Omelia di padre Tito M. Sartori – 30 Gennaio 2006

Chiesa Parrocchiale dei Santi Francesco e Giustina, Rovigo

La settimana scorsa, la dott.ssa, Giuseppina Giacomini (oggi assente per i malesseri stagionali che hanno colpito molta gente) mi telefonò a Roma e mi disse: “Padre, ma lunedì che letture dobbiamo utilizzare? che Messa vorrà celebrare?”. Risposi: “La messa del giorno”. “Ma con quelle letture?”. “Sì, con quelle letture”. Non le dissi che a tale proposito anch’io avevo avuto un dubbio, ma poi pensai che quelle letture andavano benissimo. Nel Vangelo, infatti, si parla di un indemoniato; ebbene, la Bolognesi è stata posseduta dal demonio dal 21 giugno 1940 alla fine di gennaio 1942, siamo quindi in una situazione analoga. Successivamente venne liberata dalla possessione demoniaca, ed è accaduto ciò che si legge nel Vangelo, dov’è scritto: “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”. Il primo annunciatore del Vangelo, mandato da Gesù, è stato posseduto da Satana; ciò nonostante diventa messaggero della verità evangelica. Anche la Bolognesi ha annunziato, con la sua vita, con la sua azione, le meraviglie di grazia che lo Spirito Santo andava profondendo in lei.

Poi la prima lettura. Bellissima la scena di Davide che sale piangendo l’erta degli Ulivi, mentre Simei, della tribù di Beniamino – la tribù di Saul – lo maledice. Davide perdona, non si vendica. Ebbene, sulla scorta di questo episodio, oggi vi parlerò di quale spazio abbia avuto il perdono nella vita della Bolognesi. Siccome in tante pagine del diario ricorre la parola perdono, mi sono posto l’interrogativo, dove la Bolognesi abbia attinto simile spirito di magnanimità, vale a dire la capacità di perdonare sempre, ricambiando il male con il bene. Ed ecco la mia risposta.

Otto settembre 1961. All’ospedale civile di Rovigo sta morendo don Bassiano Paiato all’età di 95 anni. Morirà l’11 settembre, e mercoledì, 13 settembre, a suoi funerali sarà presente anche Maria Bolognesi. Di fronte a questo evento, Maria si china sul diario e scrive: “Quel vecchietto mi ha diretto per molto tempo, e nei momenti più duri e difficili rammento che era calmo e mi diceva sempre: «Figliola, ti raccomando l’obbedienza, e sii generosa, anche per tante lotte, ama tanto anche i nemici!». Quelle parole mi allargavano il cuore e nei momenti di tante calunnie mi sentivo fiera, come tutto fosse nulla. A momenti però mi chiedevo: Ma che abbia ragione la gente a dire che sono scema? che sono una indemoniata? Meditai: “No, sento proprio di amare Gesù, profondamente”, e tra tanti pianti e dolori andavo in cerca solo di Lui, Padre di tutti. Pregai Gesù per quel sacerdote, che lo abbia da accogliere in Paradiso per tutti i patimenti che ha incontrato in questa terra”.

Quando don Bassiano le diceva di amare i nemici, eravamo nel periodo giugno 1940 – fine gennaio 1942. Lei era posseduta da Satana, sapeva chi le aveva fatto la fattura, ne conosceva il nome, conosceva ciò che la gente diceva, anche le calunnie propalate contro di lei. Il settantaquattrenne don Paiato, preoccupato di tutto ciò, le raccomandava una sola cosa: amare i nemici!

