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Omelia di padre Tito M. Sartori – 30 Gennaio 2006

Chiesa Parrocchiale dei Santi Francesco e Giustina, Rovigo

La settimana scorsa, la dott.ssa, Giuseppina Giacomini (oggi assente per i malesseri stagionali che hanno colpito molta gente) mi telefonò a Roma e mi disse: “Padre, ma lunedì che letture dobbiamo utilizzare? che Messa vorrà celebrare?”. Risposi: “La messa del giorno”. “Ma con quelle letture?”. “Sì, con quelle letture”. Non le dissi che a tale proposito anch’io avevo avuto un dubbio, ma poi pensai che quelle letture andavano benissimo. Nel Vangelo, infatti, si parla di un indemoniato; ebbene, la Bolognesi è stata posseduta dal demonio dal 21 giugno 1940 alla fine di gennaio 1942, siamo quindi in una situazione analoga. Successivamente venne liberata dalla possessione demoniaca, ed è accaduto ciò che si legge nel Vangelo, dov’è scritto: “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”. Il primo annunciatore del Vangelo, mandato da Gesù, è stato posseduto da Satana; ciò nonostante diventa messaggero della verità evangelica. Anche la Bolognesi ha annunziato, con la sua vita, con la sua azione, le meraviglie di grazia che lo Spirito Santo andava profondendo in lei.

Poi la prima lettura. Bellissima la scena di Davide che sale piangendo l’erta degli Ulivi, mentre Simei, della tribù di Beniamino – la tribù di Saul – lo maledice. Davide perdona, non si vendica. Ebbene, sulla scorta di questo episodio, oggi vi parlerò di quale spazio abbia avuto il perdono nella vita della Bolognesi. Siccome in tante pagine del diario ricorre la parola perdono, mi sono posto l’interrogativo, dove la Bolognesi abbia attinto simile spirito di magnanimità, vale a dire la capacità di perdonare sempre, ricambiando il male con il bene. Ed ecco la mia risposta.

Otto settembre 1961. All’ospedale civile di Rovigo sta morendo don Bassiano Paiato all’età di 95 anni. Morirà l’11 settembre, e mercoledì, 13 settembre, a suoi funerali sarà presente anche Maria Bolognesi. Di fronte a questo evento, Maria si china sul diario e scrive: “Quel vecchietto mi ha diretto per molto tempo, e nei momenti più duri e difficili rammento che era calmo e mi diceva sempre: «Figliola, ti raccomando l’obbedienza, e sii generosa, anche per tante lotte, ama tanto anche i nemici!». Quelle parole mi allargavano il cuore e nei momenti di tante calunnie mi sentivo fiera, come tutto fosse nulla. A momenti però mi chiedevo: Ma che abbia ragione la gente a dire che sono scema? che sono una indemoniata? Meditai: “No, sento proprio di amare Gesù, profondamente”, e tra tanti pianti e dolori andavo in cerca solo di Lui, Padre di tutti. Pregai Gesù per quel sacerdote, che lo abbia da accogliere in Paradiso per tutti i patimenti che ha incontrato in questa terra”.

Quando don Bassiano le diceva di amare i nemici, eravamo nel periodo giugno 1940 – fine gennaio 1942. Lei era posseduta da Satana, sapeva chi le aveva fatto la fattura, ne conosceva il nome, conosceva ciò che la gente diceva, anche le calunnie propalate contro di lei. Il settantaquattrenne don Paiato, preoccupato di tutto ciò, le raccomandava una sola cosa: amare i nemici!

Tra tutti i suoi nemici, ce n’era uno che si chiamava don Sante Magro. Non parlerò male di don Sante, perché sono profondamente convinto che malgrado egli, curato di San Cassiano, abbia avuto dei comportamenti duri, aggressivi, violenti, e abbia usato parole che sarebbe stato bene non usare, sono convinto che lo faceva perché pensava che Maria continuasse ad essere posseduta da Satana; voleva che smettesse l’abito che indossava e che la distingueva dagli altri. Lui non sapeva che quell’abito di consacrazione era stato dato a Maria da Gesù, e pensava che la Bolognesi fosse isterica, perché attraverso quell’abito egli riteneva che volesse distinguersi dagli altri, ciò che è proprio degli isterici. Per tale motivo l’atteggiamento di don Sante fu aggressivo, violento, e cattivo alle volte, ma era bene intenzionato, don Sante.

Per confermare questa mia interpretazione, vi leggo la scena finale, che presenta don Sante all’ospedale civile di Rovigo, mentre sta per morire.

Il 5 luglio del 1955, Maria Bolognesi scrive nel diario: “Ho saputo che il curato don Sante Magro di San Cassiano è ricoverato all’ospedale. Ora vado a vedere se mi accettano a fargli visita, un tempo lui non mi voleva vedere. Sono nell’ospedale, busso alla porta: «Reverendo don Sante, la disturbo?», «Maria! – le dice lui sconsolato – hai visto dove sono?». Accanto al suo letto gli detti la mano: «Coraggio, Reverendo, coraggio, non si deve piangere». Con tono dolce don Sante le dice: «Maria, hai fatto bene a venirmi a trovare, verrai anche ai miei funerali, vero? Come ti vedo volentieri». «Coraggio don Sante» continua lei. «Ah! Maria, sono finito». «Reverendo, deve essere forte, non ricorda quando andava a trovare i suoi ammalati, quante buone parole di conforto dava loro? Coraggio ora, Gesù l’aiuterà». «Vieni, Maria, a trovarmi quando vuoi, mi farai piacere». «Reverendo, se ha bisogno di qualche cosa, sono sempre pronta con tutto il cuore». «Vieni a trovarmi e prega per me». Povero don Sante, quanto sofferente, mi fa tanta pena”.

Qui c’è tutto don Sante, che in fondo era un uomo buono, e qui c’è tutta Maria, che lo amava e che dimentica un passato tristissimo. Infatti, il 30 aprile 1948, alla fine di dieci giorni per lei durissimi, durante i quali don Sante mise in atto tutti gli stratagemmi più crudi per farle cambiare atteggiamento, Gesù appare a Maria, e le dice: “Maria, tu devi pregare tanto, tanto per don Sante, per tante cose. Dimmi Maria, qual è il tuo cibo che prendi al giorno?”, “Gesù, sono dieci giorni che vivo con acqua e zucchero, tra la scuola, perché non voglio che i bambini siano sacrificati per me, tra queste cose, mi dispiace molto per la famiglia dei Piva”. “Maria, la famiglia dei Piva sopportano come lo fai tu”. “Sai, Gesù, la carne sente i rimproveri, la bocca la posso tenere chiusa e far silenzio; quello che ci atterra è dovere dimostrare di accettare tutto con grande disinvoltura; riesco bene anche a questo, ma quando mi trovo sola, piango”. “Maria, avrai ancora molti dispiaceri, sei stanca?”. “No, Gesù, per amore Tuo dammi quanto vuoi; chiedo tanto il Tuo aiuto per attraversare ogni ostacolo, voglio vivere solo per amarTi”. “Maria, vuoi bene a don Sante?”. “Sì, Gesù, tanto, tanto, come se tutto quello che ha fatto fosse una carezza”.

«Come se tutto quello che ha fatto fosse una carezza»! Questo non è perdono, questo è amore eroico, ossia molto più di un perdono.

Ma non è finita. Quando negli anni 1943 – 1947, Maria abitava al centro di Crespino, nella cosiddetta colonia agricola, ci furono persone che le portarono molto odio, le fecero molti dispetti, le tirarono perfino dei sassi sui vetri delle finestre, addirittura qualcuno le sputò sul vestito, bestemmiando. Dopo queste precisazioni, leggiamo che cosa accadde il 3 ottobre 1959.

Quella mattina avviene un fatto imprevisto: la consorte di un tizio che negli anni di Crespino ebbe a tirare sassi contro la finestra della Bolognesi e che nell’incontrarla era solito sputarle sul vestito e bestemmiare, si presenta inopinatamente alla porta dei Mantovani, chiedendo di Maria. Questa signora – scrive la Bolognesi – non sapeva come fare a venire avanti, io l’accolsi con piacere e chiesi di cosa avesse bisogno. «Ho un bambino paralizzato alla testa, e non ho nulla da vestire». Le davo un pacco per i suoi tre piccoli e un bel copriletto. «Signora – le dissi – se ha bisogno di qualche domanda per mettere via il bambino, mi interesso io, e quando avrò qualcosa mi ricorderò»“ Successivamente Maria inoltrerà domanda di accoglienza di questo bimbo paralizzato al Cottolengo di Padova, dove sarà accolto. Ecco il modo con il quale lei ricambiò il male ricevuto da quel signore: lo ricambiò non solo perdonando, ma aiutandolo, e dandogli la possibilità anche per vivere meglio, attraverso i doni dei pacchi suoi.

L’11 febbraio 1961 si sposa, a S. Cassiano, Antonio Bolognesi. Al matrimonio del fratello è presente anche Maria. Compostezza e attenzione durante la messa. Tra gli invitati vi sono anche delle persone che a suo tempo ebbero tanto da dire e da ridere su Maria. Ma oggi lei è accolta con rispetto da tutti, anche da costoro. Ecco il commento di lei di fronte a queste persone che l’avevano derisa e calunniata: “Vince chi è forte, ed è proprio una verità”. Notate, non dice chi è forte perché è nella verità, ma dice “vince chi è forte ed è una verità”. La grandezza di un uomo è nell’essere vero, l’uomo falso è un uomo mancato, l’uomo vero è colui che fa la verità. E siccome lei la verità l’aveva realizzata, poteva guardare in faccia a tutti senza arrossire e senza dovere chinare lo sguardo. Di conseguenza anche gli antichi nemici, di fronte a una persona che ha voluto essere se stessa, coerente con la sua fede, coerente con il dovere della carità, chinano il capo.

L’ultima cosa che intendo riferire, riguarda il 5 ottobre 1979, giorno in cui Maria scrive il testamento. Siamo nell’ottobre ’79, lei morirà il 30 gennaio ’80. Tra le tante cose scritte, vi si legge un inciso che mi colpì profondamente e mi fece molto riflettere. Ve lo leggo, è brevissimo: “Alla mia città riservo perdono delle calunnie ed il poco rispetto usatomi, ricambiando con tutto il cuore in tante preghiere di amore”. Mi sono chiesto come mai una persona così priva di cultura, con il solo diploma di prima elementare, che non è nessuno (fosse stato il Papa, fosse stato il Vescovo, fosse stato il sindaco, fosse stato un deputato, un senatore, avrei capito!), scrive: “Alla mia città riservo perdono delle calunnie ed il poco rispetto usatomi, ricambiando con tutto il cuore in tante preghiere di amore”? Notate: non è una contessa, una marchesa, una principessa! Allora a questo punto mi è venuto un dubbio: l’ha scritto di sua iniziativa questa frase, o, considerato che ogni venerdì intratteneva il dialogo con Lui…, è stato forse Lui a suggerirgliela? Non lo so, però è molto strano che una persona che nella società non è nulla, assolutamente nulla, scriva nel testamento parole di questo peso, che suppongono qualcosa di incredibile. E io mi auguro che quel qualcosa di incredibile si chiami prima beatificazione e poi canonizzazione, perché sullo sfondo di queste due parole, quei termini li comprendo, li capisco, e ringrazio Maria di averli scritti, perché tanti piangeranno di pentimento il giorno in cui queste due parole avranno un epilogo glorioso, come tutti nel nostro cuore speriamo.

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 26 Dicembre 2005

Chiesa Parrocchiale di S. Sebastiano martire, Bosaro (RO)

In questa chiesa, 81 anni fa, Maria Bolognesi fu «battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Non ho detto questa formula per caso, ma perché oggi vorrei parlarvi dell’immenso dono del Battesimo.

Vi leggo, soltanto come introduzione, il pensiero di un gradissimo Papa, san Leone Magno. Egli così scrisse: “Per ogni uomo che nasce, l’atto del battesimo è come un grembo verginale; il medesimo Spirito che ha fecondato la Vergine, feconda anche il fonte battesimale”. Stupendo esempio, che bene raffigura la realtà di cui stiamo parlando.

Accennavo alla formula trinitaria: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Quello che mi colpì e mi lasciò attonito fu il constatare che tutto ciò che esiste, ha il sigillo della Trinità. Sia l’atomo, sia l’intero universo portano il timbro trinitario. L’atomo è costituito da un nucleo formato da uguale numero di protoni (carica positiva) e di neutroni (carica neutra), e da parimenti pari numero di elettroni (carica negativa), che girano vorticosamente attorno al nucleo. Esso riflette, per analogia, la realtà trinitaria: protoni “il Padre”, neutroni “il Figlio”, elettroni “lo Spirito Santo”. Questo timbro trinitario impresso nell’atomo è impresso nell’intero universo, perché ciò che avviene nell’atomo avviene nel mondo delle galassie, ossia nell’intero mondo che possiamo solo in parte vedere. Tutto è sigillato con il timbro della Trinità. Lo stesso nostro corpo è composto da miliardi di molecole e ogni molecola è composta da miliardi di atomi e ogni atomo porta quel sigillo.

Perché è importante la formula trinitaria nel battesimo? È importante perché essa nell’anima del battezzato ricostruisce l’ordine, là dove in precedenza non c’era ordine, ma disordine.

Quale disordine? Il disordine che il peccato dei progenitori Adamo ed Eva ha impresso nel DNA dell’uomo. Il nostro DNA, ricevuto dalla nascita, ci è stato trasmesso con il disordine; disordine che si chiama morte, malattia, concupiscenza, sofferenza, ma soprattutto disordine morale, che riflette la tentazione satanica alla quale i nostri progenitori acconsentirono: “Sarete come dei”.

Questo “sarete come dei” è il timbro satanico che accompagna la generazione umana, è la causa di tutti i disordini, perché tutti i disordini morali, tutti i peccati, altro non sono che l’adorazione di sé perseguita da ciascuno di noi al contrario dell’adorazione di Dio che dovremmo realizzare.

Questo disordine, trasmesso di generazione in generazione, ha trovato ordine nel Verbo incarnato, Gesù Cristo, che si spegne sulla Croce, schiacciato dai nostri peccati, come dice Isaia, reso peccato per noi, come afferma San Paolo. Egli si spegne sulla Croce a causa dello schiacciamento causato dal male perpetrato dall’Umanità!

La potenza di questo schiacciamento che riduce la salma del Cristo nell’oscurità del sepolcro, esplode poi nella risurrezione. Inizia così la creazione nuova. Ascendendo al cielo Egli trascina con sé i figli adottivi di Dio, li trascina nel seno del Padre in virtù della sua morte e della sua risurrezione, dando vita al Corpo Mistico del Signore, la Chiesa.

Nel Battesimo si verifica questo riordinamento, ma che cosa accade? Accade che l’azione del Cristo, per quanto attiene a lui, è completata; per quanto attiene a noi, no. Perché? Perché noi dobbiamo accettare di essere amati, accettare di essere redenti, accettare di essere riordinati, perché permane in noi il disordine immesso nel nostro DNA da Adamo ed Eva: la morte, la concupiscenza, la malattia, e tutto ciò che poi ne segue. Rimane in noi la spinta gravitazionale verso il basso, verso il male, verso la cattiveria.

Perché si innesti la spinta opposta, perché lo Spirito Santo ci riconduca nel seno del Padre, dobbiamo noi aderire alla sua azione, dobbiamo accettare la volontà del Padre come ha fatto Cristo, perché tutto dipende da tale accettazione. Dobbiamo cioè adorare in spirito e verità, adorare Dio e non noi stessi, rimettere ordine nelle cose.

E allora la domanda è questa: “Come mai nel mondo continua la spaventosa iniquità di cui siamo ogni giorno testi: l’uomo contro l’uomo, l’uomo che distrugge l’uomo? Come mai esistono malattie spaventose che gravitano sull’umanità? Perché non interviene Dio, perché non mette ordine in questo disordine?”.

