera. Il riferimento ai due colombi bianchi riporta il pensiero ai due colombi offerti dalla Vergine santissima in occasione della purificazione di lei al tempio di Gerusalemme nel 40mo giorno dopo il parto (Lc 2,22-24; Lv 12,1-8). Come per la Madonna, anche per i Bolognesi i due colombi sono il segno della povertà. Colpisce anche la saggezza del parroco, che pur trovandosi di fronte ad una bambina apparentemente priva di risorse intellettuali, ma desiderosa di accostarsi al Sacramento di cui sostanzialmente conosce la verità, non esita ad ammetterla tra le comunicande. Questo particolare mette in secondo piano la tristezza dell’inciso da lei scritto: <Nessuno ci aiutava, nessuno ti guardava». Meno male che nella desolazione generale vi fu un Pastore dal cuore e dalla sensibilità evangelici!

La Prima Comunione allora, come lo è tutt’oggi, fu una festa collettiva, malgrado la povertà della famiglia, povertà che sconfinava nella miseria. Lei a distanza di dieci anni ne scrive con parole commoventi: «Mamma mi preparava per andare a ricevere Gesù. Il mio pensiero era sempre nel tabernacolo. Avevo tante grazie da chiedere a Gesù: prima di tutto di essere buona, di non commettere peccati; e [poi] per mamma e papà, [per] la sorellina e tutti i parenti e [per] tutto il mondo intero, [e anche] perché i sacerdoti siano sempre grandi e santi. Avevo un mazzo di rose, di tutti i colori. La strada era lunga, il tempo non passava mai, ero quasi impaziente. In Chiesa, ero la bambina più povera, ma anch’ io avevo il cuore pieno di gioia come tutti i bambini. In più sono stata vestita con due colombini bianchi. La Santa Messa: quanto ero emozionata! Non sapevo niente, ma sempre attenta. Alla S. Comunione piansi dalla gioia, finalmente anche il mio piccolo cuore portava Gesù Eucarestia e chiesi tante, tante grazie, di amare tutti, anche i nemici».

Si rimane attoniti di fronte ad un simile testo. Anzitutto l’ansia di ricevere Gesù: «La strada era lunga, il tempo non passava mai, ero quasi impaziente». Nessuno avrebbe potuto immaginare che cosa potesse attraversare la piccola mente della comunicanda. Ma lei lo annota con accuratezza.

Malgrado avesse soltanto sette anni e fosse apparentemente ignorante, la Bolognesi dimostra una capacità inimmaginabile di spaziare sul panorama ampio dell’intera vita. Dalla fissazione amorosa rivolta al tabernacolo ed espressa con la richiesta di essere buona, lo sguardo suo si volge attorno, abbracciando i familiari, perfino i nemici, addirittura il mondo intero, concludendo, e non si riesce a capirne il motivo, con i sacerdoti, perché siano «sempre grandi e santi». Intendeva far emergere il loro ministero gravato della potestà e responsabilità spirituale di perdonare i peccati e di consacrare il pane e il vino? Non lo sappiamo e non è esplicitamente detto. Avendo avvicinato il sacerdote per la confessione e per la comunione, vale a dire per riconoscere il proprio peccato quale forma di morte, e per ricevere poi con la Comunione il Dio della vita, probabilmente lei intuì l’immensa grandezza di tale potere, facendone oggetto di orazione come modalità di ringraziamento.

Povertà e gioia. Nella festosità del rito un cenno di rilevanza sociale: «In Chiesa, ero la bambina più povera». Quando la Bolognesi scrive tutto questo, sono già trascorsi dieci anni dall’avvenimento, ma il ricordo rimane indelebile. La povertà segna la persona, la emargina. C’è tuttavia un elemento che tutti accomuna, poveri e ricchi: è Lui, entrato nel cuore della poveretta come nel cuore delle compagne benestanti, causando il medesimo effetto: la gioia! E non è una gioia qualsiasi, ma si svela come letizia straripante: «Arrivai a casa, tutti avevano pranzo nelle loro case, da noi nulla, ma ero tanto, tanto felice. La zia mi dava un po’ d’acqua per rompere il digiuno. Sono corsa nell’orto dal caro nonno Luigi a dargli un bacetto: “Nonno, nonno, ho Gesù nel mio cuore, sai”. “Vieni, sisin mio – così mi chiamava il nonno – raccontami Mariolina”. Anche il nonno pregava sempre, quanto era buono il nonno, e mi disse: “Mariolina, questo bel giorno non te lo dimenticherai mai, neppure un piattino di minestra per te”. “Nonno, la minestra non c’è per nessuno, ma ho Gesù nel mio cuoricino”. Povero vecchietto, mi ha fatto tanta pena».

Il commento più azzeccato alla Prima Comunione di Maria Bolognesi è condensato nelle parole del nonno Luigi: “Questo bel giorno non te lo dimenticherai mai, neppure un piattino di minestra per te”. La festa per l’evento atteso è tutta nel cuore della Bolognesi, come lei stessa, malgrado la giovane età, evidenzia: “Ma ho Gesù nel mio cuoricino”. Non è solo gioia, è felicità straripante: “Tutti avevano pranzo nelle loro case, da noi nulla, ma ero tanto, tanto felice”.

Come non rimanere commossi dinanzi a tanta gioia di bimba che cerca solo di essere arricchita dalla presenza del Signore in lei, tutto il resto valutando per poca cosa in un giorno così determinante per la vita spirituale di ogni cristiano? E poi diceva: “Il catechismo per me era arabo”. Era arabo come carta scritta, ma l’oggetto del catechismo per lei era una Persona viva: Gesù, il suo amore.

