Omelia di padre Tito M. Sartori – 21 Ottobre 2004

Tempio B. V. del Soccorso «La Rotonda», Rovigo

Contrariamente alla consueta prassi di parlare a braccio sia pure seguendo uno schema prestabilito, oggi, 80° anniversario della nascita di Maria Bolognesi, ho deciso di leggere il discorso commemorativo, data la delicatezza dell’argomento che intendo affrontare. Si tratta infatti di far conoscere per la prima volta la sentenza emanata dal magistrato Dott. Buono Antonio il 25 ottobre 1948. Premetto che non accuserò alcuno, mi limiterò soltanto a poche notizie atte a lumeggiare la sunnominata sentenza.

Mi sono deciso a compiere questo passo per le seguenti ragioni: 1) perché le sentenze dei magistrati dei tribunali penali sono di natura pubblica; 2) perché tale sentenza non è mai stata fatta conoscere ad alcuno; 3) perché in essa le maggiori accuse contro la Bolognesi vigenti nel 1948, sono tutt’oggi ritenute valide presso una considerevole percentuale di persone residenti a Rovigo e dintorni come risulta dalla documentazione processuale.

Ovvio l’interrogativo: “Perché soltanto oggi si fa conoscere detta sentenza e non la si è fatta conoscere prima?”. Perché il verdetto orale pronunciato dal giudice dr. Buono Antonio il 25 ottobre 1948 alla fine dell’udienza pomeridiana, venne, come di prassi, seguito dalla stesura della sentenza depositata presso la Cancelleria del Tribunale l’8 novembre dello stesso anno. Il verdetto assolutorio fu subito perciò notificato, ma la corrispondente sentenza non fu mai fatta conoscere nemmeno alla Bolognesi, che per ben due volte, prima il 7 aprile 1958 e poi nel novembre dello stesso anno – ossia a dieci anni dalla celebrazione del processo – la fece cercare senza alcun esito, perché le ricerche furono indirizzate al casellario giudiziario, dove, essendo rimasta assolta la Bolognesi per non aver commesso il fatto, nulla poteva esserci. Infatti la documentazione attinente all’Istruttoria venne depositata presso l’Archivio di Stato e la sentenza fu consegnata dal Pretore Buono Antonio alla Cancelleria del Tribunale, dove si conservano le sentenze emanate. Tali documenti furono rinvenuti rispettivamente in data 4 giugno e 29 maggio 2003.

Il fatto, descritto nel diario e confermato sia nell’Istruttoria del 17 marzo 1948, sia nel dibattimento del 25 ottobre di quell’anno, riguarda lei che alle 17,40 del 5 marzo 1948, mentre si recava nella chiesa parrocchiale di Crespino per sentire la predica quaresimale, venne aggredita da tre individui mascherati, colpita con un pugno alla tempia, trascinata dietro dei cespugli. Le venne chiesto a quale partito appartenesse (si era in piena campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile), e lei rispose: “Io non sono di nessun partito, solo cristiana”.