Ebbene, Dio vuole mettere ordine, ma chiede la nostra collaborazione, perché se non facesse così, lui non sarebbe amore, sarebbe necessità e noi non saremmo liberi. Dio vuole un amore libero, vuole la nostra adesione alla sua volontà, da noi esige fedeltà, collaborazione alla sua azione salvifica, e perciò fede, una fede che accetta Dio e lo adora.

Ma per accettare Dio e adorarlo è necessario un atteggiamento di umiltà, se non c’è l’umiltà non ci può essere fede, non ci può essere amore: questo discorso ci riconduce a Maria Bolognesi.

Il Signore, posteriormente al battesimo, le disse: “Il giorno in cui tu fosti battezzata c’era su di te l’occhio malo (veramente c’è scritto nel diario di Maria Bolognesi la parola “mal’occhio”, ma siccome si può interpretarlo in modo sbagliato, preciso che Gesù intendeva dire l’occhio malo, l’occhio cattivo: essendo figlia illegittima veniva guardata con l’occhio di chi giudica la madre, giudica il peccato, condanna le persone), ma Io ho posato su di te il mio occhio, perché volevo che tu fossi tutta mia, totalmente mia”. Questa è la risposta che Egli dà a lei che nel 1933 – a nove anni, sprofondata nella miseria, con tre morti in casa nel giro di un anno, con la mamma malata in ospedale, con il fuoco che rimaneva spento anche per tre giorni (e restavano senza mangiare, soltanto bevendo acqua) – disse: “Gesù voglio essere tua, solo tua”. Questo atto si chiama consacrazione; d’altronde, nel Battesimo noi siamo tutti consacrati.

Cosa vuol dire consacrazione? Vuol dire destinare una cosa ad un fine. Nel battesimo siamo tutti consacrati a Dio, destinati a Dio.

Adesso vi dico una mia impressione: talvolta dentro di me sento tanta pena, perché, guadandomi attorno, vedo delle persone che non si rendono conto della verità della vita.

Per capire la vita bisogna capire la morte. Sul letto del morente tu percepisci esattamente lo spessore che hanno i valori veri, contro i valori fasulli dell’esistenza; colui che sta per morire, volgendo lo sguardo all’indietro, al percorso compiuto, vede sfasciarsi un mondo di cose sulle quali aveva posto la propria fiducia, la propria speranza, lo vede sfasciarsi totalmente, gli resta dinanzi un solo valore che è il volto del Cristo crocefisso, che ti ama, e capisce in quel momento quanto ha sbagliato nella vita, che cosa avrebbe dovuto fare e non ha fatto, che cosa avrebbe dovuto valorizzare e non ha valorizzato, e sente nell’anima la vergogna di non essere stato quell’uomo che Dio voleva che lui fosse.

Miei cari fratelli, la vita della Bolognesi da questo punto di vista è di una chiarezza solare. Malgrado il suo percorso esistenziale abbia conosciuto momenti difficilissimi di sofferenza fisica, di sofferenza morale, di disprezzo, di tristezza profonda, di povertà estrema, mai è venuto meno nel suo cuore l’amore a Gesù, il desiderio di Lui, la volontà di essere totalmente del Signore, così come il battesimo esige, nel momento stesso in cui viene effettuato.

È questa la parte più difficile, perché ci sono momenti nella vita nei quali viene da chiedersi: “Tu Signore perché fai questo? Tu Signore, dove stai? Ma non vedi quello che succede?”.

Un anno fa ci fu lo tsunami con migliaia e migliaia di morti. Ebbene, fratelli, per noi è difficilissimo rispondere, ma verrà un giorno in cui, chiudendosi il panorama terrestre, si spalancherà il panorama di Dio e capiremo cose che mai avremmo immaginato: il perché del continuo ripetersi del male nella storia dell’umanità, il continuo rincorrersi spietato del binomio “peccato-castigo”. Sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento questo binomio “peccato-castigo” è tremendamente presente. Tuttavia c’è un secondo binomio: “innocenza- espiazione”.

Questo secondo binomio, “innocenza-espiazione”, fa da controbilancia al primo binomio. Compito della Bolognesi per tutta la vita fu quello di realizzare “innocenza- espiazione”: le stimmate da cui ella fu segnata, segnarono anche la sua vocazione di vittima in unione al Cristo crocifisso. L’immensità del male che Gesù le andava svelando di venerdì in venerdì, la costrinse a totale generosità, a dire sempre sì, malgrado le spaventose sofferenze che alle volte incombettero su di lei.

Sì, perché volle – innocente – espiare per i suoi peccati e per i peccati degli altri. Mai lei si è considerata staccata dal peccato altrui, si è vista sempre immersa nel peccato dell’umanità, peccatrice tra peccatori, ma nel contempo unita al suo Sposo divino, vittima innocente che paga per noi peccatori. In vita lei ha sofferto, ha pianto, ha espiato, ha perso e sudato sangue, perché dai fratelli fosse allontanato il castigo causato dal peccato. Ha supplicato il Signore, perché Egli convertisse le anime, le portasse al suo cuore divino, non desse peso al male incombente sull’umanità, allontanasse i castighi che andavano addensandosi sul percorso dell’umana esistenza. Quanto ha pregato per questo!

Miei cari fratelli, noi siamo invitati, nel considerare il Battesimo di Maria Bolognesi, a capire la nostra vocazione, perché la nostra vocazione cristiana non è diversa da quella di lei.

Siamo chiamati ad essere umili, non difformi da lei; ad essere generosi come fu generosa lei; a rispondere all’amore del Signore come ha risposto lei; a fare tutto questo nel nascondimento, senza cercare notorietà alcuna, nel silenzio della preghiera, per ritrovare nell’intimità dell’amore divino, il volto di noi stessi, e soprattutto il volto del Redentore, Amore dolce, affettuoso, con le braccia spalancate, pronto a perdonarci per avvinghiarci a sé.

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 21 Ottobre 2005

Chiesa Parrocchiale di S. Bartolomeo apostolo, Rovigo

È la prima volta che celebro la Santa Messa nella chiesa della Parrocchia di Maria Bolognesi.

Abbiamo sentito le letture bibliche. Nel brano evangelico viene esposta la difficoltà di giudicare ciò che è giusto e la necessità di comporre in armonia i propri interessi con quelli del prossimo, perché nella loro composizione è racchiusa la pace, quale segno della carità vissuta.

La difficoltà di giudicare ciò che è giusto e di creare la pace, di comporre i propri interessi con quelli degli altri, proviene da una situazione interiore che ciascuno di noi avverte dentro di sé, descritta da Paolo nel brano della Lettera ai Romani appena ascoltato, dove si dice che ci sentiamo come lacerati da due spinte uguali e contrarie: la spinta verso il bene e quella opposta, diretta verso il male.

Mi soffermerò su questi tre problemi: la difficoltà di giudicare, la necessità di comporre i propri interessi e la difficoltà che proviene dal nostro cuore.

Cominciamo con la prima difficoltà: quella di giudicare ciò che è giusto. Talvolta è veramente difficile giudicare ciò che è giusto, perché il confine tra il giusto e l’ingiusto non sempre è così chiaro, ci sono delle zone grigie che vanno interpretate. La difficoltà di giudicare, riferita alla vita di Maria Bolognesi, ve la dimostro con una lettera che lei scrisse il 26 maggio 1975.

“Quando andrò in Paradiso, sono certa, Gesù mi accoglierà senza chiedermi “Da dove vieni? Chi sei?”. Perché tante cose, tante difficoltà per me, con una vita così semplice? Cerco di fare solo del bene alla spicciolata, non mando mai via un povero senza la bustarella, senza il vestitino; a volte, se non ho rifornimento di indumenti, vado comperarglieli, e mi si accusa che sono pazza, o isterica. In fondo, questi superiori, non sanno cosa ho passato io, loro non di certo hanno avuto la miseria che avevo in casa io; non hanno ricevuto un cognome come è costato a me, senza colpa. Tutto questo patire mi è costato tante lacrime. In più: sempre malvista, per la tanta povertà; non capita, perché andavo in chiesa nei giorni feriali, solo i signori potevano andare in chiesa. Questo nome di “sc-entrata” vale tutt’oggi. Tanti sacerdoti, suore, escono dal loro ministero: quattro chiacchiere e tutto finisce; sono dei bravi. Piuttosto che essere cattivo sacerdote, meglio che se ne vada a formarsi la sua famiglia. Ma io non capisco più nulla, cerco di essere ritirata, nascosta, prudente, tutto non conta. Se guardassimo quello che capita nel mondo e si pregasse di più, Gesù sarebbe più contento di noi, invece siamo degli egoisti, mangiare e bere e soldi in tasca, mormorando di chi può fare un po’ di bene attraverso dei sacrifici. Credetemi, non ho voglia di niente, solo di amare tutti senza misura, non condanno nessuno. Se io avessi avuto anche solo due persone che si fossero curate di me con un po’ di affetto, sarei stata ricca! Per il troppo sola, respinta da tutti, ho sentito di amare moltissimo, e di questo ringrazio il Signore da non finire mai”.

Miei cari fratelli, non vi aspettavate di sentire esporre con tanta chiarezza la difficoltà di giudicare ciò che è giusto. In questo brano, tratto della lettera citata, la difficoltà di giudicare gli eventi, le persone e i comportamenti di tutti è di una chiarezza solare. Nel caso suo, poi, è chiarissimo come ci si sia sbagliati, a tutti i livelli, nel giudicare lei. Ed è, il suo, il dramma di sentirsi incompresa, di sentirsi non amata.

Notate, io non dico quello che asserisce lei. Lei sostiene che se avesse avuto due persone che avessero avuto affetto nei suoi confronti, si sarebbe stimata ricca. Lei ha avuto molto più di due persone! Su questo punto io non sono d’accordo con quello che lei afferma, potrei fare i nomi delle persone, e sono molte più di due, che l’hanno amata, le sono state vicine e l’hanno compresa. Lei probabilmente si riferisce agli anni della fanciullezza o dell’adolescenza o della giovinezza, ma anche negli anni della fanciullezza, per esempio, ricevette l’immenso affetto della nonna e del nonno materni, l’immenso affetto del nonno paterno adottivo (che si chiamava Luigi, ed era un santo. Quando è morto, questa creatura meravigliosa aveva dietro la bara soltanto i figli e la mamma di Maria e basta: ed era un santo! Quando moriremo, scopriremo cose incredibili e inimmaginabili!).

L’aiuto che lei cercava l’ha avuto. Adesso vi dimostro dove lei cercava l’aiuto sicuro, perché il problema non è ottenere un aiuto qualsiasi, il problema vero è quello di poter confidare in un aiuto che dia certezze. Sentite cosa lei scrive nel maggio 1975 a Mons. Balduin, suo padre spirituale: “In questo periodo, vediamo dei disastri tanto dolorosi, e questo ancora non è nulla, il peggio lo avremo fra non molto. Gesù non sbaglia, non mentisce. Padre, di questo dobbiamo preoccuparci, mi perdoni se la disturbo, ma da sola non ho mai camminato, sono piccola e tanto miserabile, i binari sono lunghi e stretti, per arrivare alla vetta ci vuole tanto tempo e questo tempo è prezioso, non voglio perderlo inutilmente ma dare a Gesù del bene più che posso”.

Perché vi cito questo brano di una lettera della Bolognesi? Perché Maria faceva sempre ricorso alla Chiesa. Per lei, Mons. Balduin non era un prete, era la Chiesa, quello che diceva lui era la Chiesa che lo diceva. Nelle parole di lui Maria trovava la certezza dello spirito, quella certezza, quella chiarezza di cui sempre nella vita abbiamo assolutamente bisogno. Tenete presente un particolare importante (dico questo a malincuore, non vorrei parlare delle visioni della Bolognesi, perché poi magari chissà che cosa direbbero certe persone, però questo particolare bisogna che ve lo dica). Quando Gesù le suggeriva una cosa, lei rispondeva: “Io chiederò il parere al mio padre spirituale”. Se il padre spirituale diceva il contrario di Gesù, lei stava a quello che le diceva il padre spirituale. Questo particolare Maria Bolognesi gliel’ha rinfacciato più volte al Signore, dicendo: “Va bene, tu mi hai detto così, ma io sto con la Chiesa, sto con il mio padre spirituale”. E Gesù le diceva: “Sì, fai bene”. La Chiesa è Lui! I pastori sono Lui! Ma ci vuole fede, ci vuole umiltà per credere alla Chiesa.

Passiamo al secondo punto. La composizione dei propri interessi con quelli altrui emerge nella lettera che lei scrive a coloro che l’hanno male interpretata, e nell’epistolario della Bolognesi ci sono varie persone, talune addirittura a lei carissime, che le scrivono lettere molto pesanti, nelle quali danno un giudizio critico e negativo sul comportamento di Maria Bolognesi. Vi riporto una missiva che lei scrisse a una di queste persone nel Natale 1970: “Non mi piace sentire mormorazioni, se siamo veramente cristiani, dobbiamo perdonarci a vicenda, cercare di coprire le piaghe dei propri fratelli, non mettendole sulle piazze. Sappia che in cuore non ho nulla, per me in ogni creatura vedo Dio. Non desidero sentire disprezzi di nessuno. Questa è carità”. E’ importante quello che lei dice: “Non desidero sentire disprezzi di nessuno, questa è carità”, perché lei nel prossimo vede Dio, il prossimo è il crocevia dell’incontro con Dio.

Perché il prossimo è il crocevia dell’incontro con Dio? Dio non lo vedi, ma il prossimo lo vedi, e come lo vedi? Non lo vedi nella perfezione divina, lo vedi nella miseria umana, nella capacità di odio, nell’egoismo, nella capacità di disprezzare, di umiliare. Allora, vedere Dio presente nel prossimo, nel prossimo così imperfetto, talvolta così cattivo, richiede una fede enorme, richiede coraggio eroico, e lei sottolinea: “Io nel prossimo vedo Dio, quindi non disprezzo nessuno”, perché c’è un miracolo di grazia che è dentro il cuore di ogni uomo, perché Gesù è morto per tutti, anche per i cattivi, soprattutto per i cattivi, Lui vuole portarli a sé i cattivi e attraverso un’azione misteriosa e prolungata nella vita, cerca di condurre al pentimento e alla conversione.

Adesso vengo al terzo punto. Nella lotta interiore che ciascuno di noi ha potuto sperimentare nel corso dell’esistenza fra la spinta al bene e la spinta al male, spesso, come dice Paolo, prevale la spinta al male. Vi espongo il pensiero della Bolognesi, leggendovi un breve tratto di una lettera scritta il 26 maggio 1975 ad un sacerdote che le portava la comunione in casa.

“Ho sempre messo tutto nelle mani del Signore e lì ho sempre trovato il mio unico rifugio, la mia forza e la grande speranza, non perdendomi mai nelle chiacchiere degli uomini. L’infallibile è solo Lui, che per redimerci si è fatto mettere in croce. Quanto grande sia la lotta e il nemico, più intenso e più profondo è l’amore che ho nel cuore per il Re dei Re. Quando penso al Tabernacolo, in lunghissime meditazioni, oh, mi accorgo di essere piccola, spoglia, bisognosa di quella porticina; il mio cuore si farebbe capanna per fare riposare il Tesoro, quel Tesoro abbandonato da tantissimi. Lì non ci sono confini, i confini li mettono gli uomini, noi umilmente preghiamo ed attendiamo, così serviremo Gesù. Per arrivare all’alta vetta, non ci occorrono lunghe corde, ma bensì essere premuniti di tanta pazienza e carità.

Vengo a ringraziarla del bene fattomi, il lungo inverno chiusa in casa, anche se pioveva, quando arrivava lei con Gesù, vedevo il sole. Non c’è nessun cibo così gustoso e profumato: che gioia senza fine! Grazie, grazie! Cerchiamo di essere buoni senza perdere tempo; cerchiamo di amare tutti fino in fondo, senza sosta; facciamo sì che la nostra vita sia spesa sempre e solo per Gesù e la Mamma Celeste”.

