Omelia di padre Tito M. Sartori – 21 Ottobre 2005

Chiesa Parrocchiale di S. Bartolomeo apostolo, Rovigo

È la prima volta che celebro la Santa Messa nella chiesa della Parrocchia di Maria Bolognesi.

Abbiamo sentito le letture bibliche. Nel brano evangelico viene esposta la difficoltà di giudicare ciò che è giusto e la necessità di comporre in armonia i propri interessi con quelli del prossimo, perché nella loro composizione è racchiusa la pace, quale segno della carità vissuta.

La difficoltà di giudicare ciò che è giusto e di creare la pace, di comporre i propri interessi con quelli degli altri, proviene da una situazione interiore che ciascuno di noi avverte dentro di sé, descritta da Paolo nel brano della Lettera ai Romani appena ascoltato, dove si dice che ci sentiamo come lacerati da due spinte uguali e contrarie: la spinta verso il bene e quella opposta, diretta verso il male.

Mi soffermerò su questi tre problemi: la difficoltà di giudicare, la necessità di comporre i propri interessi e la difficoltà che proviene dal nostro cuore.

Cominciamo con la prima difficoltà: quella di giudicare ciò che è giusto. Talvolta è veramente difficile giudicare ciò che è giusto, perché il confine tra il giusto e l’ingiusto non sempre è così chiaro, ci sono delle zone grigie che vanno interpretate. La difficoltà di giudicare, riferita alla vita di Maria Bolognesi, ve la dimostro con una lettera che lei scrisse il 26 maggio 1975.

“Quando andrò in Paradiso, sono certa, Gesù mi accoglierà senza chiedermi “Da dove vieni? Chi sei?”. Perché tante cose, tante difficoltà per me, con una vita così semplice? Cerco di fare solo del bene alla spicciolata, non mando mai via un povero senza la bustarella, senza il vestitino; a volte, se non ho rifornimento di indumenti, vado comperarglieli, e mi si accusa che sono pazza, o isterica. In fondo, questi superiori, non sanno cosa ho passato io, loro non di certo hanno avuto la miseria che avevo in casa io; non hanno ricevuto un cognome come è costato a me, senza colpa. Tutto questo patire mi è costato tante lacrime. In più: sempre malvista, per la tanta povertà; non capita, perché andavo in chiesa nei giorni feriali, solo i signori potevano andare in chiesa. Questo nome di “sc-entrata” vale tutt’oggi. Tanti sacerdoti, suore, escono dal loro ministero: quattro chiacchiere e tutto finisce; sono dei bravi. Piuttosto che essere cattivo sacerdote, meglio che se ne vada a formarsi la sua famiglia. Ma io non capisco più nulla, cerco di essere ritirata, nascosta, prudente, tutto non conta. Se guardassimo quello che capita nel mondo e si pregasse di più, Gesù sarebbe più contento di noi, invece siamo degli egoisti, mangiare e bere e soldi in tasca, mormorando di chi può fare un po’ di bene attraverso dei sacrifici. Credetemi, non ho voglia di niente, solo di amare tutti senza misura, non condanno nessuno. Se io avessi avuto anche solo due persone che si fossero curate di me con un po’ di affetto, sarei stata ricca! Per il troppo sola, respinta da tutti, ho sentito di amare moltissimo, e di questo ringrazio il Signore da non finire mai”.

Miei cari fratelli, non vi aspettavate di sentire esporre con tanta chiarezza la difficoltà di giudicare ciò che è giusto. In questo brano, tratto della lettera citata, la difficoltà di giudicare gli eventi, le persone e i comportamenti di tutti è di una chiarezza solare. Nel caso suo, poi, è chiarissimo come ci si sia sbagliati, a tutti i livelli, nel giudicare lei. Ed è, il suo, il dramma di sentirsi incompresa, di sentirsi non amata.