«Imbavagliata – continua la Bolognesi -, sentii tre voci. Mio Dio. Non ebbi neppure il tempo di vedere. Ho sentito questo schiamazzo, non ho visto persone, perché c’era una gran siepe fitta fitta, rimasi al suolo tramortita. Mi hanno levato le calze, mi sentii morire, non posso farmi un’idea con che oggetto fossi stata scarnificata, gambe e mani, mi hanno quasi levato le due unghie dalle dita dei piedi. Legata com’ero non potei muovermi. “Sono nelle mani di Gesù”, ho detto fra me e me. Sentii una voce: “Pensaci bene di che partito sei”. Rimasi sola abbandonata in mezzo alla neve senza potermi muovere. Mi sembrava essere in mezzo alle fiamme con le gambe e mani. Il freddo mi agghiacciava, battevo i denti, balbettavo poche parole, non potrò più ritornare a casa. Con la bocca imbavagliata mi sembrava di soffocare. Mi sembra si spezzasse la schiena tra la neve, il corpo era bagnato tra il sudore e lo spasimo. Il tempo non passa mai, qui morirò. Gesù abbia pietà di me. Sento camminare. Chissà che sia il padrone della campagna. “Cosa hai pensato? te lo diamo noi l’aiuto”. Non avevo più voce ero sfinita. “Gesù, Gesù!”. “Te lo daremo noi Gesù, il Cristo, la Chiesa”. Tentarono contro la purezza. “Gesù, meglio la morte” [dissi] fra me stessa. I sudori erano come una pioggia, lo spasimo cruento da non poter resistere. “Peliamola bene, almeno senta il tormento e starà a letto”. “Gesù, sia fatta la Tua volontà” [dissi]dentro di me. Quale agonia! mio Dio! Raschiarono ancora mani e piedi. Rimasi sfinita. Non pensavo più né casa e né fratelli. Gesù solo poteva salvarmi. Sentivo allontanarsi dei passi. Mi slegavano le mani, piedi e bocca, uno mascherato. “Prendi questa, è la tua roba e fila diritta”. Mio Dio, freddo e sudata, era buio, buio, mi allontanai un pochino, non ebbi la forza. Trepidante dalla paura che mi seguissero, caddi a terra. A stento ripresi il cammino, mi sembrava essere nel fuoco, mi trovai a terra, non avendo più forza, il sangue usciva dalle mani e piedi. A furia di stenti, con cadute arrivai a casa senza incontrare anima viva. La predica quaresimale era stata lunga. Ho fatto tutto il tratto di strada scalza. Mio Dio, non posso resistere dallo spasimo. La famiglia Piva rimasero stupiti e non avevano coraggio. In casa vi era un fratello di Ferdinando. Chiesi a stenti di andare a letto, tutta bagnata infangata, con quelle ferite mi sentii morire. Con un filo di voce chiesi il Confessore, rimasi senza forze».

Questo è il fatto. Accusata di autolesionismo, la Bolognesi fu prima interrogata dal Pretore, dott. Buono Antonio, nell’Istruttoria del 17 marzo 1948; e quindi processata il 25 ottobre dello stesso anno con due udienze: una al mattino e una seconda nel pomeriggio. La sentenza depositata presso la cancelleria del Tribunale di Rovigo l’8 novembre 1948 porta la data del 25 ottobre ed è del seguente tenore:

Il Pretore in fatto ed in diritto osserva:
I Carabinieri di Crespino, in data sei marzo 1948, riferivano che alle ore 11 di detto giorno era pervenuta in caserma la voce di un aggressione subita il giorno avanti da certa Bolognesi Maria di Giuseppe. Recatisi in casa di costei i verbalizzanti apprendevano che la stessa era stata il giorno prima colpita improvvisamente con un pugno alla testa mentre percorreva una strada di campagna. Subito dopo era stata imbavagliata e bendata e richiesta di dire a quale partito si appartenesse da una voce sconosciuta, La Bolognesi aveva risposto di appartenere al partito della fede ed allora gli aggressori le conficcavano sul dorso del piede sinistro un oggetto che la vittima ritenne essere un ferro appuntito. Quindi la lasciavano sola invitandola a ripensare bene sulla sua professione di fede perché sarebbero ritornati, cosa che fecero dopo circa due ore durante le quali la Bolognesi rimase legata ed imbavagliata. Persistendo la donna nella sua confessione gli aggressori la torturavano producendole lesioni al dorso degli arti. Quindi la liberavano ingiungendole di ritornare a casa.

Il dr. Patergnani accertò che la Bolognesi presentava abrasioni al dorso delle mani e dei piedi, prodotti dallo strisciamento di un corpo ruvido, guaribili in otto giorni.

I Carabinieri pensavano senz’altro ad una simulazione. La Bolognesi, secondo loro, aveva dato sempre segni evidenti di esaltazione religiosa a sfondo isterico. Le autorità religiose avevano dovuto proibirle di vestire l’abito monacale che essa tuttavia indossa privo di distintivi. In epoca non lontana la Bolognesi avea dovuto subire degli esorcismi perché asseriva di essere indemoniata. Da ultimo pretendeva di essudare sangue e di presentare le stigmati della passione cristiana, venerata dalla religione dello stato.

