Omelia di padre Tito M. Sartori – 26 Dicembre 2004

Chiesa Parrocchiale di S. Sebastiano, Bosaro (RO)

Maria Bolognesi fu battezzata in questa chiesa il 27 dicembre 1924. Il giorno anniversario cadrebbe domani, ma la celebrazione è stata anticipata ad oggi, domenica 26 dicembre, per facilitarne la partecipazione ai fedeli. Con l’anticipo vengono così a coincidere due eventi: uno, il battesimo di Maria Bolognesi in virtù del quale ella divenne figlia di Dio, quindi membro della famiglia divina; l’altro, quello liturgico, collegato alla celebrazione della festa della Sacra Famiglia e pertanto così vicino a noi tutti, perché esso riguarda l’assetto fondamentale della nostra vita, che è appunto la famiglia. Desidero parlarvi di entrambi gli argomenti, ossia del nostro divenire partecipi della famiglia di Dio e della nostra appartenenza alla famiglia umana, tenendo però presente che Maria Bolognesi, contrariamente a quanto di solito accade, fu accolta come figlia anche in famiglie non a lei legate da vincoli di sangue.

LA FAMIGLIA DI DIO

Una delle cose che mi colpirono nella vita di San Pio da Pietrelcina fu il seguente episodio: un giorno, verso la fine della vita, lo trovarono che piangeva dirottamente. Il frate che di solito lo accompagnava, gli chiese: “Padre, perché piangi?”. “Piango – rispose Padre Pio – perché dalla mia nascita trascorsero vari giorni prima che mi battezzassero”. Egli considerava questo intermezzo, nel quale visse privo della grazia divina, come un evento colpevole e piangeva perciò a dirotto, pentendosene amaramente.

Il pianto di Padre Pio ci dice quale sia l’importanza del battesimo nella nostra vita.

Ieri, nella celebrazione natalizia, abbiamo letto che Dio ci ha parlato nel Figlio. Il fatto che Dio ci abbia mandato il Figlio suo per parlarci di Sé, che cosa sta a indicare?

Ce l’hanno spiegato i testi scritturistici riportati nella liturgia, nei quali si specifica che noi siamo nati per opera del Figlio di Dio, origine di tutte le cose, e che addirittura viviamo in vista di Lui, cioè in vista della filiazione divina sua destinata a divenire filiazione adottiva nostra. Infatti, mentre la filiazione di Gesù è filiazione naturale, essendo egli il Figlio unigenito del Padre, noi dobbiamo diventare figli di Dio per adozione in modo da formare, in Dio, un’unica famiglia.

Cosa significa diventare figli del Padre? Abbiamo sempre sentito parlare del peccato originale.

Quando andavo a scuola, rimanevo sempre molto perplesso nel sentire che il peccato originale viene, senza nostra colpa, trasmesso per generazione, mentre invece i peccati attuali sono frutto della nostra malvagità. Se non avevo obiezioni sui peccati attuali, avevo però difficoltà a pensare al peccato originale trasmesso per via generazionale.

Adesso che sono diventato vecchio, mi pare di capire qualcosa di più, e mi spiego: la natura umana trasmessaci da Adamo ed Eva, in virtù di quell’errore da essi compiuto, ha nel suo DNA la legge di gravitazione verso il basso. Nel DNA dell’uomo è inserita la spinta a sentirsi legislatore di se stesso, di sostituirsi a Dio nel decidere il bene e il male. E’ per questa spinta che l’uomo talvolta sente, addirittura sanziona con le sue azioni, la propria autonomia da Dio, la quale ha la propria ragion d’essere nella realtà del peccato.

Ho capito, perciò, che cosa significa il battesimo: in virtù della morte di Cristo sulla croce, quel peccato d’origine trasmesso attraverso il DNA, viene cancellato, pur tuttavia nel DNA dell’uomo resta operante la legge di gravitazione verso il basso. Per questo, noi non siamo spinti a fare il bene, ma a fare il male, come ce lo ricorda San Paolo scrivendo ai Romani: “Non ciò che voglio io faccio, ma ciò che non voglio, compio”.

Le conseguenze di quel peccato d’origine, sempre presenti nel DNA, sono le ferite che caratterizzano la condizione umana. Gesù, spegnendosi sulla croce, ha cancellato il peccato d’origine, del quale però rimangono in noi le conseguenze.