Notate, io non dico quello che asserisce lei. Lei sostiene che se avesse avuto due persone che avessero avuto affetto nei suoi confronti, si sarebbe stimata ricca. Lei ha avuto molto più di due persone! Su questo punto io non sono d’accordo con quello che lei afferma, potrei fare i nomi delle persone, e sono molte più di due, che l’hanno amata, le sono state vicine e l’hanno compresa. Lei probabilmente si riferisce agli anni della fanciullezza o dell’adolescenza o della giovinezza, ma anche negli anni della fanciullezza, per esempio, ricevette l’immenso affetto della nonna e del nonno materni, l’immenso affetto del nonno paterno adottivo (che si chiamava Luigi, ed era un santo. Quando è morto, questa creatura meravigliosa aveva dietro la bara soltanto i figli e la mamma di Maria e basta: ed era un santo! Quando moriremo, scopriremo cose incredibili e inimmaginabili!).

L’aiuto che lei cercava l’ha avuto. Adesso vi dimostro dove lei cercava l’aiuto sicuro, perché il problema non è ottenere un aiuto qualsiasi, il problema vero è quello di poter confidare in un aiuto che dia certezze. Sentite cosa lei scrive nel maggio 1975 a Mons. Balduin, suo padre spirituale: “In questo periodo, vediamo dei disastri tanto dolorosi, e questo ancora non è nulla, il peggio lo avremo fra non molto. Gesù non sbaglia, non mentisce. Padre, di questo dobbiamo preoccuparci, mi perdoni se la disturbo, ma da sola non ho mai camminato, sono piccola e tanto miserabile, i binari sono lunghi e stretti, per arrivare alla vetta ci vuole tanto tempo e questo tempo è prezioso, non voglio perderlo inutilmente ma dare a Gesù del bene più che posso”.

Perché vi cito questo brano di una lettera della Bolognesi? Perché Maria faceva sempre ricorso alla Chiesa. Per lei, Mons. Balduin non era un prete, era la Chiesa, quello che diceva lui era la Chiesa che lo diceva. Nelle parole di lui Maria trovava la certezza dello spirito, quella certezza, quella chiarezza di cui sempre nella vita abbiamo assolutamente bisogno. Tenete presente un particolare importante (dico questo a malincuore, non vorrei parlare delle visioni della Bolognesi, perché poi magari chissà che cosa direbbero certe persone, però questo particolare bisogna che ve lo dica). Quando Gesù le suggeriva una cosa, lei rispondeva: “Io chiederò il parere al mio padre spirituale”. Se il padre spirituale diceva il contrario di Gesù, lei stava a quello che le diceva il padre spirituale. Questo particolare Maria Bolognesi gliel’ha rinfacciato più volte al Signore, dicendo: “Va bene, tu mi hai detto così, ma io sto con la Chiesa, sto con il mio padre spirituale”. E Gesù le diceva: “Sì, fai bene”. La Chiesa è Lui! I pastori sono Lui! Ma ci vuole fede, ci vuole umiltà per credere alla Chiesa.

Passiamo al secondo punto. La composizione dei propri interessi con quelli altrui emerge nella lettera che lei scrive a coloro che l’hanno male interpretata, e nell’epistolario della Bolognesi ci sono varie persone, talune addirittura a lei carissime, che le scrivono lettere molto pesanti, nelle quali danno un giudizio critico e negativo sul comportamento di Maria Bolognesi. Vi riporto una missiva che lei scrisse a una di queste persone nel Natale 1970: “Non mi piace sentire mormorazioni, se siamo veramente cristiani, dobbiamo perdonarci a vicenda, cercare di coprire le piaghe dei propri fratelli, non mettendole sulle piazze. Sappia che in cuore non ho nulla, per me in ogni creatura vedo Dio. Non desidero sentire disprezzi di nessuno. Questa è carità”. E’ importante quello che lei dice: “Non desidero sentire disprezzi di nessuno, questa è carità”, perché lei nel prossimo vede Dio, il prossimo è il crocevia dell’incontro con Dio.

Perché il prossimo è il crocevia dell’incontro con Dio? Dio non lo vedi, ma il prossimo lo vedi, e come lo vedi? Non lo vedi nella perfezione divina, lo vedi nella miseria umana, nella capacità di odio, nell’egoismo, nella capacità di disprezzare, di umiliare. Allora, vedere Dio presente nel prossimo, nel prossimo così imperfetto, talvolta così cattivo, richiede una fede enorme, richiede coraggio eroico, e lei sottolinea: “Io nel prossimo vedo Dio, quindi non disprezzo nessuno”, perché c’è un miracolo di grazia che è dentro il cuore di ogni uomo, perché Gesù è morto per tutti, anche per i cattivi, soprattutto per i cattivi, Lui vuole portarli a sé i cattivi e attraverso un’azione misteriosa e prolungata nella vita, cerca di condurre al pentimento e alla conversione.