All’odierno dibattimento, come già in periodo istruttorio, la Bolognesi ha protestato la sua innocenza, confermando l’aggressione subita e che in forma vaga le sarebbe stata preannunziata da un angelo. Il verbalizzante brigadiere ha soggiunto che le indagini fatte sul luogo della presunta aggressione non avevano portato a nessun risultato. Sono stati escussi numerosi testi, tra cui il parroco attuale e quello cessato di Crespino e la padrona di casa della Bolognesi.

Osserva il giudice che prima di entrare nel merito della causa occorre superare una questione esclusivamente di diritto prospettata dalla difesa. La Bolognesi, si è detto, non ha fatto alcuna denuncia di reato ai Carabinieri. Non sussiste pertanto il delitto contestatole. La tesi è infondata. Ed invero l’art. 367 (e che può definirsi calunnia contro ignoti) prevede due ipotesi nettamente distinte di reato: una formale, l’altra materiale. La prima si realizza per il fatto dell’iniziativa del reo che, con vero o falso nome o in modo anonimo si rivolge all’autorità giudiziaria o ad altra che a quella abbia obbligo di riferire; la seconda si verifica quando il reo simula le tracce di un reato in modo che si possa iniziare procedimento penale per accertarlo. Ora non v’ha dubbio che la Bolognesi, se colpevole, s’è messa su questo secondo iter criminoso. Ed è vano affermare che la Bolognesi non aveva alcuna intenzione di far seguire un procedimento penale, essendo questa possibilità una condizione obiettiva (non già un elemento del reato) alla quale non è necessario che si estenda la volontà del reo. E’ sufficiente cioè il dato soggettivo (volontario) della simulazione delle tracce e la possibilità obbiettiva dell’inizio di un procedimento. E poiché in questo sono compresi gli accertamenti di polizia che i carabinieri, anche se increduli, nella specie compirono, sussisterebbero entrambi gli elementi per affermare la responsabilità della Bolognesi.

Ma costei merita, sotto altro riflesso logico, di essere assolta. Non vi è infatti alcuna prova che l’aggressione non abbia avuto luogo. E questa prova negativa doveva essere fornita dall’accusa. Né basta a surrogarla la “sensazione” del verbalizzante ed il fatto che, recatosi il giorno dopo sul luogo indicato dalla donna (in aperta campagna) detto verbalizzante non abbia riscontrato tracce. Innanzi tutto questa versione è smentita da una teste (Bassani Angelina) che recatasi subito sul posto rilevò delle “pecche” di piedi oltre all’orma di un corpo abbandonato. Precisò anzi che una delle “pecche” era di piede scalzo. Inoltre dopo un giorno il verbalizzante non poteva illudersi di trovare gran che, essendo più che possibile che per effetto delle condizioni atmosferiche (guazza notturna ecc.) le “pecche” rilevate dalla Bassani si fossero dileguate. Un’altra circostanza di sommo interesse è stata riferita da Barban Angelina, padrona di casa della Bolognesi. Costei a dire della prima presentava lividure ai polsi come quando si è stati legati. Si dovrebbe dunque ritenere che la Bolognesi dopo essersi procurate non lievi lesioni alle mani e ai piedi si sia poi legata da sé, circostanza non impossibile ma estremamente improbabile.

A questo punto il giudicante ha ritenuto di prendere in seria considerazione la personalità dell’imputata, esame reso doppiamente necessario dalla natura del reato e dall’evanescenza della prova. La Bolognesi si è difesa con pacatezza e lucidità. E’ stata sempre calma ed ha affermato con chiarezza le circostanze dell’avvenuta aggressione. Veste, è vero, un abito affatto analogo a quello monastico; ha assunto, sì, di aver avuto visioni di aver sudato sangue ma anche dimostrato di essere perfettamente normale dal punto di vista psichico. Sia nel periodo istruttorio che in quello dibattimentale il giudicante non ha potuto rilevare alcun dato riferibile ad una sindrome isterica. La Bolognesi è ritenuta normale da due sacerdoti che hanno deposto; uno di essi conserva gelosamente un fazzoletto che, imposto dalla Barban sul costato della Bolognesi, fu abbondantemente coperto di essudativi sanguigni provenienti (come attesta un certificato dell’Istituto di analisi di Rovigo) da corpo umano. La donna ha mostrato di avere sempre sufficiente controllo della propria personalità interiore. Lo stato crepuscolare isterico, che ripete su scala minore quello epilettico, sarebbe dovuto affiorare nel lungo dibattimento protrattosi per un intero giorno con l’insofferenza e l’inquietudine propri dell’isterico. Tanto meno si sono riscontrati quei sintomi (bolo isterico, convulsioni, escandescenze) che permettono di percepire clinicamente l’affezione.