Lettera bellissima!

Vorrei mettere in rilievo in questo brano cinque punti: l’amore, l’umiltà, la fede, la preghiera e la vigilanza.

L’amore: “per quanto grande sia la lotta del nemico, più intenso e più profondo è | l’amore che ho nel cuore per il Re dei Re”.

L’umiltà: “Quando penso al Tabernacolo, in lunghissime —meditazioni, oh, mi | accorgo di essere piccola, spoglia, bisognosa”. Questo è il segreto, per andare da Gesù bisogna essere piccoli, come dice Lui nel Vangelo, l’umiltà, la coscienza della propria colpa, la coscienza di essere stati sempre perdonati, la coscienza di essere amati, la coscienza di essere attesi dall’Amore (con la A maiuscola). Ma bisogna essere piccoli per capire queste cose, per viverle bisogna essere piccoli, umili, come dice Maria Bolognesi.

La fede: “Il mio cuore si farebbe capanna per fare riposare il Tesoro, quel Tesoro | abbandonato da tantissimi”. Attraverso la fede Gesù abita in noi, lo dice San Paolo agli Efesini: “Per la fede Cristo abiti nei vostri cuori”. Gesù abita in noi per la fede, perché la fede è nel contempo umiltà ed amore.

La preghiera: “Noi umilmente preghiamo ed attendiamo, così serviremo Gesù”. Se | tu ami, come fai a non parlare con la persona che ami? Se tu ami Gesù, come fai a non parlare con Lui? Più lo ami, più parli con Lui, e il parlare con Lui si chiama preghiera: è il colloquio d’amore dell’amante con l’amato, che si scambiano i ruoli.

– La vigilanza: “Cerchiamo di essere buoni senza perdere tempo; cerchiamo di | amare tutti fino in fondo, senza sosta; facciamo sì che la nostra vita sia spesa sempre e solo per Gesù e la Mamma Celeste”. Essere vigilanti contro il nemico, essere vigilanti perché Egli ci aspetta, ci attende. La speranza che sfocia nell’immenso amore di Dio, che premia chi lo ama.

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 25 Aprile 2005

Chiesa Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo, apostoli, Adria (RO)

LA VOCAZIONE

Il punto focale dal quale sempre consuetudinariamente si parte, è costituito dal motivo per il quale il Verbo si è fatto carne. E il motivo per il quale il Verbo si è fatto carne ed è diventato uomo, concerne il motivo per il quale prima l’uomo si era fatto Dio: «sarete come dei”.

Gesù è venuto a spiegarci che quel volere essere “dei” costituisce non un disordine, ma il disordine. Come invece essere obbedienti al comando divino, costituisce l’ordine, perché pone Dio prima dell’uomo e l’uomo soggetto a Dio. Venendo meno questo equilibrio, si è determinata nella natura umana, per colpa dei progenitori, la tendenza verso il basso, la legge di gravitazione che noi siamo soliti qualificare “peccato originale”. Ma il peccato originale non soltanto ha comportato la caduta verso il basso, verso il male, verso il “sarete come dei”, verso l’idolatria di sé, verso l’esaltazione dell’egoismo; ha portato come conseguenza: le malattie, le sofferenze, la morte e le umane fragilità, conseguenze di quel peccato e castigo conseguente a quel peccato.

Che cosa ha fatto Dio?

Dio noi siamo soliti qualificarlo Redentore. Cosa vuol dire Redentore? Nell’Antico Testamento, il sostantivo “redentore” indica il vendicatore del sangue, colui che doveva ristabilire la giustizia nel caso che un suo congiunto fosse rimasto vittima di qualcuno; e toccava al vendicatore del sangue, che era il congiunto più vicino, vendicare la vittima, uccidere l’uccisore, mantenere la famiglia dell’ucciso, la vedova, i figli. Questo è il compito del vendicatore del sangue, cioè del redentore.

Essendo stato offeso Dio, bisognava riparare quell’offesa. Ma il congiunto di Dio non può essere che Dio, ecco allora che il vendicatore del sangue, Dio, assume la natura umana e la distrugge sul legno perché, distruggendo la natura umana ribelle, con un atto estremo di obbedienza alla volontà del Padre, distruggendo sul legno la natura umana, fosse rivendicato l’onore di Dio offeso dall’uomo.

Cosa avviene dopo? Avendo ristabilito con questo atto l’ordine, era necessario che il DNA dell’uomo – gravato dalla colpa originale, origine di tutti i guai poi succeduti – era necessario che quel DNA fosse liberato dalla colpa originale, causa di tutta la rovina. Come avviene questo? Avviene mediante il Cristo che muore e poi risorge.

Allora, per rendere evidente questo disegno divino, voglio attirare la vostra attenzione su una frase di Paolo, che sottolinea il principio: uno peccò, tutti peccarono; uno obbedì, tutti in lui hanno obbedito. Uno – tutti. E questo principio “uno-tutti”, uno nel male, tutti nel male; uno nel bene, tutti nel bene, lo troviamo scritto nella creazione. Di modo che quello che Paolo dice al capitolo 8 della Lettera ai Romani che tutta la creazione geme aspettando la nuova redenzione, esattamente obbedisce a questo principio: “Uno-tutti”. Ed addirittura, questo “uno-tutti” lo leggiamo nell’universo. Cosa sono i buchi neri? Sono l’ammassarsi di materia immensa, tante stelle che, colpite dalla forza di gravitazione, s’addensano, si comprimono, perfino nei nuclei dell’atomo, e tale è la compressione che non passa neanche la luce, perciò sono detti buchi neri. Poi che accade? Accade che questa immensa energia compressa esplode in costellazioni nuove.

Questo è avvenuto nei confronti di tutti noi: il Cristo, schiacciato dalle nostre colpe diventa il buco nero dell’umanità. Su Lui si addensa il peccato dell’umanità, ed è tale l’energia che viene impressa in questo schiacciamento (che il profeta Isaia aveva predetto, affermando: “Sarà schiacciato dalle nostre iniquità”) che Egli esplode nella Resurrezione, dando vita a una umanità nuova che entra nella Famiglia Trinitaria quale figlia adottiva, prendendo dal Cristo Risorto, che è il figlio naturale del Padre, prendendo da lui l’affiliazione nuova, adottiva, che fa entrare nella Famiglia Divina.

Questa, fratelli, è la nostra vocazione. Noi nel battesimo siamo entrati nello schiacciamento della colpa che Cristo portò in sé e siamo poi risorti, quali figli adottivi, nella Famiglia Divina: Padre e Figlio e Spirito Santo. Questa è la grazia santificante, questa è la nostra vocazione, soltanto questa.

Allora, qual è la conseguenza? La leggiamo nella Lettera ai Romani: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale”. Bellissimo! Tutti noi siamo chiamati ad offrire i nostri corpi in sacrificio spirituale, entrando nel vortice della Famiglia Divina.

Come può avvenire tutto ciò? Avviene perché il Signore ha tolto la colpa originale, ma non ci ha sottratti alle conseguenze di quella colpa, cioè alle malattie, alle sofferenze, alla morte, alle fragilità, che permangono, questo è il nostro calvario, è il nostro risalire la china dell’erta del Golgota per raggiungere il Cristo risorto. Ciascuno di noi deve fare questo percorso e ciascuno a modo suo. Qui si innesta la vocazione di ognuno, perché in questa grande vocazione, essere figli adottivi di Dio, ciascuno ha non una, ma molte vocazioni. Nella vocazione di essere figli di Dio, chiamati in questo vortice dell’amore divino, è sbagliato indicare una sola vocazione, perché non c’è nessun uomo che abbia una sola vocazione, nessuno!, perché ci sono chiamate successive nella vita. La chiamata ad essere bambini, ad essere adolescenti, ad essere uomini, ad essere anziani, ad essere vecchi; la chiamata ad essere sposati, la chiamata ad essere celibi, la chiamata ad essere sacerdoti, la chiamata ad essere vedovi, la chiamata alle malattie.

Le vocazioni sono una chiamata di Dio: quando Dio ti dà la tetraplegia, mica tu la chiedi, tu la subisci, diventi un tronco! Sono vocazioni queste! Quando tu diventi vecchio e non hai nessuno accanto a te, sei solo e senti il peso della vita che ti va distruggendo, è una vocazione, è una chiamata che domanda una risposta. Quando sei chiamato a soffrire, al dolore, quando sei disoccupato, quando sei povero, quando sei incompreso, sei deluso, è Dio che ti chiama. A che cosa ti chiama? A salire l’erta del Golgota insieme con Lui.

Ed allora, in questa salita del Golgota verso di Lui vedo la vita della Bolognesi. Ve lo dico perché abbiamo abbinato le due cose. La Bolognesi, per esempio, è stata chiamata alla povertà più spaventosa, più umiliante, è stata chiamata ad amare i poveri come lei, ad aiutarli perché lei, ricevendo aiuto, doveva trasmettere quell’aiuto ad altri. E’ stata chiamata soprattutto a soffrire con il Cristo: sapete per che cosa? Mi ha profondamente colpito il commento alla nona stazione della Via Crucis scritta dal Cardinale Ratzinger, oggi Benedetto XVI: “Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo corpo e del suo sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore”.

Miei cari fratelli, credo che nessun testo meglio traduca la vita di Maria Bolognesi. Io che per anni ho studiato pagina per pagina quel diario, rimasi profondamente colpito nel leggere che cosa succedeva quando lei vedeva il Signore Gesù tutti i venerdì. Vedeva il Suo volto rigato di sangue, avvolto sì nella luce, ma afflitto da un dolore immenso. Quasi sempre le parlava del peccato dei sacerdoti, della necessità di patire per aiutarli ad uscire dal male, per togliere quella sporcizia di cui parla nella nona stazione della Via Crucis il Cardinale Ratzinger, affinché mani pulite si accostassero al Cristo nel Santo Sacramento.

Quando leggo il testo citato capisco la grandezza del diario della Bolognesi, la sua passione, il suo tormento per aiutare Gesù a rendere la Chiesa splendida, folgorante di luce, libera dalle umane miserie, fulgida per la carità. In quelle pagine vedo il dolore del Cristo, vedo il dolore di Maria Bolognesi, capisco anche il grande modello che Gesù ha voluto dare alla sua Chiesa nella persona di questa umile Serva di Dio.

E adesso veniamo a noi, perché non voglio chiudere senza portare il discorso su di noi, sulla nostra vocazione.

Quando si parla di diventare figli di Dio, di entrare nella Famiglia Trinitaria, nel vortice d’amore che lo caratterizza, noi che cosa diciamo? Diciamo la necessità di porre al centro della nostra vita Dio. Noi, al centro della nostra vita abbiamo messo, tra le cose discutibili, il denaro, l’ambizione, la carriera; abbiamo messo anche le cose sante come l’amore alla moglie, l’amore al marito, l’amore ai figli, l’amore agli amici, l’amore alla propria salute, ma tutto questo deve stare alla periferia della nostra vita, al centro dobbiamo mettere Gesù, il Suo amore, l’amore di Dio, la ricerca di Dio. Quando capiremo questo? Lo capiremo il giorno della morte, ma è troppo tardi, bisogna capirlo prima, bisogna vivere ogni giorno pensando alla morte come momento sublime della vita, che spalanca un panorama nuovo, bellissimo, il panorama di Dio, la luce di Dio, l’amore di Dio, che ti chiama, ti segue da quando sei nato, ti attende. Tutti i giorni lo dobbiamo pensare, perché Dio è la nostra vita, non è anche qualcosa di noi, è tutto noi! E tutti i giorni dobbiamo vivere di Dio, nutrirci di Dio, del Suo corpo, sangue, anima e divinità, pregare il Signore, pensarlo, amarlo, distruggerci per Lui, perché Lui è tutto per noi! E’ questo il messaggio, questa la vocazione, essere totalmente di Dio, sempre, comunque, di fronte al dolore, di fronte alla gioia, di fronte ai nemici che ci colpiscono, essere totalmente del Signore. Allora saremo veramente cristiani.

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 29 Gennaio 2005

Chiesa Parrocchiale dei SS. Francesco e Giustina, Rovigo

L’EUCARESTIA NELLA NOSTRA VITA

Il 26 dicembre 2004, a Bosaro, mi sono soffermato sulla realtà battesimale che trasformò Maria Bolognesi in figlia di Dio, partecipe della divina Famiglia. Oggi, sulla scorta delle letture bibliche e in ossequio all’indicazione di Giovanni Paolo II che dedicò il 2005 alla celebrazione del dono alla Chiesa dell’Eucarestia, desidero intrattenermi su un altro aspetto della vita spirituale della Serva di Dio: il rapporto suo con Gesù eucaristico. Ce ne offre occasione il tema biblico odierno incentrato sulla fede: in Abramo, che obbedisce a Dio (Eb 11,1-2.8-19); negli Apostoli, che si chiedono chi potesse mai essere Gesù (Mc 4,35-41). La fede come obbedienza nel primo caso, come ricerca nel secondo.

In rapporto all’Eucarestia, l’obbedienza, che la fede realizza, è racchiusa nelle divine parole: “Fate questo in memoria di me”; la fede come ricerca, svela se stessa nell’accogliere il pane e il vino quali corpo sangue, anima e divinità di Cristo. Sullo sfondo delle surriferite note caratteristiche della fede, vorrei tratteggiare il rapporto di Maria Bolognesi con il sacramento eucaristico negli anni della fanciullezza.

LA PREPARAZIONE

Come per tutti noi, l’accesso alla Prima Comunione ebbe adeguata preparazione anche in Maria Bolognesi. Lei si accostò per la prima volta a Gesù Eucaristia nella domenica del 22 maggio 1932. Nei primi mesi di quell’anno iniziò la sua preparazione presso le Suore Canossiane dell’Asilo di Crespino. Per la seconda volta la Bolognesi stava allora frequentando la prima classe elementare. A causa del digiuno e della mancanza di abbecedario, non poté trarre molto profitto dalla frequenza scolastica. Tuttavia nel cuore della bambina si stava svolgendo una intensa vita spirituale di cui è traccia nelle pagine del diario: «Ogni domenica andavo alla Santa Messa e alla dottrina, ma non riuscivo ad imparare l’ave Maria, la mia testa era dura, dura, pregavo così in silenzio: “Gesù Bambino, ti dono tutto il mio cuore, voglio crescere buona, pazienza se sono ignorante, ma tu vuoi bene a tutti, vero?” Questa è la preghiera di ogni giorno».

Effettivamente la situazione si svolse nel modo indicato, perché la stessa modalità di avvicinamento al Signore da parte di lei, la si ritrova fin dall’inizio di quell’anno scolastico. Leggiamo infatti: «Al mattino andavo a scuola, appena arrivata in paese compivo il mio primo dovere: entravo in Chiesa davanti all’altare, non sapevo pregare, ma guardavo il tabernacolo e formulavo la mia preghiera in tanti pensierini d’amore per Gesù, poi passavo dalla Madonna del buon consiglio».

I pensierini d’amore sono quelli specificati in antecedenza: “Gesù Bambino, ti dono tutto il mio cuore, voglio crescere buona, pazienza se sono ignorante, ma tu vuoi bene a tutti, vero?”.

Abbiamo così tracciata la linea di comportamento quotidiano della bimba Bolognesi, il suo rapportarsi al Signore chiedendoGli con parole proprie, senza ricorso alcuno a formule la cui memorizzazione a lei risultava ostica, di «crescere buona», dopo averGli donato il proprio cuore.

La preparazione alla Prima Comunione si svolse pertanto su due piani: una preparazione prossima presso le Suore Canossiane; e una remota, risalente al colloquio giornaliero con il Signore. La ricchezza di quest’ultimo, frutto, nella fanciulla Bolognesi, non di scelta, ma di educazione appresa dalle labbra della nonna materna e del nonno paterno, diviene il meccanismo psicologico ideale per avvicinarsi ad un evento che per lei, come pure per ciascuno di noi, rimarrà poi fondamentale per tutto il successivo corso della vita.

