Omelia di padre Raffaele Talmelli – 25 aprile 2006

Chiesa Parrocchiale della Sacra Famiglia, Ferrara

Il 4 agosto 1974, don Andrea Turazzi, ad un campo scuola dell’Azione Cattolica Ferrarese a Ponte di Legno, durante un incontro serale parlò di Maria Bolognesi.

Aveva conosciuto Maria da giovane sacerdote e, molto affascinato da questa figura, ne parlò a noi giovani partecipanti al Campo, ed io rimasi molto incuriosito.

Dunque, dopo tanti anni, mi ritrovo proprio nella chiesa di cui don Andrea ora è parroco a celebrare il ricordo di questa donna santa che ha percorso la nostra Ferrara, come altre città vicine, ed è sicuramente un momento che merita una riflessione particolare.

Maria fu legata a Ferrara soprattutto dal legame profondo che ebbe con le Monache Agostiniane del Monastero di Santa Giustina, di cui, nella luce dello Spirito, previde la chiusura.

E la Provvidenza volle che durante il nostro ultimo incontro, nel novembre 1979, lo dicesse proprio a me.

Ne parlai esclusivamente con don Cartesio, il confessore delle monache, e su suo consiglio tenni la cosa segreta per me per molti anni; come tutti sappiamo gli eventi si sono sviluppati esattamente come Maria in qualche modo aveva intuito e anche previsto.

Per i cristiani il ritrovarsi a celebrare la memoria di un cristiano o di una cristiana che sono passati su questa terra e hanno vissuto la loro fede in una maniera forte ed autentica, che significato ha?

Innanzitutto ha il significato di risvegliare la fede, la fede che ci aiuta ad accogliere con la nostra volontà le verità che Dio ci ha rivelato, ma ancora di ravvivare la speranza, la speranza che non siamo semplicemente il ciclo biologico che tutti possiamo vedere: si nasce, si vive e poi alla fine si muore, si torna alla terra da cui siamo venuti.

Ebbene, la speranza cristiana è proprio quella che ci permette di sperare che non sia tutto così, ma che ci sia la vita eterna.

Allora, se ci sono fede e speranza, è anche ovvio che l’esempio dei nostri fratelli ora nella gloria di Dio è teso ad aumentare la nostra carità, l’altra virtù che abbiamo ricevuto nel Battesimo, e che i Santi hanno vissuto in maniera eroica.

Quando si celebra un processo di canonizzazione – quello di Maria è ancora abbastanza recente – non si indagano tanto le grazie speciali che il Signore ha dato a queste persone, ma si indaga la loro carità, la loro fede, la loro speranza, in una parola si indagano le loro virtù, se sono state vissute in un grado eroico.

Però c’è un’altra riflessione da fare, ed è: che significato hanno i Santi per la Chiesa?

I Santi sono coloro che hanno rivelato il volto autentico della Chiesa, ecco perché quando recitiamo il Credo, noi diciamo «Credo la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica».

Tutti abbiamo ricevuto il Battesimo, e con il Sacramento anche le virtù, ma molto spesso le lasciamo “virtuali”, non diventano mai “in atto”: i Santi sono coloro che le hanno messe in atto nella loro vita, e quindi sono coloro che sanno delineare il volto autentico della Chiesa.

Che cosa si può ancora riflettere su questo punto? Quando vediamo tante cose che non funzionano da parte dei cristiani, sappiamo che quello non è il volto autentico; se uno vuole sapere com’è veramente la Chiesa cattolica, deve guardare il volto dei Santi, perché sono quelli che senza sbavature hanno saputo testimoniare l’amore di Dio fra gli uomini, e con più sicurezza, perché la Chiesa lo conferma, di tanti altri battezzati.

Quindi, sarebbe molto bello se uscendo dalla chiesa riuscissimo a non guardare più a tutte le malefatte commesse dal clero e dai cristiani nel tempo: sono coloro che hanno sbagliato, sono coloro che non hanno vissuto bene la loro fede.

Pazienza. E perdono. Noi dobbiamo guardare il volto dei Santi e cercare di capire, nella nostra vita, che cosa ci possa essere n noi che può in qualche modo ispirarsi e conformarsi alla loro vita, per vivere il cristianesimo in maniera più autentica.