L’INSEGNAMENTO

Non adempirei al mio dovere se omettessi di concludere con delle riflessioni pertinenti dopo aver sentito dallo scritto di Maria Bolognesi quali debbano essere le condizioni spirituali migliori per accedere anche noi al Sacramento dell’Eucarestia.

Nei nostri confronti il primo discorso verte sulla realtà sacramentale, dono incommensurabile di Dio, della cui entità è sempre difficile rendersi conto. Non potremo comunque mai comprendere come nelle molecole del pane e del vino possa celarsi la misteriosa realtà del corpo, sangue, anima e divinità di Cristo. Tutt’al più, sorretti dalle ultime scoperte circa il DNA, si potrà supporre la presenza identificativa della natura umana del Signore, ma certamente non la sua divina natura. Di qui la necessità delle fede nelle sue parole, fede da Lui esigita drasticamente con l’interrogativo rivolto ai Suoi dopo l’annuncio della realtà sacramentale eucaristica: “Forse volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67).

Come mantenere vigile, attenta, la nostra fede? Parlando con Lui. Parlando di che cosa? Della nostra disponibilità ad essere possesso suo: “Gesù, ti dono tutto il mio cuore”. Nelle parole di Maria Bolognesi viene espressa integralmente la nostra realtà battesimale, quell’essere una sola cosa che leggiamo nell’ultima preghiera rivolta al Padre suo: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,23). Per accostarsi degnamente al sacramento eucaristico la condizione fondamentale risiede pertanto nella realizzazione di una comunione piena, vale a dire nell’unità tra amante e amato nello scambio reciproco dei ruoli. Con parole più semplici: essere in stato di grazia.

Se già non si fosse in tale stato, la via è quella indicata dallo scritto della Bolognesi, oltre che, ovviamente, dal magistero della Chiesa: il Sacramento della Riconciliazione. Lei piange nel recitare l’atto di dolore, formula finalmente memorizzata. Piange, perché si tratta di offesa all’Amore. Come la preghiera è un colloquiare con l’Amato, così la confessione è un chiedere perdono a Lui nella più alta delle possibilità umane: quella di parlare con Dio. Il narrare le colpe, snocciolandole, diviene l’umile manifestazione della coscienza del proprio errore, un pentirsene amaro che assume l’altezza e la profondità della preghiera più sublime. E’ in tale contesto orante che va considerata la grazia del perdono divino ottenuto per il ministero della Chiesa.

Se il trovarsi in stato di grazia costituisce la condizione primaria per accedere al Sacramento eucaristico, la seconda emerge con singolare evidenza nel tratto descrittivo della modalità orante della bimba Bolognesi: il silenzio. Nel silenzio si concentra l’attenzione d’amore. Nel silenzio lei guardava il tabernacolo e pregava! Indicazione preziosa che indica lo sfociare del torrente di preoccupazioni e di angustie anteriori. Infatti il silenzio innalza un muro tra gli altri e noi. Alzare questo muro per concentrarsi in Dio nei manuali di vita ascetica ha un nome: raccoglimento. E’ il ripiegarsi della persona sulle realtà fondamentali della vita, sul senso dell’esistere, sul significato delle proprie azioni, qualunque esse siano. In una parola: la fuga dalla precarietà che segna tutte le cose e tutte le persone. Il mondo in cui viviamo è un mondo nel quale altissimi valori umani si mescolano ad una inimmaginabile, estesa moltitudine di vacuità, in cui precipita la maggior parte delle persone preoccupate più di avere che di essere. Essere, cioè, veramente uomini e cristiani. Se la vita di una persona non affonda in Dio, necessariamente affonda nel nulla dell’essere e delle cose.

E qui torna il discorso straordinario dell’esperienza della bimba Bolognesi. Lei scorgeva Dio in tutto, negli uccelli, nei fiori, perfino negli occhietti dei topolini! La semplicità dei bimbi è il riflesso della presenza di Dio tra gli uomini. Il leggere Dio presente proviene da quella fede indicata da Gesù come realtà salvante. Salva dal sentirsi una nullità, conferisce il senso della preziosità della propria vita, il valore inestimabile delle nostre azioni positive.

Quando si vive in stato di grazia, mossi dalla fede, e si legge Dio presente in se stessi, negli altri, nella stessa creazione, ci si trova preparati a ricevere il Signore, perché il desiderio di Lui agita dolcemente l’anima, si intensifica nelle tribolazioni, diventa approdo di salvezza anche umana nelle inevitabili difficoltà dell’esistere. Non c’è pertanto da meravigliarsi del correre festoso di Maria Bolognesi che a tutti dice la propria felicità per avere nel cuore Gesù. Malgrado la tenera età, la povertà giunta a far mancare cibo sulla tavola, perfino in presenza di tensioni forti tra coniugi, la piccola Maria capì che avere il Signore nell’anima costituisce la ricchezza più grande.

Anche per noi la Comunione dovrebbe essere un momento gioioso dello spirito, un ritrovare noi stessi nell’immenso amore del Tutto che si degna di venire ancor oggi nel piccolo recinto dell’anima nostra. Quale grazia immensa questo dono, quale orizzonte di speranza esso spalanca ai nostri occhi annebbiati: la speranza di essere immersi un giorno anche noi nell’oceano della vita divina.

padre Tito M. Sartori