Non posso omettere di sottolineare un particolare importante presente nei due testi citati. Essi riguardano il modo con il quale si svolgeva il colloquio di lei con il Signore: «pregavo così in silenzio» e «guardando il tabernacolo». La fede nella presenza eucaristica viene vissuta come un rapporto d’amore che si svolge in un’atmosfera di silenzio condensato nello sguardo e attraversato dalla forza del pensiero nel quale si concentrano le preoccupazioni e le problematiche proprie di una bimba che soffre.

L’aspetto più singolare di quel colloquio concerne il «dono del cuore» a Gesù, un dono effettuato a sette anni d’età, un dono nel quale affluivano come un torrente in piena le pene patite in famiglia, non solo a causa del digiuno pesante causato dalla misera condizione economica, ma ancor più nel dover assistere impotente alle conseguenze violente causate dalla gelosia del padre verso la propria sposa, della cui fedeltà al marito era testimone oculare la stessa figlioletta adottiva. Sarà esattamente la constatazione di simile tristezza familiare a spingere, due anni dopo, Maria Bolognesi a decidere di consacrare la propria vita solo e tutta a Gesù, un gesto, questo, inimmaginabile in una bimba di nove anni! Pur essendo tanto piccola, lei potè constatare quale disastro la gelosia possa provocare all’interno di una realtà d’amore. Di qui la decisione della piccola di chiudere totalmente a qualsiasi eventualità sponsale terrena.

La prima conseguenza eccezionale offerta alla nostra possibile lettura, concerne la radice dell’orazione colta nell’atteggiamento della fanciulla Bolognesi. Tale radice la si ritrova nel suo bisogno di offrire al Signore il dono del cuore.

Sono due le componenti di una simile scelta: la prima riguarda la situazione familiare, nella quale il possibile oggetto affettivo costituito naturalmente dalla mamma e dal papà adottivo, presentava delle forti lacune. Della mamma lei ricorda solo una carezza ricevuta alla fine del travaglio mortale della meningite da cui la genitrice era appena uscita, ma della mamma la Bolognesi non cita mai un solo bacio! Del papà, di cui riconosceva il grande spirito di sacrificio e la dedizione al lavoro, non poteva accettare la cieca gelosia che lo spingeva ad essere violento con la sposa. Queste lacune affettive ebbero un peso determinante nella psicologia di lei.

La seconda componente della scelta dell’orazione come sfogo umano dell’onda affettiva che travagliava il cuore della fanciulla, si riconduce alla presenza del Signore letta fin da piccina, dietro suggerimento della nonna materna Cesira, in tutte le cose: nell’erba, negli uccelli, perfino negli occhietti dei topolini. Gesù per lei non era un personaggio lontano, perché ne leggeva la presenza dietro il velo delle cose con le quali lei entrava in contatto. Di qui la naturale spinta a parlarGli come all’amico del cuore, tanto più che in occasione della malattia mortale della mamma, e ciò prima della Comunione, Lui aveva esaudito la preghiera di lei, guarendone la genitrice. Si era pertanto instaurato un rapporto diretto tra la bimba Maria e il Signore Gesù, che ne aveva ascoltata ed esaudita la preghiera piena d’angoscia. Lei però aveva adottato un metodo particolare. Non aveva soltanto chiesto la guarigione della mamma, ma aveva accompagnato la richiesta con una contropartita: “Tu puoi, Gesù, guarire mamma, vero? Tu sei tanto grande, hai risuscitato i morti, aiuta anche mamma. Grazie, Gesù, aspetto la guarigione, me la darai vero? io sarò sempre buona in cambio, te lo prometto”. Il suo metodo consisterà sempre nel dare per ricevere, ma di tutto ciò ne parleremo in altra occasione.

LA CELEBRAZIONE

Preparata dalla preghiera e dall’insegnamento delle Suore Canossiane, la domenica 22 maggio Maria accede al Sacramento Eucaristico. L’avvenimento è preceduto dalla confessione del giorno innanzi: «Vedermi ai piedi del confessore e nel recitare l’atto di dolore piansi, offrendo il mio piccolo cuore a Gesù per l’indomani». Lei non piange nell’elencare i peccati commessi, ma nel pronunciare le parole dell’atto di dolore. Notate: anche qui è il cuore il grande protagonista, ossia l’amore. Il dolore per aver offeso Gesù, l’amico intimo, ragione di vivere per lei sofferente, si trasforma in lacrime di pentimento. E’ questa la vera preparazione alla Comunione eucaristica come appare evidente dalla commozione di una bimba innocente.

Ma non ci fu soltanto la preparazione immediata; questa venne preceduta da quella antecedente: «Per passare la Santa Comunione pensavano come fare, in casa vi erano due colombini. Con uno hanno comperato il vestitino bianco, con l’altro hanno dovuto pagare la sarta. Nessuno ci aiutava, nessuno ti guardava. Quanto desideravo di ricevere Gesù nel mio cuore, non sapevo contare i giorni e ne mancavano 12 per la grande festa. Su un pezzo di carta ho fatto n. 12 aste, ogni giorno ne toglievo una. Il nostro parroco era tanto buono, Monsignor Porta, credo di aver saputo solo l’atto di dolore, il catechismo per me era arabo».

All’avvenimento partecipa tutta la famiglia, per quanto povera. Il riferimento ai due colombi bianchi riporta il pensiero ai due colombi offerti dalla Vergine santissima in occasione della purificazione di lei al tempio di Gerusalemme nel 40mo giorno dopo il parto (Lc 2,22-24; Lv 12,1-8). Come per la Madonna, anche per i Bolognesi i due colombi sono il segno della povertà. Colpisce anche la saggezza del parroco, che pur trovandosi di fronte ad una bambina apparentemente priva di risorse intellettuali, ma desiderosa di accostarsi al Sacramento di cui sostanzialmente conosce la verità, non esita ad ammetterla tra le comunicande. Questo particolare mette in secondo piano la tristezza dell’inciso da lei scritto: <Nessuno ci aiutava, nessuno ti guardava». Meno male che nella desolazione generale vi fu un Pastore dal cuore e dalla sensibilità evangelici!

La Prima Comunione allora, come lo è tutt’oggi, fu una festa collettiva, malgrado la povertà della famiglia, povertà che sconfinava nella miseria. Lei a distanza di dieci anni ne scrive con parole commoventi: «Mamma mi preparava per andare a ricevere Gesù. Il mio pensiero era sempre nel tabernacolo. Avevo tante grazie da chiedere a Gesù: prima di tutto di essere buona, di non commettere peccati; e [poi] per mamma e papà, [per] la sorellina e tutti i parenti e [per] tutto il mondo intero, [e anche] perché i sacerdoti siano sempre grandi e santi. Avevo un mazzo di rose, di tutti i colori. La strada era lunga, il tempo non passava mai, ero quasi impaziente. In Chiesa, ero la bambina più povera, ma anch’ io avevo il cuore pieno di gioia come tutti i bambini. In più sono stata vestita con due colombini bianchi. La Santa Messa: quanto ero emozionata! Non sapevo niente, ma sempre attenta. Alla S. Comunione piansi dalla gioia, finalmente anche il mio piccolo cuore portava Gesù Eucarestia e chiesi tante, tante grazie, di amare tutti, anche i nemici».

Si rimane attoniti di fronte ad un simile testo. Anzitutto l’ansia di ricevere Gesù: «La strada era lunga, il tempo non passava mai, ero quasi impaziente». Nessuno avrebbe potuto immaginare che cosa potesse attraversare la piccola mente della comunicanda. Ma lei lo annota con accuratezza.

Malgrado avesse soltanto sette anni e fosse apparentemente ignorante, la Bolognesi dimostra una capacità inimmaginabile di spaziare sul panorama ampio dell’intera vita. Dalla fissazione amorosa rivolta al tabernacolo ed espressa con la richiesta di essere buona, lo sguardo suo si volge attorno, abbracciando i familiari, perfino i nemici, addirittura il mondo intero, concludendo, e non si riesce a capirne il motivo, con i sacerdoti, perché siano «sempre grandi e santi». Intendeva far emergere il loro ministero gravato della potestà e responsabilità spirituale di perdonare i peccati e di consacrare il pane e il vino? Non lo sappiamo e non è esplicitamente detto. Avendo avvicinato il sacerdote per la confessione e per la comunione, vale a dire per riconoscere il proprio peccato quale forma di morte, e per ricevere poi con la Comunione il Dio della vita, probabilmente lei intuì l’immensa grandezza di tale potere, facendone oggetto di orazione come modalità di ringraziamento.

Povertà e gioia. Nella festosità del rito un cenno di rilevanza sociale: «In Chiesa, ero la bambina più povera». Quando la Bolognesi scrive tutto questo, sono già trascorsi dieci anni dall’avvenimento, ma il ricordo rimane indelebile. La povertà segna la persona, la emargina. C’è tuttavia un elemento che tutti accomuna, poveri e ricchi: è Lui, entrato nel cuore della poveretta come nel cuore delle compagne benestanti, causando il medesimo effetto: la gioia! E non è una gioia qualsiasi, ma si svela come letizia straripante: «Arrivai a casa, tutti avevano pranzo nelle loro case, da noi nulla, ma ero tanto, tanto felice. La zia mi dava un po’ d’acqua per rompere il digiuno. Sono corsa nell’orto dal caro nonno Luigi a dargli un bacetto: “Nonno, nonno, ho Gesù nel mio cuore, sai”. “Vieni, sisin mio – così mi chiamava il nonno – raccontami Mariolina”. Anche il nonno pregava sempre, quanto era buono il nonno, e mi disse: “Mariolina, questo bel giorno non te lo dimenticherai mai, neppure un piattino di minestra per te”. “Nonno, la minestra non c’è per nessuno, ma ho Gesù nel mio cuoricino”. Povero vecchietto, mi ha fatto tanta pena».

Il commento più azzeccato alla Prima Comunione di Maria Bolognesi è condensato nelle parole del nonno Luigi: “Questo bel giorno non te lo dimenticherai mai, neppure un piattino di minestra per te”. La festa per l’evento atteso è tutta nel cuore della Bolognesi, come lei stessa, malgrado la giovane età, evidenzia: “Ma ho Gesù nel mio cuoricino”. Non è solo gioia, è felicità straripante: “Tutti avevano pranzo nelle loro case, da noi nulla, ma ero tanto, tanto felice”.

Come non rimanere commossi dinanzi a tanta gioia di bimba che cerca solo di essere arricchita dalla presenza del Signore in lei, tutto il resto valutando per poca cosa in un giorno così determinante per la vita spirituale di ogni cristiano? E poi diceva: “Il catechismo per me era arabo”. Era arabo come carta scritta, ma l’oggetto del catechismo per lei era una Persona viva: Gesù, il suo amore.

L’INSEGNAMENTO

Non adempirei al mio dovere se omettessi di concludere con delle riflessioni pertinenti dopo aver sentito dallo scritto di Maria Bolognesi quali debbano essere le condizioni spirituali migliori per accedere anche noi al Sacramento dell’Eucarestia.

Nei nostri confronti il primo discorso verte sulla realtà sacramentale, dono incommensurabile di Dio, della cui entità è sempre difficile rendersi conto. Non potremo comunque mai comprendere come nelle molecole del pane e del vino possa celarsi la misteriosa realtà del corpo, sangue, anima e divinità di Cristo. Tutt’al più, sorretti dalle ultime scoperte circa il DNA, si potrà supporre la presenza identificativa della natura umana del Signore, ma certamente non la sua divina natura. Di qui la necessità delle fede nelle sue parole, fede da Lui esigita drasticamente con l’interrogativo rivolto ai Suoi dopo l’annuncio della realtà sacramentale eucaristica: “Forse volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67).

Come mantenere vigile, attenta, la nostra fede? Parlando con Lui. Parlando di che cosa? Della nostra disponibilità ad essere possesso suo: “Gesù, ti dono tutto il mio cuore”. Nelle parole di Maria Bolognesi viene espressa integralmente la nostra realtà battesimale, quell’essere una sola cosa che leggiamo nell’ultima preghiera rivolta al Padre suo: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,23). Per accostarsi degnamente al sacramento eucaristico la condizione fondamentale risiede pertanto nella realizzazione di una comunione piena, vale a dire nell’unità tra amante e amato nello scambio reciproco dei ruoli. Con parole più semplici: essere in stato di grazia.

Se già non si fosse in tale stato, la via è quella indicata dallo scritto della Bolognesi, oltre che, ovviamente, dal magistero della Chiesa: il Sacramento della Riconciliazione. Lei piange nel recitare l’atto di dolore, formula finalmente memorizzata. Piange, perché si tratta di offesa all’Amore. Come la preghiera è un colloquiare con l’Amato, così la confessione è un chiedere perdono a Lui nella più alta delle possibilità umane: quella di parlare con Dio. Il narrare le colpe, snocciolandole, diviene l’umile manifestazione della coscienza del proprio errore, un pentirsene amaro che assume l’altezza e la profondità della preghiera più sublime. E’ in tale contesto orante che va considerata la grazia del perdono divino ottenuto per il ministero della Chiesa.

Se il trovarsi in stato di grazia costituisce la condizione primaria per accedere al Sacramento eucaristico, la seconda emerge con singolare evidenza nel tratto descrittivo della modalità orante della bimba Bolognesi: il silenzio. Nel silenzio si concentra l’attenzione d’amore. Nel silenzio lei guardava il tabernacolo e pregava! Indicazione preziosa che indica lo sfociare del torrente di preoccupazioni e di angustie anteriori. Infatti il silenzio innalza un muro tra gli altri e noi. Alzare questo muro per concentrarsi in Dio nei manuali di vita ascetica ha un nome: raccoglimento. E’ il ripiegarsi della persona sulle realtà fondamentali della vita, sul senso dell’esistere, sul significato delle proprie azioni, qualunque esse siano. In una parola: la fuga dalla precarietà che segna tutte le cose e tutte le persone. Il mondo in cui viviamo è un mondo nel quale altissimi valori umani si mescolano ad una inimmaginabile, estesa moltitudine di vacuità, in cui precipita la maggior parte delle persone preoccupate più di avere che di essere. Essere, cioè, veramente uomini e cristiani. Se la vita di una persona non affonda in Dio, necessariamente affonda nel nulla dell’essere e delle cose.

E qui torna il discorso straordinario dell’esperienza della bimba Bolognesi. Lei scorgeva Dio in tutto, negli uccelli, nei fiori, perfino negli occhietti dei topolini! La semplicità dei bimbi è il riflesso della presenza di Dio tra gli uomini. Il leggere Dio presente proviene da quella fede indicata da Gesù come realtà salvante. Salva dal sentirsi una nullità, conferisce il senso della preziosità della propria vita, il valore inestimabile delle nostre azioni positive.

Quando si vive in stato di grazia, mossi dalla fede, e si legge Dio presente in se stessi, negli altri, nella stessa creazione, ci si trova preparati a ricevere il Signore, perché il desiderio di Lui agita dolcemente l’anima, si intensifica nelle tribolazioni, diventa approdo di salvezza anche umana nelle inevitabili difficoltà dell’esistere. Non c’è pertanto da meravigliarsi del correre festoso di Maria Bolognesi che a tutti dice la propria felicità per avere nel cuore Gesù. Malgrado la tenera età, la povertà giunta a far mancare cibo sulla tavola, perfino in presenza di tensioni forti tra coniugi, la piccola Maria capì che avere il Signore nell’anima costituisce la ricchezza più grande.

Anche per noi la Comunione dovrebbe essere un momento gioioso dello spirito, un ritrovare noi stessi nell’immenso amore del Tutto che si degna di venire ancor oggi nel piccolo recinto dell’anima nostra. Quale grazia immensa questo dono, quale orizzonte di speranza esso spalanca ai nostri occhi annebbiati: la speranza di essere immersi un giorno anche noi nell’oceano della vita divina.