Né la Bolognesi aveva motivi di lucro per inscenare simile commedia. Tanto meno ragioni pubblicitarie perché la stessa non denunciò il fatto, né lo fece denunciare. Il fatto poi di aver preveduto una prova dolorosa non esclude che questa sia effettivamente avvenuta perché, se é vero, come è vero, che la Bolognesi ostentava la sua fede cristiana ed esagerava le pratiche religiose relative, al punto da essere ritenuta visionaria e maniaca, niente di più facile che uno scherzo malvagio, o una crudele rappresaglia potesse essere architettata nei suoi confronti da persone di diversa fede religiosa o addirittura senza alcuna fede religiosa.

Per questi motivi il Pretore, visto l’art. 479 c.p.p.
assolve
Bolognesi Maria dal reato ascrittole per non aver commesso il fatto.

Rovigo 25 ottobre 1948

IL PRETORE Dott. Buono Antonio

Ho ritenuto mio dovere portare a conoscenza di tutti una sentenza di natura pubblica, una sentenza che avrebbe dovuto essere conosciuta fin dall’8 novembre 1948, ossia 56 anni fa!

Anche se appare quanto mai improbabile che la tempestiva conoscenza della stessa avrebbe potuto cambiare opinione a qualcuno circa la personalità della Bolognesi, tuttavia, ora che lei è Serva di Dio, che la sua causa di beatificazione giace nel dicastero romano in attesa di essere discussa, che un fatto ritenuto prodigioso è sotto inchiesta processuale e potrebbe spalancare le porte alla sua beatificazione, venire a conoscere che 56 anni fa un magistrato laico, al quale furono sottoposte le peggiori accuse contro di lei, le respinse con quella sicurezza che proviene da lunga esperienza giudiziaria, a tutti può recare tranquillità e serenità di spirito. Si dovrebbero aggiungere altri aspetti che per ragioni di brevità non ho voluto accludere a conferma dell’assistenza divina di Colui che, negli umili, compie meraviglie di grazia inimmaginabili, capaci di confondere i sapienti e i dotti della terra.

La triste vicenda giudiziaria produsse nella Bolognesi una ancor maggiore spinta a perdonare e a pregare per coloro che l’avevano afflitta e umiliata, certa che donando al Signore il proprio patire, avrebbe ottenuto da Lui di poter spalancare nel cuore dei fratelli, orizzonti di grazia e di amore divino, come di fatto poi accadrà. Nella sua vicenda terrena appare evidente che nel perdere evangelicamente la propria vita, la si ritrova e che nelle sconfitte sopportate con fede, è nascosta l’alba di un giorno nuovo e radioso.

26 Dicembre 2004 – Chiesa Parrocchiale di S. Sebastiano – Bosaro (RO) Omelia di Padre Tito M. Sartori

Maria Bolognesi fu battezzata in questa chiesa il 27 dicembre 1924. Il giorno anniversario cadrebbe domani, ma la celebrazione è stata anticipata ad oggi, domenica 26 dicembre, per facilitarne la partecipazione ai fedeli. Con l’anticipo vengono così a coincidere due eventi: uno, il battesimo di Maria Bolognesi in virtù del quale ella divenne figlia di Dio, quindi membro della famiglia divina; l’altro, quello liturgico, collegato alla celebrazione della festa della Sacra Famiglia e pertanto così vicino a noi tutti, perché esso riguarda l’assetto fondamentale della nostra vita, che è appunto la famiglia. Desidero parlarvi di entrambi gli argomenti, ossia del nostro divenire partecipi della famiglia di Dio e della nostra appartenenza alla famiglia umana, tenendo però presente che Maria Bolognesi, contrariamente a quanto di solito accade, fu accolta come figlia anche in famiglie non a lei legate da vincoli di sangue.

