Omelia di S.E. Mons. Martino Gomiero – 5 febbraio 1996

Chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo
S. Messa di suffragio per la Serva di Dio Maria Bolognesi

Carissimi fratelli e sorelle,
siamo riuniti nel tempio per ricordare la Serva di Dio Maria Bolognesi, per la preghiera di suffragio per la sua anima benedetta.

Noi siamo cristiani, cresciuti alla scuola del Vangelo e abbiamo, quindi, il comandamento di essere fedeli a Dio e di essere pronti ad amare il prossimo. Dobbiamo estendere la nostra preghiera di suffragio per i cari defunti, familiari, benefattori, amici. La nostra preghiera desidera raggiungere il trono di Dio passando per il cuore di Cristo, il Sommo Sacerdote, il Pontefice della nuova alleanza: è Lui che fa il ponte. La parola «Pontefice» indica colui che fa il ponte spirituale tra la sponda di questa umanità, di questa valle di lacrime, e la sponda della vita eterna, del luogo della beatitudine, della luce e della pace. Ci appoggiamo, quindi, alla mediazione di Cristo perché purifichi e renda più buone le nostre preghiere e le consegni al Padre Celeste, per i cari defunti e per il nostro bene spirituale.

Il tempo della nube, il tempo della gloria

Abbiamo ascoltato le letture: c’è un tempo della nube, c’è un tempo della gloria.

Il tempo della nube è quello vissuto da noi nell’esistenza terrena, quando abbiamo la luce della fede, ma non ancora lo splendore della gloria eterna. Quando il Signore ci chiamerà all’altra vita, allora, potremo godere la visione beatifica di Dio ed avere pienezza di amore, di vita e di felicità. Adesso ci troviamo a vivere nella fede, seguendo la parola di Dio, l’insegnamento della Chiesa, per cogliere l’indirizzo giusto che dobbiamo dare alla nostra vita, per compiere scelte di salvezza senza soccombere alle tentazioni diaboliche e alle seduzioni mondane. Noi allora cerchiamo la parola di Dio, che sia luce per l’anima nostra.

Il mio bene è stare vicino a Te

Il Signore dice nel salmo – lo dice a ciascuno di noi, nell’esperienza vissuta dal Salmista -: “il mio bene è stare vicino a Te, o Signore, perché chi si allontana da te perisce”.

Non vogliamo la sconfitta, il fallimento. Speriamo di rimanere sempre amici fedeli del Signore, di non voltarGli le spalle, seguendo le tentazioni o il nostro capriccio; con la grazia del Signore speriamo di essere liberati dalla stoltezza e dalla sconfitta. Mai allontanarci dal Signore! Lasciare la casa paterna potrebbe significare l’avventura sbagliata, umiliante, del figlio prodigo, che si è trovato nella miseria, abbandonato a soffrire la sua dura condizione.

“Il mio bene è stare vicino a Te, o Signore”: vogliamo consegnare al Signore la nostra alleanza. Abbiamo sentito dell’Arca dell’alleanza, introdotta nel tempio. Noi desideriamo stabilire con Dio una vera alleanza, che parta dal cuore, che si esprima con la bontà, con l’amore a Dio, col servizio al prossimo. Vogliamo stabilire col Signore una vera alleanza, non quella delle parole inutili, superficiali, ma l’alleanza che ha le radici nel cuore, che ci rende pronti ad osservare i comandamenti di Dio, ad offrire le nostre energie per dare sollievo e conforto alle persone che portano la croce del dolore. Una solida alleanza, che noi consegniamo al cuore di Dio, ricco di misericordia e di bontà.

Il Signore ci dona il suo infinito amore per ottenere da noi una risposta generosa, di altruismo, di carità, di sensibilità per i poveri, di attenzione alle persone che soffrono. Consegniamo il patto di alleanza al cuore di Dio, perché sia più sicuro. Nelle nostre mani è sempre fragile, questo patto, ma, consegnato al Signore, può diventare un patto più sicuro, più forte, ricco di energie, per farci camminare nella strada del Vangelo, della salvezza, della santità.

“Il mio bene è stare vicino a Dio”: entriamo nel tempio della preghiera, nel tempio del lavoro, nel tempio del dolore. In questo modo noi andiamo vicini al Signore.

Il tempio della preghiera

E’ bello entrare nel tempio della preghiera. E’ bello venire nelle nostre chiese, dove c’è la presenza reale di Gesù eucaristico. E’ bello ritrovarci in questa chiesa dei santi Francesco e Giustina, antica e bella chiesa, che vede il fervore di tante anime della comunità parrocchiale, della cittadinanza di Rovigo in alcune circostanze. E’ bello entrare nel tempio della preghiera, coltivandola in famiglia, ma rendendola comunità liturgica nelle nostre chiese, cantando insieme le lodi di Dio e supplicando nell’umiltà l’intervento del Signore, perché possiamo essere sempre fedeli alla sua volontà.