I Santi quindi hanno il compito di rivelare il vero volto di Dio su questa terra.

E molte volte anche i non cristiani, o i nemici storici della Chiesa, si accorgono del valore dei Santi, specialmente quando sono operatori di carità.

Io credo che nessuno, anche tra i più anticlericali, possa non apprezzare Madre Teresa di Calcutta, o San Francesco o San Giovani Bosco, perché hanno vissuto la santità in una operatività e in una carità talmente grande, talmente fulgida e talmente evidente che lascia senza parole, per cui anche i cosiddetti nemici della chiesa, di fronte a simili esempi, tacciono.

Ci troviamo in un momento storico dove, se riflettiamo bene, vediamo che c’è uno sguardo abbastanza benevolo sulla Chiesa: dai governi che lasciano una percentuale per la Chiesa nella dichiarazione dei redditi, a tanti personaggi che ne parlano pubblicamente con una certa ammirazione, perché tendono a vedere nella Chiesa soprattutto il lato sociale, il lato con cui la Chiesa ha manifestato l’assistenza ai poveri, agli emarginati, ai diseredati, servizio che tutti i Santi, seppure in diversa misura, hanno esercitato nella loro vita.

Ma non è l’unica dimensione della santità: questa è la dimensione più condivisibile e più comprensibile, ma non è tutta qui, perché essere Santi non significa essere filantropi che operano tanto bene: fare il bene è una conseguenza della santità, non è lo scopo della santità.

Lo scopo della santità è quello di fare sì che gli uomini si ricordino che la vita non è tutta qui e adesso, ma che c’è una vita eterna, che riescano ad alzare i loro occhi verso Dio durante il corso della loro esistenza, amandolo sopra ogni cosa per goderlo eternamente in Cielo.

Allora ecco che i teologi parlano di una dimensione orizzontale della vita cristiana, che è quella che si riflette nelle azioni e nella carità verso il prossimo, ma ricordano anche una dimensione verticale, cioè diretta verso Dio.

Ecco allora che il Signore semina Santi in maniera particolare che possano ridestare la nostra fede proprio su questo punto.

Maria Bolognesi in vita sicuramente ha fatto tutto il bene che ha potuto, come molti cristiani, ma non è da cercare la sua santità nell’ordine delle opere da lei fondate, perché non ha fondato nulla: né un ordine religioso, né case di riposo, né ospedali: era, oserei dire, una umile domestica, che prestava servizio alle famiglie povere, esercitando così la sua carità.

Ma non è ancora questo, secondo il mio modesto avviso, la ragione per cui il Signore ha seminato il suo tipo particolare di santità.

Giuseppina ha ricordato all’inizio della celebrazione che Maria Bolognesi trascorse la vita amando e soffrendo.

Penso che quelle due parole riassumano un po’ tutta la vita di Maria: amando e soffrendo.

Possiamo quindi meglio comprendere perché la santità, di alcuni Santi almeno, non sia poi molto popolare: quando è rivolta soprattutto a richiamare gli uomini alla realtà trascendente di Dio.

Nella vita di Maria Bolognesi si è consumato un mistero particolare, perché questa donna ha vissuto in maniera intensa e personale uno specialissimo rapporto con Dio.

Abbiamo ascoltato adesso, nel Vangelo di Marco, che uno dei «segni che accompagneranno coloro che credono» (Mc 16,17) sarà anche la guarigione dei malati.

Ebbene, salvo il giudizio ultimo della Chiesa che sta esaminando ancora tutti questi fatti non ordinari della vita di Maria, il Signore le aveva donato una particolare forza di guarigione: l’offerta delle sue sofferenze.

Allora desidererei qui inserire una riflessione un po’ meno immediata, che è quella sulla realtà del Corpo Mistico.

Noi diciamo che crediamo alla «comunione dei Santi», ed è un mistero che non si può certamente spiegare, ma è il mistero per cui il mio bene e il mio male non rimangono confinati alla mia persona, ma si estendono: il bene come il profumo che, dal vasetto di olio che Maria di Betania aveva spezzato ai piedi di Gesù, pervase tutta la casa, (ed annota l’Evangelista «e l’aroma di quel profumo riempì tutta la casa», Gv 12,4).