1. LA FAMIGLIA DI DIO

Una delle cose che mi colpirono nella vita di San Pio da Pietrelcina fu il seguente episodio: un giorno, verso la fine della vita, lo trovarono che piangeva dirottamente. Il frate che di solito lo accompagnava, gli chiese: “Padre, perché piangi?”. “Piango – rispose Padre Pio – perché dalla mia nascita trascorsero vari giorni prima che mi battezzassero”. Egli considerava questo intermezzo, nel quale visse privo della grazia divina, come un evento colpevole e piangeva perciò a dirotto, pentendosene amaramente.

Il pianto di Padre Pio ci dice quale sia l’importanza del battesimo nella nostra vita.

Ieri, nella celebrazione natalizia, abbiamo letto che Dio ci ha parlato nel Figlio. Il fatto che Dio ci abbia mandato il Figlio suo per parlarci di Sé, che cosa sta a indicare?

Ce l’hanno spiegato i testi scritturistici riportati nella liturgia, nei quali si specifica che noi siamo nati per opera del Figlio di Dio, origine di tutte le cose, e che addirittura viviamo in vista di Lui, cioè in vista della filiazione divina sua destinata a divenire filiazione adottiva nostra. Infatti, mentre la filiazione di Gesù è filiazione naturale, essendo egli il Figlio unigenito del Padre, noi dobbiamo diventare figli di Dio per adozione in modo da formare, in Dio, un’unica famiglia.

Cosa significa diventare figli del Padre? Abbiamo sempre sentito parlare del peccato originale.

Quando andavo a scuola, rimanevo sempre molto perplesso nel sentire che il peccato originale viene, senza nostra colpa, trasmesso per generazione, mentre invece i peccati attuali sono frutto della nostra malvagità. Se non avevo obiezioni sui peccati attuali, avevo però difficoltà a pensare al peccato originale trasmesso per via generazionale.

Adesso che sono diventato vecchio, mi pare di capire qualcosa di più, e mi spiego: la natura umana trasmessaci da Adamo ed Eva, in virtù di quell’errore da essi compiuto, ha nel suo DNA la legge di gravitazione verso il basso. Nel DNA dell’uomo è inserita la spinta a sentirsi legislatore di se stesso, di sostituirsi a Dio nel decidere il bene e il male. E’ per questa spinta che l’uomo talvolta sente, addirittura sanziona con le sue azioni, la propria autonomia da Dio, la quale ha la propria ragion d’essere nella realtà del peccato.

Ho capito, perciò, che cosa significa il battesimo: in virtù della morte di Cristo sulla croce, quel peccato d’origine trasmesso attraverso il DNA, viene cancellato, pur tuttavia nel DNA dell’uomo resta operante la legge di gravitazione verso il basso. Per questo, noi non siamo spinti a fare il bene, ma a fare il male, come ce lo ricorda San Paolo scrivendo ai Romani: “Non ciò che voglio io faccio, ma ciò che non voglio, compio”.

Le conseguenze di quel peccato d’origine, sempre presenti nel DNA, sono le ferite che caratterizzano la condizione umana. Gesù, spegnendosi sulla croce, ha cancellato il peccato d’origine, del quale però rimangono in noi le conseguenze.

Che cosa vuol dire: “Rimangono le conseguenze?”. Vuol dire che il potere satanico è in noi operante, perché Satana è il principe di questo mondo. Non dimentichiamolo mai, questo l’ha detto Gesù, non lo diciamo noi. Satana, che è il principe di questo mondo, cerca di esercitare il suo potere di seduzione per spingerci al male.

Soltanto due sono state le nature umane sottratte all’influsso di Satana: la natura umana della Vergine Santa – dogma dell’Immacolata Concezione – e la natura umana di Cristo. Nel grembo di Maria quest’ultima, unita alla natura divina del Verbo, non aveva nel suo DNA il peccato originale: Egli era innocente, come innocente e immacolata era appunto sua madre. Eccettuati loro due, tutti gli altri uomini hanno avuto il peso del peccato originale e nella storia dell’umanità noi ne vediamo le conseguenze. Basta guardarsi attorno per constatare i disastri, le violenze, le cattiverie che succedono.