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 26 Dicembre 2004

Chiesa Parrocchiale di S. Sebastiano, Bosaro (RO)

Maria Bolognesi fu battezzata in questa chiesa il 27 dicembre 1924. Il giorno anniversario cadrebbe domani, ma la celebrazione è stata anticipata ad oggi, domenica 26 dicembre, per facilitarne la partecipazione ai fedeli. Con l’anticipo vengono così a coincidere due eventi: uno, il battesimo di Maria Bolognesi in virtù del quale ella divenne figlia di Dio, quindi membro della famiglia divina; l’altro, quello liturgico, collegato alla celebrazione della festa della Sacra Famiglia e pertanto così vicino a noi tutti, perché esso riguarda l’assetto fondamentale della nostra vita, che è appunto la famiglia. Desidero parlarvi di entrambi gli argomenti, ossia del nostro divenire partecipi della famiglia di Dio e della nostra appartenenza alla famiglia umana, tenendo però presente che Maria Bolognesi, contrariamente a quanto di solito accade, fu accolta come figlia anche in famiglie non a lei legate da vincoli di sangue.

LA FAMIGLIA DI DIO

Una delle cose che mi colpirono nella vita di San Pio da Pietrelcina fu il seguente episodio: un giorno, verso la fine della vita, lo trovarono che piangeva dirottamente. Il frate che di solito lo accompagnava, gli chiese: “Padre, perché piangi?”. “Piango – rispose Padre Pio – perché dalla mia nascita trascorsero vari giorni prima che mi battezzassero”. Egli considerava questo intermezzo, nel quale visse privo della grazia divina, come un evento colpevole e piangeva perciò a dirotto, pentendosene amaramente.

Il pianto di Padre Pio ci dice quale sia l’importanza del battesimo nella nostra vita.

Ieri, nella celebrazione natalizia, abbiamo letto che Dio ci ha parlato nel Figlio. Il fatto che Dio ci abbia mandato il Figlio suo per parlarci di Sé, che cosa sta a indicare?

Ce l’hanno spiegato i testi scritturistici riportati nella liturgia, nei quali si specifica che noi siamo nati per opera del Figlio di Dio, origine di tutte le cose, e che addirittura viviamo in vista di Lui, cioè in vista della filiazione divina sua destinata a divenire filiazione adottiva nostra. Infatti, mentre la filiazione di Gesù è filiazione naturale, essendo egli il Figlio unigenito del Padre, noi dobbiamo diventare figli di Dio per adozione in modo da formare, in Dio, un’unica famiglia.

Cosa significa diventare figli del Padre? Abbiamo sempre sentito parlare del peccato originale.

Quando andavo a scuola, rimanevo sempre molto perplesso nel sentire che il peccato originale viene, senza nostra colpa, trasmesso per generazione, mentre invece i peccati attuali sono frutto della nostra malvagità. Se non avevo obiezioni sui peccati attuali, avevo però difficoltà a pensare al peccato originale trasmesso per via generazionale.

Adesso che sono diventato vecchio, mi pare di capire qualcosa di più, e mi spiego: la natura umana trasmessaci da Adamo ed Eva, in virtù di quell’errore da essi compiuto, ha nel suo DNA la legge di gravitazione verso il basso. Nel DNA dell’uomo è inserita la spinta a sentirsi legislatore di se stesso, di sostituirsi a Dio nel decidere il bene e il male. E’ per questa spinta che l’uomo talvolta sente, addirittura sanziona con le sue azioni, la propria autonomia da Dio, la quale ha la propria ragion d’essere nella realtà del peccato.

Ho capito, perciò, che cosa significa il battesimo: in virtù della morte di Cristo sulla croce, quel peccato d’origine trasmesso attraverso il DNA, viene cancellato, pur tuttavia nel DNA dell’uomo resta operante la legge di gravitazione verso il basso. Per questo, noi non siamo spinti a fare il bene, ma a fare il male, come ce lo ricorda San Paolo scrivendo ai Romani: “Non ciò che voglio io faccio, ma ciò che non voglio, compio”.

Le conseguenze di quel peccato d’origine, sempre presenti nel DNA, sono le ferite che caratterizzano la condizione umana. Gesù, spegnendosi sulla croce, ha cancellato il peccato d’origine, del quale però rimangono in noi le conseguenze.

Che cosa vuol dire: “Rimangono le conseguenze?”. Vuol dire che il potere satanico è in noi operante, perché Satana è il principe di questo mondo. Non dimentichiamolo mai, questo l’ha detto Gesù, non lo diciamo noi. Satana, che è il principe di questo mondo, cerca di esercitare il suo potere di seduzione per spingerci al male.

Soltanto due sono state le nature umane sottratte all’influsso di Satana: la natura umana della Vergine Santa – dogma dell’Immacolata Concezione – e la natura umana di Cristo. Nel grembo di Maria quest’ultima, unita alla natura divina del Verbo, non aveva nel suo DNA il peccato originale: Egli era innocente, come innocente e immacolata era appunto sua madre. Eccettuati loro due, tutti gli altri uomini hanno avuto il peso del peccato originale e nella storia dell’umanità noi ne vediamo le conseguenze. Basta guardarsi attorno per constatare i disastri, le violenze, le cattiverie che succedono.

In virtù del battesimo che cancella il peccato d’origine, viene infuso da Dio nella natura umana lo Spirito Santo, che contrasta l’azione del demonio. E’ tuttavia necessario dare ascolto allo Spirito, operando alcune scelte: la prima, è quella di meditare le verità che Gesù ci ha trasmesso; la seconda, riguarda l’unione a Lui attraverso l’orazione e la partecipazione ai sette sacramenti, che la Chiesa puntualmente amministra per rinvigorire in noi la vita del Signore. Affinché la vita del Figlio di Dio diventi la nostra vita di figli del Padre, è altresì necessario si sviluppino in noi quelli atteggiamenti interiori che si chiamano umiltà, bontà, carità, e soprattutto fede, che è la ragione di tutte le cose.

Attraverso la fede noi accettiamo che Dio esista, che abbia influsso nella nostra vita, e ci abbandoniamo a Lui. In virtù della fede noi conosciamo Gesù. Ecco perché vi parlavo della meditazione della Parola, attraverso la quale conosciamo Dio, ovvero la Sua verità. ConoscendoLo, Lo amiamo: ecco la carità; amandoLo, Lo desideriamo: ecco la speranza.

Queste tre virtù, dette teologali, costituiscono le tre forze soprannaturali che sorreggono in noi la vita divina: la fede, attraverso la quale si conosce e si crede; la carità, con la quale si ama Dio; la speranza, che suscita in noi il desiderio di possederLo. Queste tre virtù vengono infuse nell’anima il giorno del battesimo.

In virtù di queste forze soprannaturali possiamo contrastare l’azione satanica e mantenere vigorosa in noi la vita di Dio. Se la nostra preghiera accompagnerà l’azione dello Spirito Santo, anche la nostra vita si svolgerà in modo diverso, allontanando da noi le seduzioni del mondo.

Per consentire la comprensione del significato di queste ultime parole, ne darò un breve cenno; passerò poi al secondo punto riguardante Maria Bolognesi e la famiglia umana.

Ho dovuto diventare vecchio per capire tante cose! Dopo aver letto alcuni libri di astrofisica e di fisica, ho capito quello che diceva San Paolo scrivendo ai Romani. Ho capito anzitutto che il nostro pianeta è una navicella, un granellino di sabbia nell’immensità dell’universo. Noi abbiamo in mente di essere chissà che cosa, mentre invece siamo un nulla: la nostra navicella spaziale è un granellino di sabbia che gira vorticoso in quell’immensità.

Tutte le stelle e le galassie che noi possiamo vedere rappresentano l’1% dell’esistente; il 3% sono gas intergalattici; il 23% è «materia oscura» che esercita la forza gravitazionale che muove le galassie e tiene uniti i nostri corpi (per esempio noi alla terra); il 73% viene chiamata energia del vuoto e costituisce il contenitore di questo immenso universo, che gli astrofisici dicono equivalga a duecentomila miliardi di miliardi di km.

La terra gira su se stessa all’equatore alla velocità di 1.670 km orari; attorno al sole il nostro pianeta gira alla velocità 100.000 km orari; il sole ci trascina attorno al centro della Galassia alla velocità di 1.300.000 km orari; la nostra Galassia trascina il sole nel cosmo alla velocità di 3.072.000 km orari. Insomma l’universo è una realtà che spaventa, nella quale si muove la terra, ossia la nostra piccola navicella spaziale. A ben considerare, in simile contesto appaiamo un niente, eppure Gesù ci ama! Ecco la cosa che mi ha colpito: Lui ci ama uno per uno.

Un’altra verità mi ha ancora stupito: le leggi che governano l’atomo, governano pure le intere galassie; gli elettroni che girano vorticosamente attorno al nucleo, in modo ellittico, rispecchiano tali e quali i movimenti dei pianeti e delle stelle.

Sono rimasto colpito da questa unità di disegno divino: il microcosmo (l’atomo) e il macrocosmo (l’intero universo) hanno le stesse leggi, la stessa vita, e allora ho capito quello che dice San Paolo: «Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita» (Rm 5,18).

Gesù è uno, il microcosmo. L’umanità è il macrocosmo, la vita divina che è in Lui, diventa la vita dell’intera umanità: è una cosa affascinante! In virtù del battesimo siamo uniti in Gesù, l’Uno, e partecipiamo, tutti, della pienezza divina presente in Lui. Quanto dovremmo essere grati al Signore per questo immenso dono!

LA FAMIGLIA UMANA

Adesso vi parlo di Maria Bolognesi, vissuta in varie famiglie.

Nata a Bosaro nel 1924, rimase nella casa dei nonni materni Samiolo fino al marzo 1930, quando la mamma si sposò con Giuseppe Bolognesi. Poi, dal 4 marzo del 1930 si trasferì in casa Bolognesi a Crespino; in questa famiglia rimase fino all’8 novembre 1946.

Nella storia di Maria Bolognesi qual’è la cosa più sintomatica in rapporto alla famiglia di Dio, al battesimo, alla grazia santificante?

Pur essendo vissuta in una situazione particolare, data l’illegittimità dei natali, a Bosaro, presso i Samiolo, Maria ebbe la fortuna di avere una nonna meravigliosa: nonna Cesira, che le insegnò a pregare. Dalla nonna Maria apprese non solo l’Ave Maria e il Padre Nostro, come noi, bensì l’arte della preghiera, imparando dalla nonna a parlare a Gesù. Parlare a Gesù è il grado più alto dell’orazione.

Quando poi nel 1930 entrò a far parte della famiglia Bolognesi, Maria trovò un altro nonno – nonno Luigi – che, come nonna Cesira, continuò a parlarle di Gesù con un tono affascinante, da innamorato, tant’è vero che nel 1933, a soli nove anni, la piccola Maria consacrò tutta se stessa a Gesù. Da allora il Signore divenne la ragione unica della vita di lei, al punto da prometterGli che non si sarebbe sposata per rimanere tutta di Gesù.

Da quando nel 1930 Maria entrò in casa Bolognesi, conobbe, per varie ragioni, tante sofferenze, tra le quali, oltre alla povertà, anche la miseria. Fino all’anno 1937 non c’era, in casa, cibo per tutti. In tale clima di desolazione Maria sacrificò se stessa per i fratellini che curò con amore infinito: essi divennero la ragione della sua vita.

Poi nel 1946 Maria Bolognesi si trasferì presso la famiglia Piva con il consenso del papà e della mamma, che ritennero una grazia quel trasferimento, perché andando Maria dai Piva, alleggeriva il peso economico della famiglia Bolognesi, risultando così in casa una bocca in meno da sfamare. D’altronde, pur abitando i Piva a S. Cassiano, ossia a 5 km da Crespino, Maria continuò ad occuparsi dei suoi 5 fratelli, curandone il bucato e provvedendo al misero guardaroba.

Maria visse nella famiglia Piva praticamente in continuazione fino al mese di ottobre 1950. Da allora lei cominciò a recarsi sempre più frequentemente a Rovigo in casa Guerrato, perché, essendo malata, poté ottenere da costoro la possibilità di accedere alle cure mediche necessarie. Lo stacco dalla famiglia di Ferdinando Piva avvenne perciò gradualmente. Dopo il 1951 la Bolognesi in effetti rimase quasi in continuazione a Rovigo presso i summenzionati benefattori. La permanenza nella loro famiglia si protrasse fino al mese di ottobre 1955, quando, venendo a mancare la signora Wanda nel mese di luglio di quell’anno e accentuandosi sempre di più i malanni sanitari della Bolognesi, quest’ultima fu indotta a trasferirsi presso la famiglia Mantovani. Infatti, dal 18 ottobre 1955 fino all’8 ottobre 1966, per 11 anni Maria visse presso quest’ultima famiglia.

Sia nel periodo trascorso presso i Guerrato che nel successivo periodo di permanenza presso i Mantovani, la Bolognesi poté svolgere abitualmente la sua attività caritativa, assistendo i malati e provvedendo alle necessità delle persone indigenti che a lei ricorrevano.

Mi sono sempre chiesto: “Come mai Maria Bolognesi, andando dai Piva, dai Guerrato, dai Mantovani, si fece tanto amare?”. Tutte le volte che lei si staccò da dette famiglie, esse ne rimpiansero dolorosamente l’allontanamento, perché avevano l’impressione di perdere un inestimabile valore. Infatti la dipartita di lei, fu da loro ritenuta una disgrazia; e la permanenza della Bolognesi in quelle famiglie, una ricchezza! La Bolognesi si inseriva nell’ambito familiare con una dolcezza, una tenerezza, un amore, un rispetto straordinari. A testimonianza di quanto ora asserito, leggo la memoria del compianto Gino Mantovani, consegnata agli interessati nel maggio 1980, 12 anni prima che iniziasse il processo di canonizzazione: «Il 18 ottobre 1955 Maria Bolognesi è entrata in casa nostra, in via Di Rorai a Rovigo. Alcuni giorni prima mia sorella Zoe aveva interpellato la mamma, mio fratello Emanuele ed il sottoscritto se non avevamo nulla in contrario ad accogliere in casa nostra una ragazza abbisognevole di cure e soprattutto di tanta comprensione.

Dopo che la sorella ci ha assicurato sulla serietà, moralità e dopo averci chiarito il caso tutto particolare che ci si presentava, non abbiamo esitato ad accogliere Maria come una figlia, per la mamma, e come una sorella per noi.

E così Maria Bolognesi è entrata a far parte della nostra famiglia.

Notai subito la semplicità, la bontà, l’educazione, l’umiltà, la dolcezza della persona venuta a vivere con noi, e la sua grande personalità.

Con lei il dialogo era facile, non pesava, anzi, considerato il limitato grado di istruzione scolastica, (aveva frequentato e solo per tre anni la 1a Elementare, tre mesi per anno, e per tre mesi la seconda), interessava e convinceva su tutti i problemi che il vivere quotidiano richiedeva.

Inoltre su ogni argomento ci metteva a nostro agio rispettosa delle nostre abitudini e usi familiari e di lavoro. Dopo poche settimane di permanenza con noi si era inserita dolcemente nella nostra famiglia quasi fossero passati degli anni, anziché qualche mese. Mi accorsi subito della Sua non comune intelligenza e serietà alla quale molto naturalmente mi rivolgevo per chiedere e sentire pareri e consigli.

Notai con quale semplicità e dolcezza sapeva esporre le sue idee ed i suoi concetti che mai erano errati e sempre illuminavano. Gli argomenti religiosi erano trattati da lei lievemente, quasi avesse paura di ledere i nostri principi che erano quelli di una sana educazione Cristiana e Cattolica avuta in famiglia.

Amava i sofferenti, i poveri, gli ammalati non solo nel fisico, gli anziani soli e i bambini.