Così dunque il bene, senza volere, lascia il suo aroma, e il profumo dei Santi è un segno della carità eroica che essi hanno vissuto.

Ma così pure anche il male ha questo potere dilagante.

Ecco quindi il mistero della croce, dove la redenzione ha fatto sì che persone particolarmente ardenti di amore di Dio e per i fratelli abbiano offerto le loro sofferenze, abbiano offerto se stessi, affinché altri potessero salvarsi.

È il mistero dell’intercessione, è il mistero per cui, sebbene non compresi, da sempre esistono i monaci e le monache nella chiesa: pensate alle claustrali, che in un certo senso non fanno del bene, non producono, tuttavia si vede bene che questa vocazione nella Chiesa c’è sempre.

Io credo che Maria Bolognesi, per quanto abbia esercitato tutta la carità che ha potuto durante la sua vita, abbia vissuto nascostamente una sorta di offerta monastica: non è un caso che si sia affiancata con tanto affetto e per tanto tempo alle Monache Agostiniane, per vivere la loro comunione di preghiera e di vita sofferta ed offerta a Dio.

Questa dimensione della conformazione alla croce, sicuramente è una cosa difficile da accettare, difficile da capire, ma ci porta su un altro piano di realtà: è il piano in cui Dio ci chiama e ci fa capire che la vita di ciascuno ha un valore enorme.

Non so se ricordate, Papa Giovanni Paolo da ultimo parlò del “Vangelo della sofferenza”, e dopo avere subito tanti interventi, tante sofferenze, disse: «Adesso ho capito che la sofferenza era veramente necessaria per testimoniare la vita cristiana».

Ricordo che all’inizio del suo pontificato, il giorno dopo l’elezione, andò al Policlinico Gemelli di Roma per visitare gli ammalati e disse: «Mi appoggio soprattutto a tutti quelli che soffrono e che uniscono la sofferenza, i dolori, la passione con la preghiera.

Voi siete, umanamente parlando, deboli e ammalati, ma anche potenti, così come è potente Gesù Cristo crocifisso».

Dunque, visto che le sofferenze non mancano a nessuno, se riuscissimo, con la grazia di Dio e l’intercessione di Maria Bolognesi, almeno a capire che le nostre difficoltà, le nostre piccole sofferenze non sono limitate alla nostra piccola vita, ma possono avere un significato molto più grande e salvifico se inserite nel mistero del Corpo Mistico di Cristo, allora probabilmente qualche cosa cambierebbe e ci aiuterebbe ad entrare in una dimensione più profonda.

C’è stata una grande santa, Teresa di Lisieux, una giovane monaca carmelitana entrata a 15 anni in clausura e morta a 23; pur non essendo mai uscita dal monastero, è patrona delle missioni, proprio perché offrì molto della sua vita per le missioni.

Ad un certo momento della sua esistenza, probabilmente anche in risposta ad una sorda tentazione di sentirsi inutile (è molto pericoloso giudicare le persone in base a quanto sono utili, ed è un pensiero che può infiltrarsi anche nella Chiesa se, anzichè assumere l’ottica cristiana, si assume quella dei politici che hanno tanto a cuore quanto un essere produce), ebbene Santa Teresa rifletteva sulla sua utilità nella Chiesa e vedeva con un certo fascino i missionari, coloro che potevano dedicarsi ad attività che a lei,claustrale, erano precluse.

Nel suo diario scrive: «Considerando il Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa, non riuscivo a identificarmi in nessuna delle membra, però la Carità mi fece capire qual era la mia vera vocazione, perché compresi che se la Chiesa è un corpo, composto da varie membra, in questo corpo non può mancare il membro più nobile, il cuore, (che vive nascosto, si sente ma non si vede, e non produce apparentemente nulla).

Compresi che la Chiesa, dunque, ha un cuore bruciante damore, e capii che è lamore che spinge all’azione le membra della Chiesa; e spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunciato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue.

Compresi e conobbi che lAmore abbraccia in sé tutte le vocazioni, lamore è tutto e si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, l’amore è eterno».