In virtù del battesimo che cancella il peccato d’origine, viene infuso da Dio nella natura umana lo Spirito Santo, che contrasta l’azione del demonio. E’ tuttavia necessario dare ascolto allo Spirito, operando alcune scelte: la prima, è quella di meditare le verità che Gesù ci ha trasmesso; la seconda, riguarda l’unione a Lui attraverso l’orazione e la partecipazione ai sette sacramenti, che la Chiesa puntualmente amministra per rinvigorire in noi la vita del Signore. Affinché la vita del Figlio di Dio diventi la nostra vita di figli del Padre, è altresì necessario si sviluppino in noi quelli atteggiamenti interiori che si chiamano umiltà, bontà, carità, e soprattutto fede, che è la ragione di tutte le cose.

Attraverso la fede noi accettiamo che Dio esista, che abbia influsso nella nostra vita, e ci abbandoniamo a Lui. In virtù della fede noi conosciamo Gesù. Ecco perché vi parlavo della meditazione della Parola, attraverso la quale conosciamo Dio, ovvero la Sua verità. ConoscendoLo, Lo amiamo: ecco la carità; amandoLo, Lo desideriamo: ecco la speranza.

Queste tre virtù, dette teologali, costituiscono le tre forze soprannaturali che sorreggono in noi la vita divina: la fede, attraverso la quale si conosce e si crede; la carità, con la quale si ama Dio; la speranza, che suscita in noi il desiderio di possederLo. Queste tre virtù vengono infuse nell’anima il giorno del battesimo.

In virtù di queste forze soprannaturali possiamo contrastare l’azione satanica e mantenere vigorosa in noi la vita di Dio. Se la nostra preghiera accompagnerà l’azione dello Spirito Santo, anche la nostra vita si svolgerà in modo diverso, allontanando da noi le seduzioni del mondo.

Per consentire la comprensione del significato di queste ultime parole, ne darò un breve cenno; passerò poi al secondo punto riguardante Maria Bolognesi e la famiglia umana.

Ho dovuto diventare vecchio per capire tante cose! Dopo aver letto alcuni libri di astrofisica e di fisica, ho capito quello che diceva San Paolo scrivendo ai Romani. Ho capito anzitutto che il nostro pianeta è una navicella, un granellino di sabbia nell’immensità dell’universo. Noi abbiamo in mente di essere chissà che cosa, mentre invece siamo un nulla: la nostra navicella spaziale è un granellino di sabbia che gira vorticoso in quell’immensità.

Tutte le stelle e le galassie che noi possiamo vedere rappresentano l’1% dell’esistente; il 3% sono gas intergalattici; il 23% è «materia oscura» che esercita la forza gravitazionale che muove le galassie e tiene uniti i nostri corpi (per esempio noi alla terra); il 73% viene chiamata energia del vuoto e costituisce il contenitore di questo immenso universo, che gli astrofisici dicono equivalga a duecentomila miliardi di miliardi di km.

La terra gira su se stessa all’equatore alla velocità di 1.670 km orari; attorno al sole il nostro pianeta gira alla velocità 100.000 km orari; il sole ci trascina attorno al centro della Galassia alla velocità di 1.300.000 km orari; la nostra Galassia trascina il sole nel cosmo alla velocità di 3.072.000 km orari. Insomma l’universo è una realtà che spaventa, nella quale si muove la terra, ossia la nostra piccola navicella spaziale. A ben considerare, in simile contesto appaiamo un niente, eppure Gesù ci ama! Ecco la cosa che mi ha colpito: Lui ci ama uno per uno.

Un’altra verità mi ha ancora stupito: le leggi che governano l’atomo, governano pure le intere galassie; gli elettroni che girano vorticosamente attorno al nucleo, in modo ellittico, rispecchiano tali e quali i movimenti dei pianeti e delle stelle.

Sono rimasto colpito da questa unità di disegno divino: il microcosmo (l’atomo) e il macrocosmo (l’intero universo) hanno le stesse leggi, la stessa vita, e allora ho capito quello che dice San Paolo: «Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita» (Rm 5,18).