Tengo a dichiarare ora che Maria era sanissima di mente, era una persona normalissima in tutti i suoi atti e da quando ho avuto la fortuna di conoscerla fino alla sua dipartita mai dico mai ha dato motivo di dubitare della sua serietà, della sua serenità d’intelletto nei suoi colloqui, della sua bontà, della sua moralità; ma solo devo doverosamente e onestamente confermare della sua grande delicatezza d’animo, della sua grande dolcezza e soprattutto del suo grande spirito di sacrificio che si manifestava nella gioia di essere utile a tutte le persone sofferenti e bisognose di assistenza non solo nel fisico, perché anziane o ammalate, ma anche a tutte quelle che per diversi motivi non trovavano la pace nell’animo o la serenità nella famiglia.

Per queste, in particolar modo, era e si sentiva una figlia, una madre, una sorella.

Non mi sono mai spiegato come Maria potesse conoscere così profondamente le persone nel loro animo. Lei leggeva dentro di noi e ci conosceva meglio di noi stessi. Non importava parlare molto. La sua sensibilità penetrava insensibilmente in noi ed induceva alla confidenza; e quante volte ha sollevato da pesanti preoccupazioni situazioni familiari ormai disperate?

Quanto bene ha fatto e quanta bontà ha seminato nella sua piuttosto breve permanenza fra noi. Quale grande lezione di sacrificio e di amore a Gesù è stata la sua vita!».

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 21 Ottobre 2004

Tempio B. V. del Soccorso «La Rotonda», Rovigo

Contrariamente alla consueta prassi di parlare a braccio sia pure seguendo uno schema prestabilito, oggi, 80° anniversario della nascita di Maria Bolognesi, ho deciso di leggere il discorso commemorativo, data la delicatezza dell’argomento che intendo affrontare. Si tratta infatti di far conoscere per la prima volta la sentenza emanata dal magistrato Dott. Buono Antonio il 25 ottobre 1948. Premetto che non accuserò alcuno, mi limiterò soltanto a poche notizie atte a lumeggiare la sunnominata sentenza.

Mi sono deciso a compiere questo passo per le seguenti ragioni: 1) perché le sentenze dei magistrati dei tribunali penali sono di natura pubblica; 2) perché tale sentenza non è mai stata fatta conoscere ad alcuno; 3) perché in essa le maggiori accuse contro la Bolognesi vigenti nel 1948, sono tutt’oggi ritenute valide presso una considerevole percentuale di persone residenti a Rovigo e dintorni come risulta dalla documentazione processuale.

Ovvio l’interrogativo: “Perché soltanto oggi si fa conoscere detta sentenza e non la si è fatta conoscere prima?”. Perché il verdetto orale pronunciato dal giudice dr. Buono Antonio il 25 ottobre 1948 alla fine dell’udienza pomeridiana, venne, come di prassi, seguito dalla stesura della sentenza depositata presso la Cancelleria del Tribunale l’8 novembre dello stesso anno. Il verdetto assolutorio fu subito perciò notificato, ma la corrispondente sentenza non fu mai fatta conoscere nemmeno alla Bolognesi, che per ben due volte, prima il 7 aprile 1958 e poi nel novembre dello stesso anno – ossia a dieci anni dalla celebrazione del processo – la fece cercare senza alcun esito, perché le ricerche furono indirizzate al casellario giudiziario, dove, essendo rimasta assolta la Bolognesi per non aver commesso il fatto, nulla poteva esserci. Infatti la documentazione attinente all’Istruttoria venne depositata presso l’Archivio di Stato e la sentenza fu consegnata dal Pretore Buono Antonio alla Cancelleria del Tribunale, dove si conservano le sentenze emanate. Tali documenti furono rinvenuti rispettivamente in data 4 giugno e 29 maggio 2003.

Il fatto, descritto nel diario e confermato sia nell’Istruttoria del 17 marzo 1948, sia nel dibattimento del 25 ottobre di quell’anno, riguarda lei che alle 17,40 del 5 marzo 1948, mentre si recava nella chiesa parrocchiale di Crespino per sentire la predica quaresimale, venne aggredita da tre individui mascherati, colpita con un pugno alla tempia, trascinata dietro dei cespugli. Le venne chiesto a quale partito appartenesse (si era in piena campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile), e lei rispose: “Io non sono di nessun partito, solo cristiana”.

«Imbavagliata – continua la Bolognesi -, sentii tre voci. Mio Dio. Non ebbi neppure il tempo di vedere. Ho sentito questo schiamazzo, non ho visto persone, perché c’era una gran siepe fitta fitta, rimasi al suolo tramortita. Mi hanno levato le calze, mi sentii morire, non posso farmi un’idea con che oggetto fossi stata scarnificata, gambe e mani, mi hanno quasi levato le due unghie dalle dita dei piedi. Legata com’ero non potei muovermi. “Sono nelle mani di Gesù”, ho detto fra me e me. Sentii una voce: “Pensaci bene di che partito sei”. Rimasi sola abbandonata in mezzo alla neve senza potermi muovere. Mi sembrava essere in mezzo alle fiamme con le gambe e mani. Il freddo mi agghiacciava, battevo i denti, balbettavo poche parole, non potrò più ritornare a casa. Con la bocca imbavagliata mi sembrava di soffocare. Mi sembra si spezzasse la schiena tra la neve, il corpo era bagnato tra il sudore e lo spasimo. Il tempo non passa mai, qui morirò. Gesù abbia pietà di me. Sento camminare. Chissà che sia il padrone della campagna. “Cosa hai pensato? te lo diamo noi l’aiuto”. Non avevo più voce ero sfinita. “Gesù, Gesù!”. “Te lo daremo noi Gesù, il Cristo, la Chiesa”. Tentarono contro la purezza. “Gesù, meglio la morte” [dissi] fra me stessa. I sudori erano come una pioggia, lo spasimo cruento da non poter resistere. “Peliamola bene, almeno senta il tormento e starà a letto”. “Gesù, sia fatta la Tua volontà” [dissi]dentro di me. Quale agonia! mio Dio! Raschiarono ancora mani e piedi. Rimasi sfinita. Non pensavo più né casa e né fratelli. Gesù solo poteva salvarmi. Sentivo allontanarsi dei passi. Mi slegavano le mani, piedi e bocca, uno mascherato. “Prendi questa, è la tua roba e fila diritta”. Mio Dio, freddo e sudata, era buio, buio, mi allontanai un pochino, non ebbi la forza. Trepidante dalla paura che mi seguissero, caddi a terra. A stento ripresi il cammino, mi sembrava essere nel fuoco, mi trovai a terra, non avendo più forza, il sangue usciva dalle mani e piedi. A furia di stenti, con cadute arrivai a casa senza incontrare anima viva. La predica quaresimale era stata lunga. Ho fatto tutto il tratto di strada scalza. Mio Dio, non posso resistere dallo spasimo. La famiglia Piva rimasero stupiti e non avevano coraggio. In casa vi era un fratello di Ferdinando. Chiesi a stenti di andare a letto, tutta bagnata infangata, con quelle ferite mi sentii morire. Con un filo di voce chiesi il Confessore, rimasi senza forze».

Questo è il fatto. Accusata di autolesionismo, la Bolognesi fu prima interrogata dal Pretore, dott. Buono Antonio, nell’Istruttoria del 17 marzo 1948; e quindi processata il 25 ottobre dello stesso anno con due udienze: una al mattino e una seconda nel pomeriggio. La sentenza depositata presso la cancelleria del Tribunale di Rovigo l’8 novembre 1948 porta la data del 25 ottobre ed è del seguente tenore:

Il Pretore in fatto ed in diritto osserva:
I Carabinieri di Crespino, in data sei marzo 1948, riferivano che alle ore 11 di detto giorno era pervenuta in caserma la voce di un aggressione subita il giorno avanti da certa Bolognesi Maria di Giuseppe. Recatisi in casa di costei i verbalizzanti apprendevano che la stessa era stata il giorno prima colpita improvvisamente con un pugno alla testa mentre percorreva una strada di campagna. Subito dopo era stata imbavagliata e bendata e richiesta di dire a quale partito si appartenesse da una voce sconosciuta, La Bolognesi aveva risposto di appartenere al partito della fede ed allora gli aggressori le conficcavano sul dorso del piede sinistro un oggetto che la vittima ritenne essere un ferro appuntito. Quindi la lasciavano sola invitandola a ripensare bene sulla sua professione di fede perché sarebbero ritornati, cosa che fecero dopo circa due ore durante le quali la Bolognesi rimase legata ed imbavagliata. Persistendo la donna nella sua confessione gli aggressori la torturavano producendole lesioni al dorso degli arti. Quindi la liberavano ingiungendole di ritornare a casa.

Il dr. Patergnani accertò che la Bolognesi presentava abrasioni al dorso delle mani e dei piedi, prodotti dallo strisciamento di un corpo ruvido, guaribili in otto giorni.

I Carabinieri pensavano senz’altro ad una simulazione. La Bolognesi, secondo loro, aveva dato sempre segni evidenti di esaltazione religiosa a sfondo isterico. Le autorità religiose avevano dovuto proibirle di vestire l’abito monacale che essa tuttavia indossa privo di distintivi. In epoca non lontana la Bolognesi avea dovuto subire degli esorcismi perché asseriva di essere indemoniata. Da ultimo pretendeva di essudare sangue e di presentare le stigmati della passione cristiana, venerata dalla religione dello stato.

All’odierno dibattimento, come già in periodo istruttorio, la Bolognesi ha protestato la sua innocenza, confermando l’aggressione subita e che in forma vaga le sarebbe stata preannunziata da un angelo. Il verbalizzante brigadiere ha soggiunto che le indagini fatte sul luogo della presunta aggressione non avevano portato a nessun risultato. Sono stati escussi numerosi testi, tra cui il parroco attuale e quello cessato di Crespino e la padrona di casa della Bolognesi.

Osserva il giudice che prima di entrare nel merito della causa occorre superare una questione esclusivamente di diritto prospettata dalla difesa. La Bolognesi, si è detto, non ha fatto alcuna denuncia di reato ai Carabinieri. Non sussiste pertanto il delitto contestatole. La tesi è infondata. Ed invero l’art. 367 (e che può definirsi calunnia contro ignoti) prevede due ipotesi nettamente distinte di reato: una formale, l’altra materiale. La prima si realizza per il fatto dell’iniziativa del reo che, con vero o falso nome o in modo anonimo si rivolge all’autorità giudiziaria o ad altra che a quella abbia obbligo di riferire; la seconda si verifica quando il reo simula le tracce di un reato in modo che si possa iniziare procedimento penale per accertarlo. Ora non v’ha dubbio che la Bolognesi, se colpevole, s’è messa su questo secondo iter criminoso. Ed è vano affermare che la Bolognesi non aveva alcuna intenzione di far seguire un procedimento penale, essendo questa possibilità una condizione obiettiva (non già un elemento del reato) alla quale non è necessario che si estenda la volontà del reo. E’ sufficiente cioè il dato soggettivo (volontario) della simulazione delle tracce e la possibilità obbiettiva dell’inizio di un procedimento. E poiché in questo sono compresi gli accertamenti di polizia che i carabinieri, anche se increduli, nella specie compirono, sussisterebbero entrambi gli elementi per affermare la responsabilità della Bolognesi.

Ma costei merita, sotto altro riflesso logico, di essere assolta. Non vi è infatti alcuna prova che l’aggressione non abbia avuto luogo. E questa prova negativa doveva essere fornita dall’accusa. Né basta a surrogarla la “sensazione” del verbalizzante ed il fatto che, recatosi il giorno dopo sul luogo indicato dalla donna (in aperta campagna) detto verbalizzante non abbia riscontrato tracce. Innanzi tutto questa versione è smentita da una teste (Bassani Angelina) che recatasi subito sul posto rilevò delle “pecche” di piedi oltre all’orma di un corpo abbandonato. Precisò anzi che una delle “pecche” era di piede scalzo. Inoltre dopo un giorno il verbalizzante non poteva illudersi di trovare gran che, essendo più che possibile che per effetto delle condizioni atmosferiche (guazza notturna ecc.) le “pecche” rilevate dalla Bassani si fossero dileguate. Un’altra circostanza di sommo interesse è stata riferita da Barban Angelina, padrona di casa della Bolognesi. Costei a dire della prima presentava lividure ai polsi come quando si è stati legati. Si dovrebbe dunque ritenere che la Bolognesi dopo essersi procurate non lievi lesioni alle mani e ai piedi si sia poi legata da sé, circostanza non impossibile ma estremamente improbabile.

A questo punto il giudicante ha ritenuto di prendere in seria considerazione la personalità dell’imputata, esame reso doppiamente necessario dalla natura del reato e dall’evanescenza della prova. La Bolognesi si è difesa con pacatezza e lucidità. E’ stata sempre calma ed ha affermato con chiarezza le circostanze dell’avvenuta aggressione. Veste, è vero, un abito affatto analogo a quello monastico; ha assunto, sì, di aver avuto visioni di aver sudato sangue ma anche dimostrato di essere perfettamente normale dal punto di vista psichico. Sia nel periodo istruttorio che in quello dibattimentale il giudicante non ha potuto rilevare alcun dato riferibile ad una sindrome isterica. La Bolognesi è ritenuta normale da due sacerdoti che hanno deposto; uno di essi conserva gelosamente un fazzoletto che, imposto dalla Barban sul costato della Bolognesi, fu abbondantemente coperto di essudativi sanguigni provenienti (come attesta un certificato dell’Istituto di analisi di Rovigo) da corpo umano. La donna ha mostrato di avere sempre sufficiente controllo della propria personalità interiore. Lo stato crepuscolare isterico, che ripete su scala minore quello epilettico, sarebbe dovuto affiorare nel lungo dibattimento protrattosi per un intero giorno con l’insofferenza e l’inquietudine propri dell’isterico. Tanto meno si sono riscontrati quei sintomi (bolo isterico, convulsioni, escandescenze) che permettono di percepire clinicamente l’affezione.

Né la Bolognesi aveva motivi di lucro per inscenare simile commedia. Tanto meno ragioni pubblicitarie perché la stessa non denunciò il fatto, né lo fece denunciare. Il fatto poi di aver preveduto una prova dolorosa non esclude che questa sia effettivamente avvenuta perché, se é vero, come è vero, che la Bolognesi ostentava la sua fede cristiana ed esagerava le pratiche religiose relative, al punto da essere ritenuta visionaria e maniaca, niente di più facile che uno scherzo malvagio, o una crudele rappresaglia potesse essere architettata nei suoi confronti da persone di diversa fede religiosa o addirittura senza alcuna fede religiosa.

Per questi motivi il Pretore, visto l’art. 479 c.p.p.
assolve
Bolognesi Maria dal reato ascrittole per non aver commesso il fatto.

Rovigo 25 ottobre 1948

IL PRETORE Dott. Buono Antonio

Ho ritenuto mio dovere portare a conoscenza di tutti una sentenza di natura pubblica, una sentenza che avrebbe dovuto essere conosciuta fin dall’8 novembre 1948, ossia 56 anni fa!

Anche se appare quanto mai improbabile che la tempestiva conoscenza della stessa avrebbe potuto cambiare opinione a qualcuno circa la personalità della Bolognesi, tuttavia, ora che lei è Serva di Dio, che la sua causa di beatificazione giace nel dicastero romano in attesa di essere discussa, che un fatto ritenuto prodigioso è sotto inchiesta processuale e potrebbe spalancare le porte alla sua beatificazione, venire a conoscere che 56 anni fa un magistrato laico, al quale furono sottoposte le peggiori accuse contro di lei, le respinse con quella sicurezza che proviene da lunga esperienza giudiziaria, a tutti può recare tranquillità e serenità di spirito. Si dovrebbero aggiungere altri aspetti che per ragioni di brevità non ho voluto accludere a conferma dell’assistenza divina di Colui che, negli umili, compie meraviglie di grazia inimmaginabili, capaci di confondere i sapienti e i dotti della terra.