Comprese che era nel cuore della Chiesa.

Ecco il mistero del monachesimo, il mistero della sofferenza, sofferta bene offerta a Dio, che produce vigore per questo cuore della Chiesa.

Ricordo il giorno del funerale di Maria Bolognesi: avvenne di venerdì, e FUfficio delle Letture in quel giorno recitava il Salmo 68: «L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno.

Ho atteso con passione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati».

Mi sembrò proprio l’ultima parola che Dio aveva pronunciato sulla vita terrena di Maria: l’insulto aveva spezzato quel cuore, e sembrava quasi che il Signore con queste parole volesse suggellare l’esistenza di una creatura che, fattasi cuore, aveva saputo amare tutti coloro che aveva potuto, meglio che aveva potuto, ma soprattutto aveva cercato di insegnare agli uomini che il nostro valore di esseri umani redenti da Cristo non è dato da quanto produciamo, ma da quanto siamo capaci di amare.

Proprio nell’amore più forte, sta la dignità e la forza del cristiano.

E credo che lei abbia potuto testimoniare questo nel corso della sua esistenza.

Allora tutti, chi l’ha conosciuta e chi non Iha conosciuta, o chi la conosce attraverso i libri, possiamo rivolgerci ancora a lei col nostro pensiero e con la nostra preghiera, chiedendole di ottenerci da Dio almeno un pezzettino di quella forza di amore che animò la sua esistenza e fece sì che non si tirasse mai indietro di fronte ai sacrifici che o gli uomini o il Signore le chiedevano.

Un altro particolare per collegarmi alla lettura di Pietro.

Avete sentito che San Pietro mette in guardia i fedeli dal fatto di non sognare un cristianesimo senza sofferenze: il cristianesimo non toglie la croce a nessuno, ma semmai aiuta a portarla.

E dice: «State saldi e ricordatevi che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze che state portando anche voi»(1Pt 5,9).

Mette inoltre in guardia tutti dal maligno: «Siate forti, resistente al maligno, il quale come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1Pt 5,8).

Una strana metafora, perché nella Bibbia, il maligno è impersonato da altri animali (animali con le corna in genere), oppure dal cane, ma eccezionalmente dal leone.

Pietro non ha scelto le parole a caso: i leoni hanno una tecnica particolare per cacciare: non attaccano mai il branco. Aspettano. Magari spaventano il branco con il ruggito fintantoché qualche antilope o qualche zebra per lo spavento rimanga indietro, dopo di che la possono azzannare.

Penso che San Pietro abbia scelto limmagine del leone ruggente che va in giro cercando chi divorare, per ricordarci che l’unione dei cristiani nella Chiesa ha un significato simile a quello che, nel mondo animale, ha il branco, cioè la salvezza del singolo.

Devo dire, avendo conosciuto abbastanza bene Maria, che non ebbe mai una benché minima incrinatura nei confronti della Chiesa, nonostante buona parte del clero non sia stato benevolo, durante la sua vita, nei suoi confronti, eppure dalla sua bocca non è mai uscita una parola che non fosse di bontà e di edificazione, perché capiva il valore profondo del vivere unita alla Chiesa e soprattutto alla sua chiesa locale, quella di Rovigo.

Anche questo è un esempio che dobbiamo ricordare, perché è facile, vedendo esempi cattivi, o sentendo cose meno belle, avere moti di ribellione e pensare in qualche modo di staccarsi; ma ricordiamoci dell’avvertimento di Pietro: il maligno, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare.

E solo la “barchina” di Pietro, solo la comunità riesce a difenderci.

E’ dunque un invito a vivere uniti il più possibile, nonostante le varie anime del cristianesimo, che spesso finiscono con l’esercitare in qualche modo una azione centrifuga; cerchiamo invece di ricordare questa azione unente insegnataci dai nostri Santi, che fecero il possibile per realizzare l’ultimo desiderio di Gesù: essere una cosa sola.

Ma possiamo esserlo solo se abbiamo lo sguardo che ha avuto Lui, quello di un amore sempre più grande per santificare la realtà in cui Lui stesso ci ha posti.

Sia lodato Gesù Cristo.

padre Raffaele Talmelli