Che cosa vuol dire: “Rimangono le conseguenze?”. Vuol dire che il potere satanico è in noi operante, perché Satana è il principe di questo mondo. Non dimentichiamolo mai, questo l’ha detto Gesù, non lo diciamo noi. Satana, che è il principe di questo mondo, cerca di esercitare il suo potere di seduzione per spingerci al male.

Soltanto due sono state le nature umane sottratte all’influsso di Satana: la natura umana della Vergine Santa – dogma dell’Immacolata Concezione – e la natura umana di Cristo. Nel grembo di Maria quest’ultima, unita alla natura divina del Verbo, non aveva nel suo DNA il peccato originale: Egli era innocente, come innocente e immacolata era appunto sua madre. Eccettuati loro due, tutti gli altri uomini hanno avuto il peso del peccato originale e nella storia dell’umanità noi ne vediamo le conseguenze. Basta guardarsi attorno per constatare i disastri, le violenze, le cattiverie che succedono.

In virtù del battesimo che cancella il peccato d’origine, viene infuso da Dio nella natura umana lo Spirito Santo, che contrasta l’azione del demonio. E’ tuttavia necessario dare ascolto allo Spirito, operando alcune scelte: la prima, è quella di meditare le verità che Gesù ci ha trasmesso; la seconda, riguarda l’unione a Lui attraverso l’orazione e la partecipazione ai sette sacramenti, che la Chiesa puntualmente amministra per rinvigorire in noi la vita del Signore. Affinché la vita del Figlio di Dio diventi la nostra vita di figli del Padre, è altresì necessario si sviluppino in noi quelli atteggiamenti interiori che si chiamano umiltà, bontà, carità, e soprattutto fede, che è la ragione di tutte le cose.

Attraverso la fede noi accettiamo che Dio esista, che abbia influsso nella nostra vita, e ci abbandoniamo a Lui. In virtù della fede noi conosciamo Gesù. Ecco perché vi parlavo della meditazione della Parola, attraverso la quale conosciamo Dio, ovvero la Sua verità. ConoscendoLo, Lo amiamo: ecco la carità; amandoLo, Lo desideriamo: ecco la speranza.

Queste tre virtù, dette teologali, costituiscono le tre forze soprannaturali che sorreggono in noi la vita divina: la fede, attraverso la quale si conosce e si crede; la carità, con la quale si ama Dio; la speranza, che suscita in noi il desiderio di possederLo. Queste tre virtù vengono infuse nell’anima il giorno del battesimo.

In virtù di queste forze soprannaturali possiamo contrastare l’azione satanica e mantenere vigorosa in noi la vita di Dio. Se la nostra preghiera accompagnerà l’azione dello Spirito Santo, anche la nostra vita si svolgerà in modo diverso, allontanando da noi le seduzioni del mondo.

Per consentire la comprensione del significato di queste ultime parole, ne darò un breve cenno; passerò poi al secondo punto riguardante Maria Bolognesi e la famiglia umana.

Ho dovuto diventare vecchio per capire tante cose! Dopo aver letto alcuni libri di astrofisica e di fisica, ho capito quello che diceva San Paolo scrivendo ai Romani. Ho capito anzitutto che il nostro pianeta è una navicella, un granellino di sabbia nell’immensità dell’universo. Noi abbiamo in mente di essere chissà che cosa, mentre invece siamo un nulla: la nostra navicella spaziale è un granellino di sabbia che gira vorticoso in quell’immensità.

Tutte le stelle e le galassie che noi possiamo vedere rappresentano l’1% dell’esistente; il 3% sono gas intergalattici; il 23% è «materia oscura» che esercita la forza gravitazionale che muove le galassie e tiene uniti i nostri corpi (per esempio noi alla terra); il 73% viene chiamata energia del vuoto e costituisce il contenitore di questo immenso universo, che gli astrofisici dicono equivalga a duecentomila miliardi di miliardi di km.

La terra gira su se stessa all’equatore alla velocità di 1.670 km orari; attorno al sole il nostro pianeta gira alla velocità 100.000 km orari; il sole ci trascina attorno al centro della Galassia alla velocità di 1.300.000 km orari; la nostra Galassia trascina il sole nel cosmo alla velocità di 3.072.000 km orari. Insomma l’universo è una realtà che spaventa, nella quale si muove la terra, ossia la nostra piccola navicella spaziale. A ben considerare, in simile contesto appaiamo un niente, eppure Gesù ci ama! Ecco la cosa che mi ha colpito: Lui ci ama uno per uno.