Adesso vengo al terzo punto. Nella lotta interiore che ciascuno di noi ha potuto sperimentare nel corso dell’esistenza fra la spinta al bene e la spinta al male, spesso, come dice Paolo, prevale la spinta al male. Vi espongo il pensiero della Bolognesi, leggendovi un breve tratto di una lettera scritta il 26 maggio 1975 ad un sacerdote che le portava la comunione in casa.

“Ho sempre messo tutto nelle mani del Signore e lì ho sempre trovato il mio unico rifugio, la mia forza e la grande speranza, non perdendomi mai nelle chiacchiere degli uomini. L’infallibile è solo Lui, che per redimerci si è fatto mettere in croce. Quanto grande sia la lotta e il nemico, più intenso e più profondo è l’amore che ho nel cuore per il Re dei Re. Quando penso al Tabernacolo, in lunghissime meditazioni, oh, mi accorgo di essere piccola, spoglia, bisognosa di quella porticina; il mio cuore si farebbe capanna per fare riposare il Tesoro, quel Tesoro abbandonato da tantissimi. Lì non ci sono confini, i confini li mettono gli uomini, noi umilmente preghiamo ed attendiamo, così serviremo Gesù. Per arrivare all’alta vetta, non ci occorrono lunghe corde, ma bensì essere premuniti di tanta pazienza e carità.

Vengo a ringraziarla del bene fattomi, il lungo inverno chiusa in casa, anche se pioveva, quando arrivava lei con Gesù, vedevo il sole. Non c’è nessun cibo così gustoso e profumato: che gioia senza fine! Grazie, grazie! Cerchiamo di essere buoni senza perdere tempo; cerchiamo di amare tutti fino in fondo, senza sosta; facciamo sì che la nostra vita sia spesa sempre e solo per Gesù e la Mamma Celeste”.

Lettera bellissima!

Vorrei mettere in rilievo in questo brano cinque punti: l’amore, l’umiltà, la fede, la preghiera e la vigilanza.

L’amore: “per quanto grande sia la lotta del nemico, più intenso e più profondo è | l’amore che ho nel cuore per il Re dei Re”.

L’umiltà: “Quando penso al Tabernacolo, in lunghissime —meditazioni, oh, mi | accorgo di essere piccola, spoglia, bisognosa”. Questo è il segreto, per andare da Gesù bisogna essere piccoli, come dice Lui nel Vangelo, l’umiltà, la coscienza della propria colpa, la coscienza di essere stati sempre perdonati, la coscienza di essere amati, la coscienza di essere attesi dall’Amore (con la A maiuscola). Ma bisogna essere piccoli per capire queste cose, per viverle bisogna essere piccoli, umili, come dice Maria Bolognesi.

La fede: “Il mio cuore si farebbe capanna per fare riposare il Tesoro, quel Tesoro | abbandonato da tantissimi”. Attraverso la fede Gesù abita in noi, lo dice San Paolo agli Efesini: “Per la fede Cristo abiti nei vostri cuori”. Gesù abita in noi per la fede, perché la fede è nel contempo umiltà ed amore.

La preghiera: “Noi umilmente preghiamo ed attendiamo, così serviremo Gesù”. Se | tu ami, come fai a non parlare con la persona che ami? Se tu ami Gesù, come fai a non parlare con Lui? Più lo ami, più parli con Lui, e il parlare con Lui si chiama preghiera: è il colloquio d’amore dell’amante con l’amato, che si scambiano i ruoli.

– La vigilanza: “Cerchiamo di essere buoni senza perdere tempo; cerchiamo di | amare tutti fino in fondo, senza sosta; facciamo sì che la nostra vita sia spesa sempre e solo per Gesù e la Mamma Celeste”. Essere vigilanti contro il nemico, essere vigilanti perché Egli ci aspetta, ci attende. La speranza che sfocia nell’immenso amore di Dio, che premia chi lo ama.

padre Tito M. Sartori