Tra tutti i suoi nemici, ce n’era uno che si chiamava don Sante Magro. Non parlerò male di don Sante, perché sono profondamente convinto che malgrado egli, curato di San Cassiano, abbia avuto dei comportamenti duri, aggressivi, violenti, e abbia usato parole che sarebbe stato bene non usare, sono convinto che lo faceva perché pensava che Maria continuasse ad essere posseduta da Satana; voleva che smettesse l’abito che indossava e che la distingueva dagli altri. Lui non sapeva che quell’abito di consacrazione era stato dato a Maria da Gesù, e pensava che la Bolognesi fosse isterica, perché attraverso quell’abito egli riteneva che volesse distinguersi dagli altri, ciò che è proprio degli isterici. Per tale motivo l’atteggiamento di don Sante fu aggressivo, violento, e cattivo alle volte, ma era bene intenzionato, don Sante.

Per confermare questa mia interpretazione, vi leggo la scena finale, che presenta don Sante all’ospedale civile di Rovigo, mentre sta per morire.

Il 5 luglio del 1955, Maria Bolognesi scrive nel diario: “Ho saputo che il curato don Sante Magro di San Cassiano è ricoverato all’ospedale. Ora vado a vedere se mi accettano a fargli visita, un tempo lui non mi voleva vedere. Sono nell’ospedale, busso alla porta: «Reverendo don Sante, la disturbo?», «Maria! – le dice lui sconsolato – hai visto dove sono?». Accanto al suo letto gli detti la mano: «Coraggio, Reverendo, coraggio, non si deve piangere». Con tono dolce don Sante le dice: «Maria, hai fatto bene a venirmi a trovare, verrai anche ai miei funerali, vero? Come ti vedo volentieri». «Coraggio don Sante» continua lei. «Ah! Maria, sono finito». «Reverendo, deve essere forte, non ricorda quando andava a trovare i suoi ammalati, quante buone parole di conforto dava loro? Coraggio ora, Gesù l’aiuterà». «Vieni, Maria, a trovarmi quando vuoi, mi farai piacere». «Reverendo, se ha bisogno di qualche cosa, sono sempre pronta con tutto il cuore». «Vieni a trovarmi e prega per me». Povero don Sante, quanto sofferente, mi fa tanta pena”.

Qui c’è tutto don Sante, che in fondo era un uomo buono, e qui c’è tutta Maria, che lo amava e che dimentica un passato tristissimo. Infatti, il 30 aprile 1948, alla fine di dieci giorni per lei durissimi, durante i quali don Sante mise in atto tutti gli stratagemmi più crudi per farle cambiare atteggiamento, Gesù appare a Maria, e le dice: “Maria, tu devi pregare tanto, tanto per don Sante, per tante cose. Dimmi Maria, qual è il tuo cibo che prendi al giorno?”, “Gesù, sono dieci giorni che vivo con acqua e zucchero, tra la scuola, perché non voglio che i bambini siano sacrificati per me, tra queste cose, mi dispiace molto per la famiglia dei Piva”. “Maria, la famiglia dei Piva sopportano come lo fai tu”. “Sai, Gesù, la carne sente i rimproveri, la bocca la posso tenere chiusa e far silenzio; quello che ci atterra è dovere dimostrare di accettare tutto con grande disinvoltura; riesco bene anche a questo, ma quando mi trovo sola, piango”. “Maria, avrai ancora molti dispiaceri, sei stanca?”. “No, Gesù, per amore Tuo dammi quanto vuoi; chiedo tanto il Tuo aiuto per attraversare ogni ostacolo, voglio vivere solo per amarTi”. “Maria, vuoi bene a don Sante?”. “Sì, Gesù, tanto, tanto, come se tutto quello che ha fatto fosse una carezza”.

«Come se tutto quello che ha fatto fosse una carezza»! Questo non è perdono, questo è amore eroico, ossia molto più di un perdono.

Ma non è finita. Quando negli anni 1943 – 1947, Maria abitava al centro di Crespino, nella cosiddetta colonia agricola, ci furono persone che le portarono molto odio, le fecero molti dispetti, le tirarono perfino dei sassi sui vetri delle finestre, addirittura qualcuno le sputò sul vestito, bestemmiando. Dopo queste precisazioni, leggiamo che cosa accadde il 3 ottobre 1959.