Un’altra verità mi ha ancora stupito: le leggi che governano l’atomo, governano pure le intere galassie; gli elettroni che girano vorticosamente attorno al nucleo, in modo ellittico, rispecchiano tali e quali i movimenti dei pianeti e delle stelle.

Sono rimasto colpito da questa unità di disegno divino: il microcosmo (l’atomo) e il macrocosmo (l’intero universo) hanno le stesse leggi, la stessa vita, e allora ho capito quello che dice San Paolo: «Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita» (Rm 5,18).

Gesù è uno, il microcosmo. L’umanità è il macrocosmo, la vita divina che è in Lui, diventa la vita dell’intera umanità: è una cosa affascinante! In virtù del battesimo siamo uniti in Gesù, l’Uno, e partecipiamo, tutti, della pienezza divina presente in Lui. Quanto dovremmo essere grati al Signore per questo immenso dono!

LA FAMIGLIA UMANA

Adesso vi parlo di Maria Bolognesi, vissuta in varie famiglie.

Nata a Bosaro nel 1924, rimase nella casa dei nonni materni Samiolo fino al marzo 1930, quando la mamma si sposò con Giuseppe Bolognesi. Poi, dal 4 marzo del 1930 si trasferì in casa Bolognesi a Crespino; in questa famiglia rimase fino all’8 novembre 1946.

Nella storia di Maria Bolognesi qual’è la cosa più sintomatica in rapporto alla famiglia di Dio, al battesimo, alla grazia santificante?

Pur essendo vissuta in una situazione particolare, data l’illegittimità dei natali, a Bosaro, presso i Samiolo, Maria ebbe la fortuna di avere una nonna meravigliosa: nonna Cesira, che le insegnò a pregare. Dalla nonna Maria apprese non solo l’Ave Maria e il Padre Nostro, come noi, bensì l’arte della preghiera, imparando dalla nonna a parlare a Gesù. Parlare a Gesù è il grado più alto dell’orazione.

Quando poi nel 1930 entrò a far parte della famiglia Bolognesi, Maria trovò un altro nonno – nonno Luigi – che, come nonna Cesira, continuò a parlarle di Gesù con un tono affascinante, da innamorato, tant’è vero che nel 1933, a soli nove anni, la piccola Maria consacrò tutta se stessa a Gesù. Da allora il Signore divenne la ragione unica della vita di lei, al punto da prometterGli che non si sarebbe sposata per rimanere tutta di Gesù.

Da quando nel 1930 Maria entrò in casa Bolognesi, conobbe, per varie ragioni, tante sofferenze, tra le quali, oltre alla povertà, anche la miseria. Fino all’anno 1937 non c’era, in casa, cibo per tutti. In tale clima di desolazione Maria sacrificò se stessa per i fratellini che curò con amore infinito: essi divennero la ragione della sua vita.

Poi nel 1946 Maria Bolognesi si trasferì presso la famiglia Piva con il consenso del papà e della mamma, che ritennero una grazia quel trasferimento, perché andando Maria dai Piva, alleggeriva il peso economico della famiglia Bolognesi, risultando così in casa una bocca in meno da sfamare. D’altronde, pur abitando i Piva a S. Cassiano, ossia a 5 km da Crespino, Maria continuò ad occuparsi dei suoi 5 fratelli, curandone il bucato e provvedendo al misero guardaroba.

Maria visse nella famiglia Piva praticamente in continuazione fino al mese di ottobre 1950. Da allora lei cominciò a recarsi sempre più frequentemente a Rovigo in casa Guerrato, perché, essendo malata, poté ottenere da costoro la possibilità di accedere alle cure mediche necessarie. Lo stacco dalla famiglia di Ferdinando Piva avvenne perciò gradualmente. Dopo il 1951 la Bolognesi in effetti rimase quasi in continuazione a Rovigo presso i summenzionati benefattori. La permanenza nella loro famiglia si protrasse fino al mese di ottobre 1955, quando, venendo a mancare la signora Wanda nel mese di luglio di quell’anno e accentuandosi sempre di più i malanni sanitari della Bolognesi, quest’ultima fu indotta a trasferirsi presso la famiglia Mantovani. Infatti, dal 18 ottobre 1955 fino all’8 ottobre 1966, per 11 anni Maria visse presso quest’ultima famiglia.