Gesù è uno, il microcosmo. L’umanità è il macrocosmo, la vita divina che è in Lui, diventa la vita dell’intera umanità: è una cosa affascinante! In virtù del battesimo siamo uniti in Gesù, l’Uno, e partecipiamo, tutti, della pienezza divina presente in Lui. Quanto dovremmo essere grati al Signore per questo immenso dono!

2. LA FAMIGLIA UMANA

Adesso vi parlo di Maria Bolognesi, vissuta in varie famiglie.

Nata a Bosaro nel 1924, rimase nella casa dei nonni materni Samiolo fino al marzo 1930, quando la mamma si sposò con Giuseppe Bolognesi. Poi, dal 4 marzo del 1930 si trasferì in casa Bolognesi a Crespino; in questa famiglia rimase fino all’8 novembre 1946.

Nella storia di Maria Bolognesi qual’è la cosa più sintomatica in rapporto alla famiglia di Dio, al battesimo, alla grazia santificante?

Pur essendo vissuta in una situazione particolare, data l’illegittimità dei natali, a Bosaro, presso i Samiolo, Maria ebbe la fortuna di avere una nonna meravigliosa: nonna Cesira, che le insegnò a pregare. Dalla nonna Maria apprese non solo l’Ave Maria e il Padre Nostro, come noi, bensì l’arte della preghiera, imparando dalla nonna a parlare a Gesù. Parlare a Gesù è il grado più alto dell’orazione.

Quando poi nel 1930 entrò a far parte della famiglia Bolognesi, Maria trovò un altro nonno – nonno Luigi – che, come nonna Cesira, continuò a parlarle di Gesù con un tono affascinante, da innamorato, tant’è vero che nel 1933, a soli nove anni, la piccola Maria consacrò tutta se stessa a Gesù. Da allora il Signore divenne la ragione unica della vita di lei, al punto da prometterGli che non si sarebbe sposata per rimanere tutta di Gesù.

Da quando nel 1930 Maria entrò in casa Bolognesi, conobbe, per varie ragioni, tante sofferenze, tra le quali, oltre alla povertà, anche la miseria. Fino all’anno 1937 non c’era, in casa, cibo per tutti. In tale clima di desolazione Maria sacrificò se stessa per i fratellini che curò con amore infinito: essi divennero la ragione della sua vita.

Poi nel 1946 Maria Bolognesi si trasferì presso la famiglia Piva con il consenso del papà e della mamma, che ritennero una grazia quel trasferimento, perché andando Maria dai Piva, alleggeriva il peso economico della famiglia Bolognesi, risultando così in casa una bocca in meno da sfamare. D’altronde, pur abitando i Piva a S. Cassiano, ossia a 5 km da Crespino, Maria continuò ad occuparsi dei suoi 5 fratelli, curandone il bucato e provvedendo al misero guardaroba.

Maria visse nella famiglia Piva praticamente in continuazione fino al mese di ottobre 1950. Da allora lei cominciò a recarsi sempre più frequentemente a Rovigo in casa Guerrato, perché, essendo malata, poté ottenere da costoro la possibilità di accedere alle cure mediche necessarie. Lo stacco dalla famiglia di Ferdinando Piva avvenne perciò gradualmente. Dopo il 1951 la Bolognesi in effetti rimase quasi in continuazione a Rovigo presso i summenzionati benefattori. La permanenza nella loro famiglia si protrasse fino al mese di ottobre 1955, quando, venendo a mancare la signora Wanda nel mese di luglio di quell’anno e accentuandosi sempre di più i malanni sanitari della Bolognesi, quest’ultima fu indotta a trasferirsi presso la famiglia Mantovani. Infatti, dal 18 ottobre 1955 fino all’8 ottobre 1966, per 11 anni Maria visse presso quest’ultima famiglia.

Sia nel periodo trascorso presso i Guerrato che nel successivo periodo di permanenza presso i Mantovani, la Bolognesi poté svolgere abitualmente la sua attività caritativa, assistendo i malati e provvedendo alle necessità delle persone indigenti che a lei ricorrevano.