La triste vicenda giudiziaria produsse nella Bolognesi una ancor maggiore spinta a perdonare e a pregare per coloro che l’avevano afflitta e umiliata, certa che donando al Signore il proprio patire, avrebbe ottenuto da Lui di poter spalancare nel cuore dei fratelli, orizzonti di grazia e di amore divino, come di fatto poi accadrà. Nella sua vicenda terrena appare evidente che nel perdere evangelicamente la propria vita, la si ritrova e che nelle sconfitte sopportate con fede, è nascosta l’alba di un giorno nuovo e radioso.

26 Dicembre 2004 – Chiesa Parrocchiale di S. Sebastiano – Bosaro (RO) Omelia di Padre Tito M. Sartori

Maria Bolognesi fu battezzata in questa chiesa il 27 dicembre 1924. Il giorno anniversario cadrebbe domani, ma la celebrazione è stata anticipata ad oggi, domenica 26 dicembre, per facilitarne la partecipazione ai fedeli. Con l’anticipo vengono così a coincidere due eventi: uno, il battesimo di Maria Bolognesi in virtù del quale ella divenne figlia di Dio, quindi membro della famiglia divina; l’altro, quello liturgico, collegato alla celebrazione della festa della Sacra Famiglia e pertanto così vicino a noi tutti, perché esso riguarda l’assetto fondamentale della nostra vita, che è appunto la famiglia. Desidero parlarvi di entrambi gli argomenti, ossia del nostro divenire partecipi della famiglia di Dio e della nostra appartenenza alla famiglia umana, tenendo però presente che Maria Bolognesi, contrariamente a quanto di solito accade, fu accolta come figlia anche in famiglie non a lei legate da vincoli di sangue.

1. LA FAMIGLIA DI DIO

Una delle cose che mi colpirono nella vita di San Pio da Pietrelcina fu il seguente episodio: un giorno, verso la fine della vita, lo trovarono che piangeva dirottamente. Il frate che di solito lo accompagnava, gli chiese: “Padre, perché piangi?”. “Piango – rispose Padre Pio – perché dalla mia nascita trascorsero vari giorni prima che mi battezzassero”. Egli considerava questo intermezzo, nel quale visse privo della grazia divina, come un evento colpevole e piangeva perciò a dirotto, pentendosene amaramente.

Il pianto di Padre Pio ci dice quale sia l’importanza del battesimo nella nostra vita.

Ieri, nella celebrazione natalizia, abbiamo letto che Dio ci ha parlato nel Figlio. Il fatto che Dio ci abbia mandato il Figlio suo per parlarci di Sé, che cosa sta a indicare?

Ce l’hanno spiegato i testi scritturistici riportati nella liturgia, nei quali si specifica che noi siamo nati per opera del Figlio di Dio, origine di tutte le cose, e che addirittura viviamo in vista di Lui, cioè in vista della filiazione divina sua destinata a divenire filiazione adottiva nostra. Infatti, mentre la filiazione di Gesù è filiazione naturale, essendo egli il Figlio unigenito del Padre, noi dobbiamo diventare figli di Dio per adozione in modo da formare, in Dio, un’unica famiglia.

Cosa significa diventare figli del Padre? Abbiamo sempre sentito parlare del peccato originale.

Quando andavo a scuola, rimanevo sempre molto perplesso nel sentire che il peccato originale viene, senza nostra colpa, trasmesso per generazione, mentre invece i peccati attuali sono frutto della nostra malvagità. Se non avevo obiezioni sui peccati attuali, avevo però difficoltà a pensare al peccato originale trasmesso per via generazionale.

Adesso che sono diventato vecchio, mi pare di capire qualcosa di più, e mi spiego: la natura umana trasmessaci da Adamo ed Eva, in virtù di quell’errore da essi compiuto, ha nel suo DNA la legge di gravitazione verso il basso. Nel DNA dell’uomo è inserita la spinta a sentirsi legislatore di se stesso, di sostituirsi a Dio nel decidere il bene e il male. E’ per questa spinta che l’uomo talvolta sente, addirittura sanziona con le sue azioni, la propria autonomia da Dio, la quale ha la propria ragion d’essere nella realtà del peccato.

Ho capito, perciò, che cosa significa il battesimo: in virtù della morte di Cristo sulla croce, quel peccato d’origine trasmesso attraverso il DNA, viene cancellato, pur tuttavia nel DNA dell’uomo resta operante la legge di gravitazione verso il basso. Per questo, noi non siamo spinti a fare il bene, ma a fare il male, come ce lo ricorda San Paolo scrivendo ai Romani: “Non ciò che voglio io faccio, ma ciò che non voglio, compio”.

Le conseguenze di quel peccato d’origine, sempre presenti nel DNA, sono le ferite che caratterizzano la condizione umana. Gesù, spegnendosi sulla croce, ha cancellato il peccato d’origine, del quale però rimangono in noi le conseguenze.

Che cosa vuol dire: “Rimangono le conseguenze?”. Vuol dire che il potere satanico è in noi operante, perché Satana è il principe di questo mondo. Non dimentichiamolo mai, questo l’ha detto Gesù, non lo diciamo noi. Satana, che è il principe di questo mondo, cerca di esercitare il suo potere di seduzione per spingerci al male.

Soltanto due sono state le nature umane sottratte all’influsso di Satana: la natura umana della Vergine Santa – dogma dell’Immacolata Concezione – e la natura umana di Cristo. Nel grembo di Maria quest’ultima, unita alla natura divina del Verbo, non aveva nel suo DNA il peccato originale: Egli era innocente, come innocente e immacolata era appunto sua madre. Eccettuati loro due, tutti gli altri uomini hanno avuto il peso del peccato originale e nella storia dell’umanità noi ne vediamo le conseguenze. Basta guardarsi attorno per constatare i disastri, le violenze, le cattiverie che succedono.

In virtù del battesimo che cancella il peccato d’origine, viene infuso da Dio nella natura umana lo Spirito Santo, che contrasta l’azione del demonio. E’ tuttavia necessario dare ascolto allo Spirito, operando alcune scelte: la prima, è quella di meditare le verità che Gesù ci ha trasmesso; la seconda, riguarda l’unione a Lui attraverso l’orazione e la partecipazione ai sette sacramenti, che la Chiesa puntualmente amministra per rinvigorire in noi la vita del Signore. Affinché la vita del Figlio di Dio diventi la nostra vita di figli del Padre, è altresì necessario si sviluppino in noi quelli atteggiamenti interiori che si chiamano umiltà, bontà, carità, e soprattutto fede, che è la ragione di tutte le cose.

Attraverso la fede noi accettiamo che Dio esista, che abbia influsso nella nostra vita, e ci abbandoniamo a Lui. In virtù della fede noi conosciamo Gesù. Ecco perché vi parlavo della meditazione della Parola, attraverso la quale conosciamo Dio, ovvero la Sua verità. ConoscendoLo, Lo amiamo: ecco la carità; amandoLo, Lo desideriamo: ecco la speranza.

Queste tre virtù, dette teologali, costituiscono le tre forze soprannaturali che sorreggono in noi la vita divina: la fede, attraverso la quale si conosce e si crede; la carità, con la quale si ama Dio; la speranza, che suscita in noi il desiderio di possederLo. Queste tre virtù vengono infuse nell’anima il giorno del battesimo.

In virtù di queste forze soprannaturali possiamo contrastare l’azione satanica e mantenere vigorosa in noi la vita di Dio. Se la nostra preghiera accompagnerà l’azione dello Spirito Santo, anche la nostra vita si svolgerà in modo diverso, allontanando da noi le seduzioni del mondo.

Per consentire la comprensione del significato di queste ultime parole, ne darò un breve cenno; passerò poi al secondo punto riguardante Maria Bolognesi e la famiglia umana.

Ho dovuto diventare vecchio per capire tante cose! Dopo aver letto alcuni libri di astrofisica e di fisica, ho capito quello che diceva San Paolo scrivendo ai Romani. Ho capito anzitutto che il nostro pianeta è una navicella, un granellino di sabbia nell’immensità dell’universo. Noi abbiamo in mente di essere chissà che cosa, mentre invece siamo un nulla: la nostra navicella spaziale è un granellino di sabbia che gira vorticoso in quell’immensità.

Tutte le stelle e le galassie che noi possiamo vedere rappresentano l’1% dell’esistente; il 3% sono gas intergalattici; il 23% è «materia oscura» che esercita la forza gravitazionale che muove le galassie e tiene uniti i nostri corpi (per esempio noi alla terra); il 73% viene chiamata energia del vuoto e costituisce il contenitore di questo immenso universo, che gli astrofisici dicono equivalga a duecentomila miliardi di miliardi di km.

La terra gira su se stessa all’equatore alla velocità di 1.670 km orari; attorno al sole il nostro pianeta gira alla velocità 100.000 km orari; il sole ci trascina attorno al centro della Galassia alla velocità di 1.300.000 km orari; la nostra Galassia trascina il sole nel cosmo alla velocità di 3.072.000 km orari. Insomma l’universo è una realtà che spaventa, nella quale si muove la terra, ossia la nostra piccola navicella spaziale. A ben considerare, in simile contesto appaiamo un niente, eppure Gesù ci ama! Ecco la cosa che mi ha colpito: Lui ci ama uno per uno.

Un’altra verità mi ha ancora stupito: le leggi che governano l’atomo, governano pure le intere galassie; gli elettroni che girano vorticosamente attorno al nucleo, in modo ellittico, rispecchiano tali e quali i movimenti dei pianeti e delle stelle.

Sono rimasto colpito da questa unità di disegno divino: il microcosmo (l’atomo) e il macrocosmo (l’intero universo) hanno le stesse leggi, la stessa vita, e allora ho capito quello che dice San Paolo: «Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita» (Rm 5,18).

Gesù è uno, il microcosmo. L’umanità è il macrocosmo, la vita divina che è in Lui, diventa la vita dell’intera umanità: è una cosa affascinante! In virtù del battesimo siamo uniti in Gesù, l’Uno, e partecipiamo, tutti, della pienezza divina presente in Lui. Quanto dovremmo essere grati al Signore per questo immenso dono!

2. LA FAMIGLIA UMANA

Adesso vi parlo di Maria Bolognesi, vissuta in varie famiglie.

Nata a Bosaro nel 1924, rimase nella casa dei nonni materni Samiolo fino al marzo 1930, quando la mamma si sposò con Giuseppe Bolognesi. Poi, dal 4 marzo del 1930 si trasferì in casa Bolognesi a Crespino; in questa famiglia rimase fino all’8 novembre 1946.

Nella storia di Maria Bolognesi qual’è la cosa più sintomatica in rapporto alla famiglia di Dio, al battesimo, alla grazia santificante?

Pur essendo vissuta in una situazione particolare, data l’illegittimità dei natali, a Bosaro, presso i Samiolo, Maria ebbe la fortuna di avere una nonna meravigliosa: nonna Cesira, che le insegnò a pregare. Dalla nonna Maria apprese non solo l’Ave Maria e il Padre Nostro, come noi, bensì l’arte della preghiera, imparando dalla nonna a parlare a Gesù. Parlare a Gesù è il grado più alto dell’orazione.

Quando poi nel 1930 entrò a far parte della famiglia Bolognesi, Maria trovò un altro nonno – nonno Luigi – che, come nonna Cesira, continuò a parlarle di Gesù con un tono affascinante, da innamorato, tant’è vero che nel 1933, a soli nove anni, la piccola Maria consacrò tutta se stessa a Gesù. Da allora il Signore divenne la ragione unica della vita di lei, al punto da prometterGli che non si sarebbe sposata per rimanere tutta di Gesù.

Da quando nel 1930 Maria entrò in casa Bolognesi, conobbe, per varie ragioni, tante sofferenze, tra le quali, oltre alla povertà, anche la miseria. Fino all’anno 1937 non c’era, in casa, cibo per tutti. In tale clima di desolazione Maria sacrificò se stessa per i fratellini che curò con amore infinito: essi divennero la ragione della sua vita.

Poi nel 1946 Maria Bolognesi si trasferì presso la famiglia Piva con il consenso del papà e della mamma, che ritennero una grazia quel trasferimento, perché andando Maria dai Piva, alleggeriva il peso economico della famiglia Bolognesi, risultando così in casa una bocca in meno da sfamare. D’altronde, pur abitando i Piva a S. Cassiano, ossia a 5 km da Crespino, Maria continuò ad occuparsi dei suoi 5 fratelli, curandone il bucato e provvedendo al misero guardaroba.

Maria visse nella famiglia Piva praticamente in continuazione fino al mese di ottobre 1950. Da allora lei cominciò a recarsi sempre più frequentemente a Rovigo in casa Guerrato, perché, essendo malata, poté ottenere da costoro la possibilità di accedere alle cure mediche necessarie. Lo stacco dalla famiglia di Ferdinando Piva avvenne perciò gradualmente. Dopo il 1951 la Bolognesi in effetti rimase quasi in continuazione a Rovigo presso i summenzionati benefattori. La permanenza nella loro famiglia si protrasse fino al mese di ottobre 1955, quando, venendo a mancare la signora Wanda nel mese di luglio di quell’anno e accentuandosi sempre di più i malanni sanitari della Bolognesi, quest’ultima fu indotta a trasferirsi presso la famiglia Mantovani. Infatti, dal 18 ottobre 1955 fino all’8 ottobre 1966, per 11 anni Maria visse presso quest’ultima famiglia.

Sia nel periodo trascorso presso i Guerrato che nel successivo periodo di permanenza presso i Mantovani, la Bolognesi poté svolgere abitualmente la sua attività caritativa, assistendo i malati e provvedendo alle necessità delle persone indigenti che a lei ricorrevano.

Mi sono sempre chiesto: “Come mai Maria Bolognesi, andando dai Piva, dai Guerrato, dai Mantovani, si fece tanto amare?”. Tutte le volte che lei si staccò da dette famiglie, esse ne rimpiansero dolorosamente l’allontanamento, perché avevano l’impressione di perdere un inestimabile valore. Infatti la dipartita di lei, fu da loro ritenuta una disgrazia; e la permanenza della Bolognesi in quelle famiglie, una ricchezza! La Bolognesi si inseriva nell’ambito familiare con una dolcezza, una tenerezza, un amore, un rispetto straordinari. A testimonianza di quanto ora asserito, leggo la memoria del compianto Gino Mantovani, consegnata agli interessati nel maggio 1980, 12 anni prima che iniziasse il processo di canonizzazione: «Il 18 ottobre 1955 Maria Bolognesi è entrata in casa nostra, in via Di Rorai a Rovigo. Alcuni giorni prima mia sorella Zoe aveva interpellato la mamma, mio fratello Emanuele ed il sottoscritto se non avevamo nulla in contrario ad accogliere in casa nostra una ragazza abbisognevole di cure e soprattutto di tanta comprensione.

Dopo che la sorella ci ha assicurato sulla serietà, moralità e dopo averci chiarito il caso tutto particolare che ci si presentava, non abbiamo esitato ad accogliere Maria come una figlia, per la mamma, e come una sorella per noi.

E così Maria Bolognesi è entrata a far parte della nostra famiglia.

Notai subito la semplicità, la bontà, l’educazione, l’umiltà, la dolcezza della persona venuta a vivere con noi, e la sua grande personalità.

Con lei il dialogo era facile, non pesava, anzi, considerato il limitato grado di istruzione scolastica, (aveva frequentato e solo per tre anni la 1a Elementare, tre mesi per anno, e per tre mesi la seconda), interessava e convinceva su tutti i problemi che il vivere quotidiano richiedeva.

Inoltre su ogni argomento ci metteva a nostro agio rispettosa delle nostre abitudini e usi familiari e di lavoro. Dopo poche settimane di permanenza con noi si era inserita dolcemente nella nostra famiglia quasi fossero passati degli anni, anziché qualche mese. Mi accorsi subito della Sua non comune intelligenza e serietà alla quale molto naturalmente mi rivolgevo per chiedere e sentire pareri e consigli.