Veniamo volentieri nel tempio della preghiera perché sappiamo che la preghiera eleva l’anima a Dio; la preghiera è quella forza spirituale che ci permette di guidare il timone della vita verso l’approdo dell’eterna salvezza. Chi prega ha le mani sul timone della vita, non ha le mani fiacche, abbandonate, pigre, ma ha le mani puntate per dare l’indirizzo giusto alla vita cristiana, che deve essere bene vissuta: carità realizzata. Allora, la mano che prega dirige il timone di questa mistica nave verso il porto dell’eterna salvezza. Coltiviamo la preghiera: senza contemplazione non c’è missione, non c’è apostolato.

Il convegno di Palermo ci ha richiamati a questo valore essenziale. La spiritualità, fortificata dalla preghiera, diventa l’energia necessaria per sviluppare la comunione nella Chiesa e per promuovere la missione del Vangelo nella storia, nella civiltà, nella nostra società, che ha estremo bisogno di ritrovare punti di riferimento per non essere abbandonata all’odio, alla prepotenza, all’ingiustizia, alla corruzione. Entriamo sempre volentieri nel tempio della preghiera, per santificarci.

Il tempio del lavoro

Poi viene il tempio del lavoro, del sacrificio, della fatica, dell’impegno professionale. Non possiamo rimanere sempre in chiesa, tra le pareti del tempio; non possiamo rimanere sempre inginocchiati a pregare; nel nostro caso, abbiamo l’attività professionale, abbiamo il servizio al prossimo, il lavoro al nostro banco. Portiamo il senso cristiano quando noi siamo applicati al lavoro, alla fatica. Portiamo il senso cristiano: allora la nostra fatica è gradita al Signore, il nostro lavoro si coniuga con la preghiera e il Signore guarda a noi, che fatichiamo in questo cammino, in questo impegno, per la famiglia, per il bene dei fratelli. Il Signore sarà contento di noi perché quando esercitiamo il lavoro, siamo nella giustizia e siamo guidati dalla retta intenzione per promuovere il bene della persona della famiglia e della società. Entriamo volentieri nel tempio del lavoro, del sacrificio, con la retta intenzione, non per guadagnare soldi, per essere superiori agli altri ma per essere fedeli alla consegna ricevuta dal Signore e così esprimere la nostra testimonianza cristiana nell’umiltà, nella fatica, nel servizio, guardando a quel Signore Gesù, che ha passato trent’anni nell’umiltà e nel lavoro e ha detto: “Non sono venuto al mondo per essere servito, riverito, ma per essere il servo dei beni spirituali di ogni uomo”.

Il tempio del dolore

Entriamo nel tempio del dolore, entriamo certamente con fatica, ma con la fede cristiana, con la luce della carità. Entriamo nel tempio del dolore, dove ci sono gli anziani in solitudine, gli ammalati dell’ospedale, gli handicappati nella loro situazione. Noi siamo cristiani con gli occhi aperti per scoprire tanti dolori e drammi, siamo cristiani dal cuore sensibile, per compiere il servizio indicato dal buon samaritano e cerchiamo allora di portare conforto ed aiuto dove c’è la povertà, la privazione, la sofferenza, dove ci sono le pene interiori, le malattie del corpo, le sofferenze dell’anima.

Dobbiamo entrare con fede, con cuore generoso. Nel tempio del dolore ci sono ancora tanti drammi. Non pensiamo che il progresso abbia eliminato la povertà, non pensiamo che la scienza abbia sconfitto tutte le malattie. Allora, c’è spazio, grande spazio, per esercitare la carità.

Come faceva il Signore Gesù, che era circondato dalla folla, che era raggiunto da tanti che volevano toccare il lembo della veste per essere guariti, così anche noi esprimiamo la nostra vita cristiana nella carità. Conosciamo bene la pagina evangelica: tutto quello che faremo per il povero, per l’affamato, per l’abbandonato, per accogliere il lavoratore terzomondiale, per confortare i nostri fratelli sofferenti, il Signore lo ritiene fatto a sé.

Quando noi siamo vicini all’ammalato che soffre, all’anziano in solitudine, all’handicappato che cerca la nostra presenza, quando siamo vicini alle persone che soffrono, noi siamo vicini a Dio e il Signore ci darà una grande ricompensa. Allora: “il nostro bene stare vicini a Dio”, “il nostro male sarebbe la ribellione, il peccato, la fuga da Dio”!

Patto di alleanza

Vogliamo essere vicini al Signore?
Consegniamo il nostro patto di alleanza alla sua infinita bontà e onnipotenza: noi accettiamo l’invito che ci viene rivolto dalla parola di Dio e vogliamo mantenere questa vicinanza spirituale attuandola nel tempio della preghiera, nel tempio del lavoro, nel tempio del dolore.

S.E. Mons. Martino Gomiero
Vescovo di Adria – Rovigo