Mi sono sempre chiesto: “Come mai Maria Bolognesi, andando dai Piva, dai Guerrato, dai Mantovani, si fece tanto amare?”. Tutte le volte che lei si staccò da dette famiglie, esse ne rimpiansero dolorosamente l’allontanamento, perché avevano l’impressione di perdere un inestimabile valore. Infatti la dipartita di lei, fu da loro ritenuta una disgrazia; e la permanenza della Bolognesi in quelle famiglie, una ricchezza! La Bolognesi si inseriva nell’ambito familiare con una dolcezza, una tenerezza, un amore, un rispetto straordinari. A testimonianza di quanto ora asserito, leggo la memoria del compianto Gino Mantovani, consegnata agli interessati nel maggio 1980, 12 anni prima che iniziasse il processo di canonizzazione: «Il 18 ottobre 1955 Maria Bolognesi è entrata in casa nostra, in via Di Rorai a Rovigo. Alcuni giorni prima mia sorella Zoe aveva interpellato la mamma, mio fratello Emanuele ed il sottoscritto se non avevamo nulla in contrario ad accogliere in casa nostra una ragazza abbisognevole di cure e soprattutto di tanta comprensione.

Dopo che la sorella ci ha assicurato sulla serietà, moralità e dopo averci chiarito il caso tutto particolare che ci si presentava, non abbiamo esitato ad accogliere Maria come una figlia, per la mamma, e come una sorella per noi.

E così Maria Bolognesi è entrata a far parte della nostra famiglia.

Notai subito la semplicità, la bontà, l’educazione, l’umiltà, la dolcezza della persona venuta a vivere con noi, e la sua grande personalità.

Con lei il dialogo era facile, non pesava, anzi, considerato il limitato grado di istruzione scolastica, (aveva frequentato e solo per tre anni la 1a Elementare, tre mesi per anno, e per tre mesi la seconda), interessava e convinceva su tutti i problemi che il vivere quotidiano richiedeva.

Inoltre su ogni argomento ci metteva a nostro agio rispettosa delle nostre abitudini e usi familiari e di lavoro. Dopo poche settimane di permanenza con noi si era inserita dolcemente nella nostra famiglia quasi fossero passati degli anni, anziché qualche mese. Mi accorsi subito della Sua non comune intelligenza e serietà alla quale molto naturalmente mi rivolgevo per chiedere e sentire pareri e consigli.

Notai con quale semplicità e dolcezza sapeva esporre le sue idee ed i suoi concetti che mai erano errati e sempre illuminavano. Gli argomenti religiosi erano trattati da lei lievemente, quasi avesse paura di ledere i nostri principi che erano quelli di una sana educazione Cristiana e Cattolica avuta in famiglia.

Amava i sofferenti, i poveri, gli ammalati non solo nel fisico, gli anziani soli e i bambini.

Tengo a dichiarare ora che Maria era sanissima di mente, era una persona normalissima in tutti i suoi atti e da quando ho avuto la fortuna di conoscerla fino alla sua dipartita mai dico mai ha dato motivo di dubitare della sua serietà, della sua serenità d’intelletto nei suoi colloqui, della sua bontà, della sua moralità; ma solo devo doverosamente e onestamente confermare della sua grande delicatezza d’animo, della sua grande dolcezza e soprattutto del suo grande spirito di sacrificio che si manifestava nella gioia di essere utile a tutte le persone sofferenti e bisognose di assistenza non solo nel fisico, perché anziane o ammalate, ma anche a tutte quelle che per diversi motivi non trovavano la pace nell’animo o la serenità nella famiglia.

Per queste, in particolar modo, era e si sentiva una figlia, una madre, una sorella.

Non mi sono mai spiegato come Maria potesse conoscere così profondamente le persone nel loro animo. Lei leggeva dentro di noi e ci conosceva meglio di noi stessi. Non importava parlare molto. La sua sensibilità penetrava insensibilmente in noi ed induceva alla confidenza; e quante volte ha sollevato da pesanti preoccupazioni situazioni familiari ormai disperate?

Quanto bene ha fatto e quanta bontà ha seminato nella sua piuttosto breve permanenza fra noi. Quale grande lezione di sacrificio e di amore a Gesù è stata la sua vita!».

padre Tito M. Sartori