Quella mattina avviene un fatto imprevisto: la consorte di un tizio che negli anni di Crespino ebbe a tirare sassi contro la finestra della Bolognesi e che nell’incontrarla era solito sputarle sul vestito e bestemmiare, si presenta inopinatamente alla porta dei Mantovani, chiedendo di Maria. Questa signora – scrive la Bolognesi – non sapeva come fare a venire avanti, io l’accolsi con piacere e chiesi di cosa avesse bisogno. «Ho un bambino paralizzato alla testa, e non ho nulla da vestire». Le davo un pacco per i suoi tre piccoli e un bel copriletto. «Signora – le dissi – se ha bisogno di qualche domanda per mettere via il bambino, mi interesso io, e quando avrò qualcosa mi ricorderò»“ Successivamente Maria inoltrerà domanda di accoglienza di questo bimbo paralizzato al Cottolengo di Padova, dove sarà accolto. Ecco il modo con il quale lei ricambiò il male ricevuto da quel signore: lo ricambiò non solo perdonando, ma aiutandolo, e dandogli la possibilità anche per vivere meglio, attraverso i doni dei pacchi suoi.

L’11 febbraio 1961 si sposa, a S. Cassiano, Antonio Bolognesi. Al matrimonio del fratello è presente anche Maria. Compostezza e attenzione durante la messa. Tra gli invitati vi sono anche delle persone che a suo tempo ebbero tanto da dire e da ridere su Maria. Ma oggi lei è accolta con rispetto da tutti, anche da costoro. Ecco il commento di lei di fronte a queste persone che l’avevano derisa e calunniata: “Vince chi è forte, ed è proprio una verità”. Notate, non dice chi è forte perché è nella verità, ma dice “vince chi è forte ed è una verità”. La grandezza di un uomo è nell’essere vero, l’uomo falso è un uomo mancato, l’uomo vero è colui che fa la verità. E siccome lei la verità l’aveva realizzata, poteva guardare in faccia a tutti senza arrossire e senza dovere chinare lo sguardo. Di conseguenza anche gli antichi nemici, di fronte a una persona che ha voluto essere se stessa, coerente con la sua fede, coerente con il dovere della carità, chinano il capo.

L’ultima cosa che intendo riferire, riguarda il 5 ottobre 1979, giorno in cui Maria scrive il testamento. Siamo nell’ottobre ’79, lei morirà il 30 gennaio ’80. Tra le tante cose scritte, vi si legge un inciso che mi colpì profondamente e mi fece molto riflettere. Ve lo leggo, è brevissimo: “Alla mia città riservo perdono delle calunnie ed il poco rispetto usatomi, ricambiando con tutto il cuore in tante preghiere di amore”. Mi sono chiesto come mai una persona così priva di cultura, con il solo diploma di prima elementare, che non è nessuno (fosse stato il Papa, fosse stato il Vescovo, fosse stato il sindaco, fosse stato un deputato, un senatore, avrei capito!), scrive: “Alla mia città riservo perdono delle calunnie ed il poco rispetto usatomi, ricambiando con tutto il cuore in tante preghiere di amore”? Notate: non è una contessa, una marchesa, una principessa! Allora a questo punto mi è venuto un dubbio: l’ha scritto di sua iniziativa questa frase, o, considerato che ogni venerdì intratteneva il dialogo con Lui…, è stato forse Lui a suggerirgliela? Non lo so, però è molto strano che una persona che nella società non è nulla, assolutamente nulla, scriva nel testamento parole di questo peso, che suppongono qualcosa di incredibile. E io mi auguro che quel qualcosa di incredibile si chiami prima beatificazione e poi canonizzazione, perché sullo sfondo di queste due parole, quei termini li comprendo, li capisco, e ringrazio Maria di averli scritti, perché tanti piangeranno di pentimento il giorno in cui queste due parole avranno un epilogo glorioso, come tutti nel nostro cuore speriamo.

padre Tito M. Sartori