Sia nel periodo trascorso presso i Guerrato che nel successivo periodo di permanenza presso i Mantovani, la Bolognesi poté svolgere abitualmente la sua attività caritativa, assistendo i malati e provvedendo alle necessità delle persone indigenti che a lei ricorrevano.

Mi sono sempre chiesto: “Come mai Maria Bolognesi, andando dai Piva, dai Guerrato, dai Mantovani, si fece tanto amare?”. Tutte le volte che lei si staccò da dette famiglie, esse ne rimpiansero dolorosamente l’allontanamento, perché avevano l’impressione di perdere un inestimabile valore. Infatti la dipartita di lei, fu da loro ritenuta una disgrazia; e la permanenza della Bolognesi in quelle famiglie, una ricchezza! La Bolognesi si inseriva nell’ambito familiare con una dolcezza, una tenerezza, un amore, un rispetto straordinari. A testimonianza di quanto ora asserito, leggo la memoria del compianto Gino Mantovani, consegnata agli interessati nel maggio 1980, 12 anni prima che iniziasse il processo di canonizzazione: «Il 18 ottobre 1955 Maria Bolognesi è entrata in casa nostra, in via Di Rorai a Rovigo. Alcuni giorni prima mia sorella Zoe aveva interpellato la mamma, mio fratello Emanuele ed il sottoscritto se non avevamo nulla in contrario ad accogliere in casa nostra una ragazza abbisognevole di cure e soprattutto di tanta comprensione.

Dopo che la sorella ci ha assicurato sulla serietà, moralità e dopo averci chiarito il caso tutto particolare che ci si presentava, non abbiamo esitato ad accogliere Maria come una figlia, per la mamma, e come una sorella per noi.

E così Maria Bolognesi è entrata a far parte della nostra famiglia.

Notai subito la semplicità, la bontà, l’educazione, l’umiltà, la dolcezza della persona venuta a vivere con noi, e la sua grande personalità.

Con lei il dialogo era facile, non pesava, anzi, considerato il limitato grado di istruzione scolastica, (aveva frequentato e solo per tre anni la 1a Elementare, tre mesi per anno, e per tre mesi la seconda), interessava e convinceva su tutti i problemi che il vivere quotidiano richiedeva.

Inoltre su ogni argomento ci metteva a nostro agio rispettosa delle nostre abitudini e usi familiari e di lavoro. Dopo poche settimane di permanenza con noi si era inserita dolcemente nella nostra famiglia quasi fossero passati degli anni, anziché qualche mese. Mi accorsi subito della Sua non comune intelligenza e serietà alla quale molto naturalmente mi rivolgevo per chiedere e sentire pareri e consigli.

Notai con quale semplicità e dolcezza sapeva esporre le sue idee ed i suoi concetti che mai erano errati e sempre illuminavano. Gli argomenti religiosi erano trattati da lei lievemente, quasi avesse paura di ledere i nostri principi che erano quelli di una sana educazione Cristiana e Cattolica avuta in famiglia.

Amava i sofferenti, i poveri, gli ammalati non solo nel fisico, gli anziani soli e i bambini.

Tengo a dichiarare ora che Maria era sanissima di mente, era una persona normalissima in tutti i suoi atti e da quando ho avuto la fortuna di conoscerla fino alla sua dipartita mai dico mai ha dato motivo di dubitare della sua serietà, della sua serenità d’intelletto nei suoi colloqui, della sua bontà, della sua moralità; ma solo devo doverosamente e onestamente confermare della sua grande delicatezza d’animo, della sua grande dolcezza e soprattutto del suo grande spirito di sacrificio che si manifestava nella gioia di essere utile a tutte le persone sofferenti e bisognose di assistenza non solo nel fisico, perché anziane o ammalate, ma anche a tutte quelle che per diversi motivi non trovavano la pace nell’animo o la serenità nella famiglia.

Per queste, in particolar modo, era e si sentiva una figlia, una madre, una sorella.

Non mi sono mai spiegato come Maria potesse conoscere così profondamente le persone nel loro animo. Lei leggeva dentro di noi e ci conosceva meglio di noi stessi. Non importava parlare molto. La sua sensibilità penetrava insensibilmente in noi ed induceva alla confidenza; e quante volte ha sollevato da pesanti preoccupazioni situazioni familiari ormai disperate?

Quanto bene ha fatto e quanta bontà ha seminato nella sua piuttosto breve permanenza fra noi. Quale grande lezione di sacrificio e di amore a Gesù è stata la sua vita!».

padre Tito M. Sartori