Notai con quale semplicità e dolcezza sapeva esporre le sue idee ed i suoi concetti che mai erano errati e sempre illuminavano. Gli argomenti religiosi erano trattati da lei lievemente, quasi avesse paura di ledere i nostri principi che erano quelli di una sana educazione Cristiana e Cattolica avuta in famiglia.

Amava i sofferenti, i poveri, gli ammalati non solo nel fisico, gli anziani soli e i bambini.

Tengo a dichiarare ora che Maria era sanissima di mente, era una persona normalissima in tutti i suoi atti e da quando ho avuto la fortuna di conoscerla fino alla sua dipartita mai dico mai ha dato motivo di dubitare della sua serietà, della sua serenità d’intelletto nei suoi colloqui, della sua bontà, della sua moralità; ma solo devo doverosamente e onestamente confermare della sua grande delicatezza d’animo, della sua grande dolcezza e soprattutto del suo grande spirito di sacrificio che si manifestava nella gioia di essere utile a tutte le persone sofferenti e bisognose di assistenza non solo nel fisico, perché anziane o ammalate, ma anche a tutte quelle che per diversi motivi non trovavano la pace nell’animo o la serenità nella famiglia.

Per queste, in particolar modo, era e si sentiva una figlia, una madre, una sorella.

Non mi sono mai spiegato come Maria potesse conoscere così profondamente le persone nel loro animo. Lei leggeva dentro di noi e ci conosceva meglio di noi stessi. Non importava parlare molto. La sua sensibilità penetrava insensibilmente in noi ed induceva alla confidenza; e quante volte ha sollevato da pesanti preoccupazioni situazioni familiari ormai disperate?

Quanto bene ha fatto e quanta bontà ha seminato nella sua piuttosto breve permanenza fra noi. Quale grande lezione di sacrificio e di amore a Gesù è stata la sua vita!».

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 1 Maggio 2004

Tempio B. V. del Soccorso «La Rotonda», Rovigo

La data odierna è preziosa, perché riunisce vari elementi importanti per la nostra fede: il mese di maggio, consacrato alla Vergine; la memoria liturgica di San Giuseppe lavoratore; e poi la grande presenza di Gesù sommo ed eterno Sacerdote. Contemplare insieme queste tre Persone, crea nell’anima una grande gioia, perché la Vergine Santa è una creatura che il Padre da tutta l’eternità ha pensato e ha creato per Sé, è il capolavoro di Dio: dal grembo verginale di Maria trarrà l’umanità che sarà poi assunta dal Verbo per realizzare la Redenzione nostra al giungere della pienezza dei tempi.

Ci troviamo di fronte a tre capolavori divini: il capolavoro della Vergine Madre, il capolavoro del vergine Figlio, consegnati alla tutela e protezione del vergine Giuseppe. Oggi è pertanto la festa delle verginità consacrate a Dio: dell’umanità del Cristo, dell’umanità della Vergine, dell’umanità di Giuseppe, le più alte figure morali che siano apparse sulla terra.

Prima di accingermi a parlare del sacerdozio così come lo considerò Maria Bolognesi, desidero inquadrare le figure sacerdotali dalle quali nella diocesi di Adria-Rovigo lei venne aiutata. Il primo fu don Bassiano Paiato, il vecchio prete comportatosi con lei come un padre, e che fino al 1949 le dette un indirizzo preciso, una direzione perfetta; dopo il ’49, probabilmente abbagliato dagli immensi prodigi che Dio compiva nella vita della Bolognesi, e forse anche a causa dell’età (è morto ultranovantenne), deviò dall’indirizzo che lui stesso le aveva dato, motivo per cui il Vescovo di Rovigo, Mons. Mazzocco, lo sostituì con Mons. Rodolfo Barbieri, altra figura splendida di sacerdote, che ebbe per lei attenzioni quali solo un genitore può avere per una figlia.

Malatosi Mons. Barbieri, subentrerà Mons. Adelino Marega, figura di prete fulgida, ricco di tutto ciò che si poteva esigere da un sacerdote, ricco di cultura teologica, di cultura scientifica, di umanità, di sapienza nelle cose mistiche. A questo prete straordinario verrà consegnata la vita della Bolognesi. Sarà lui a diagnosticare con rigore e con severità la presenza di Dio, di Cristo, nel personaggio delle apparizioni mistiche. Per quasi un anno intero, dal settembre ’57 al 27 giugno ’58, impose alla Bolognesi di «cacciare via quel “personaggio”», e lei ubbidì sempre. E quel “personaggio” non soltanto non rimproverò la Bolognesi, ma le disse: “Tu fai bene a cacciarmi via, perché così ubbidisci al tuo direttore spirituale, però il tuo direttore sa che io sono Dio e faccio quello che voglio”. Il 27 giugno del ’58 Mons. Marega le dirà: “Adesso fai quello che ti dice”. Ma per tutti quei mesi, dal settembre ’57 al giugno ’58, egli mantenne un atteggiamento di severità, perché voleva essere sicuro che non fosse Satana o una immaginazione della mente di Maria a creare il «personaggio» delle cosiddette visioni mistiche.

Non posso omettere di nominare Padre Romualdo Soave, cappuccino, figura bellissima, che ebbe tratti meravigliosi con la Bolognesi, con la quale svolse colloqui incantevoli, possibili tra due anime stupende, immolatesi ambedue al Signore e a Lui consacrate in spirito di sacrificio e di riparazione a favore della Chiesa.

Ricordo l’ultima figura, Mons. Aldo Balduin. Mio fratello, quand’era Vescovo a Rovigo (ancora vivente Mons. Balduin), mi raccontò un episodio attinente a quest’ultimo e poi aggiunse: “Tra i miei sacerdoti Mons. Balduin è l’anima più santa”.

A queste anime sacerdotali, figure bellissime, Dio consegnò la Bolognesi. Notate: Dio affidò Gesù e Maria a Giuseppe, Dio consegnerà la Bolognesi a queste figure meravigliose, perché Egli i suoi doni non li spreca, sono perle preziose che custodisce severamente e le tutela contro il maligno. Questo ha fatto Dio anche con la Bolognesi.

Questa era la premessa. Adesso affronterò tre temi: 1) La Vergine e i Sacerdoti nel pensiero di Gesù; 2) Cristo sommo, unico ed eterno sacerdote; 3) Come aiutare i sacerdoti. I temi indicati saranno svolti seguendo le indicazioni di Maria Bolognesi.

Che cosa dice Gesù a Maria Bolognesi? Il 14 febbraio ’58 le rivolse queste parole: “Ti raccomando il santo Rosario, e prega, prega tanto per i sacerdoti, perché si facciano santi e il mio cuore non resiste più per le tante miserie ed ingratitudini, anche la Madre di tutti piange e non ci regge più il Cuore per tanti figli ingrati”.

Il Rosario è la preghiera qui raccomandata per impetrare il dono della santità sacerdotale. Un particolare importante: questa raccomandazione la ritroviamo tale e quale nel pensiero del Santo Padre, Giovanni Paolo II. Il 29 ottobre 2002 egli pubblicò la Lettera Apostolica «Rosarium Virginis Mariae» con le seguenti annotazioni:
«Ventiquattro anni fa, il 29 ottobre 1978, ad appena due settimane dall’elezione alla Sede di Pietro, quasi aprendo il mio animo, così mi esprimevo: “Il Rosario è la mia preghiera prediletta, preghiera meravigliosa, meravigliosa nella sua semplicità, si può dire che il Rosario è in certo modo un commento preghiera dell’ultimo capitolo della costituzione Lumen Gentium del Vaticano II, capitolo che tratta della mirabile presenza del Regno di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa; difatti, sullo sfondo delle parole Ave Maria passano davanti agli occhi dell’anima i principali episodi della vita di Gesù Cristo».

Così asserì il Papa a proposito del Rosario, e questa preghiera Gesù la raccomandò a Maria perché la elevi a Dio per riparare i peccati commessi dai sacerdoti e per la santificazione loro.

Quando scrissi la biografia documentata della vita della Bolognesi (opera tutt’oggi ancora inedita), alla fine compilai l’indice analitico. Le due voci più citate di tutta l’opera furono le voci “Sacerdoti” e “Rosario”. Dovetti con meraviglia constatare che erano più citate addirittura della città di Rovigo, della città di Adria, dei nomi dei genitori, dei fratelli, tanto ebbero importanza nella vita della Bolognesi queste due realtà soprannaturali. Notate che San Pio da Pietrelcina diceva 34 Rosari al giorno; e al padre Guardiano che gli faceva osservare: “Padre, ciò è impossibile, come fa lei a recitare 34 Rosari in un giorno se è sempre impegnato nell’ascoltare le confessioni?”. Lui rispose: “Tu credi che l’uomo abbia una sola dimensione? Ma l’uomo ha due dimensioni, io con una lavoro e con l’altra prego”. Tutto ciò è documentato, è cronaca.

Perché viene raccomandato a Maria di pregare per i sacerdoti? Il motivo lo troviamo scritto nel diario del 15 aprile 1960: «Quanto e quanto avrà sofferto la Madre di tutti per la passione e morte del suo figliolo Gesù! Quel cuore anche oggi è come quel giorno, perché i suoi figli sono trucidati dai vizi e dalle passioni carnali. Oh Gesù, oh Madonnina, ancora una goccia del vostro sangue basterebbe per mondare le nostre colpe, le nostre miserie”.

Ecco il motivo della preghiera per i sacerdoti, soprattutto della recita del Rosario; in essa è presente la Vergine Madre. C’è nella frase della Bolognesi un modo di dire che se non è ben capito, potrebbe ritenersi una eresia, ma se ben compreso, è perfettamente ortodosso. Notate: nelle visioni la Bolognesi dice spessissimo: “Gesù, basta una goccia del tuo sangue per riparare tutti i mali degli uomini, perché vuoi infliggere questi castighi?”. Tale osservazione risponde a verità: sarebbe certamente bastata una goccia del sangue di Cristo per ottenere la Redenzione, come d’altronde asserisce la stessa Liturgia. Tuttavia, nel testo citato lo stesso effetto è riferito anche ad una goccia del sangue della Madre di Gesù: «Oh Gesù, oh Madonnina, ancora una goccia del vostro sangue basterebbe per mondare le nostre colpe». Tutto ciò avvenne sulla cima del Calvario. Sotto la croce era presente la Madre del Salvatore: il secondo Adamo e la seconda Eva, infatti, costituiscono la seconda coppia che rigenera l’umanità. Pertanto la goccia di sangue della Vergine Madre può realizzare l’effetto salvifico enunziato dalla Bolognesi non in quanto «goccia staccata», ma in quanto goccia di sangue «unita» a quella del proprio Figlio. Ciò rientra nella volontà di Lui, che volle la Madre accanto a sé sotto la croce nell’identica offerta al Padre. Quindi, questa espressione della Bolognesi, se ben capita, è pienamente ortodossa.

Mi sono chiesto più volte: perché il dolore innocente? Si può capire che l’autore di gravi crimini debba soffrire per riparare il male compiuto; ma come si può giustificare il dolore di un bimbo? Come lo si può ammettere? Risposta: “La Vergine sotto la croce, non era forse innocente? Perché ha sofferto? Che male aveva fatto? Lei, senza colpa, preservata perfino dalla colpa d’origine, perché stava sotto la croce? Perché ha sofferto con suo figlio?

Ce lo spiega San Paolo: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

C’è una parte di sofferenza che è lasciata alla collaborazione dell’uomo, e questa è la parte che viene soprattutto riparata dal dolore innocente della Vergine Madre e da tutti gli innocenti che lungo la storia Dio chiama a questa immolazione, sull’esempio della Vergine sotto la croce.

Vi dicevo poc’anzi che c’è un solo sacerdote: Cristo. Infatti noi sacerdoti nella consacrazione diciamo: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. Diciamo altresì: “Io ti assolvo”. Ma non è la creatura umana che transustanzia il pane e il vino nel corpo e sangue, anima e divinità di Cristo; è Cristo che agisce attraverso la strumentalità sacerdotale. Il sacerdote è uno strumento che Lui ha scelto, e al quale attribuisce questo potere immenso.

C’è una profonda analogia fra la possessione demoniaca e la possessione divina. La possessione demoniaca è di due tipi, quella volontaria di chi si consacra a Satana e quella invece che Dio permette per sottoporre a prova le persone. E’ successo a Maria Bolognesi, che fu preda di Satana, indemoniata, dal 21 giugno 1940 fino alla fine di gennaio 1942.

La possessione demoniaca Dio la permette quando un’anima è chiamata ad altissime vette di santità, la purifica mediante tale possessione, non sempre, comunque, in questo modo, ma sempre la purifica perché non si insuperbisca, perché rimanga umile e possa constatare che da sé può fare soltanto il male. Dio permette queste prove tremende perché l’anima si radichi nell’umiltà.

C’è una possessione divina, vi dicevo, che è analoga alla possessione demoniaca, permessa anche per le anime sante. Dove sta l’analogia? Quando un’anima è posseduta da Satana per divina permissione, non per scelta, ciò che in lei avviene non è da attribuirsi alla intelligenza e alla volontà del posseduto, ma è un atto subito da Satana che esprime il suo odio verso Dio mediante la corporeità di quella persona.

Nella possessione divina (che avviene, notate, ogni giorno nel ministero della liturgia eucaristica e nel ministero della confessione) l’uomo, in questo caso il sacerdote, presta liberamente la sua intelligenza, la sua volontà all’azione di Gesù e attraverso le parole assolutorie del ministero della Riconciliazione o quelle consacratorie dell’Eucarestia, produce effetti che risalgono, per così dire, al cuore di Dio e si realizzano nella nostra umanità. Quindi, è Dio che agisce attraverso il sacerdote. Questo fa capire che cosa Egli richieda dal sacerdote, quale santità di vita esiga da lui. Che cosa succede quando una persona si accosta al sacramento della confessione per avere rimessa la colpa? Lo troviamo nelle parole della Bolognesi (siamo nel 1958, il periodo in cui Mons. Marega le diceva di cacciare via il “personaggio” della visione): “Ai piedi del confessore si riceve la pace e quella dolce tranquillità che solo Gesù ha potuto dare attraverso i suoi ministri, i sacerdoti”.

La confessione come sorgente di pace dell’anima. La Bolognesi dirà ancora che quando ci si va a confessare si acquisisce la tranquillità dello spirito: “Sono stata a confessarmi, quando faccio qualche meditazione, penso a come fanno tante anime che stanno anni ed anni senza il sacramento della confessione. Come è bella la confessione, si trova proprio quel sollievo soprannaturale che solo Gesù ha potuto dare per mezzo dei suoi ministri, i sacerdoti; quanti doni, quanti mezzi per poterci salvare (27-10-1957).

Lei parla per esperienza, non parla come uno che scrive un trattato sulla confessione. Scriverà ancora: “Nella confessione si trova proprio quel conforto spirituale che gli uomini, per quanto scienza abbiano, non possono dare, solo i ministri di Dio sono all’altezza: fortunati i sacerdoti santi!” (8-3-1959). Notate il particolare: “fortunati i sacerdoti santi!”, perché i sacerdoti santi sono lo strumento che lascia passare più limpidamente, più chiaramente la parola, l’azione divina.

Consideriamo ora la liturgia eucaristica. Parlo innanzitutto dell’effetto che le sacre specie creano nell’anima. La Bolognesi scrive: “A che vale la nostra vita se non per servire Gesù? Rifletto, se avessimo più fede, specie nella santa comunione, quanta felicità avremmo! Immagino di essere nel Gethsemani, nell’oscurità della notte, nel silenzio e nella solitudine, vicina vicina a Gesù, a Lui, proprio a Lui, dall’ostensorio ci guarda, è proprio Lui che prega per noi, è proprio Lui che non cessa di offrirsi per la nostra salvezza. Offrirò a Gesù, insieme alla preghiera, ogni mio dolore, ogni colpa ed amarezza; più volte al giorno il mio pensiero vola a Gesù, la preghiera è la forza dell’anima, voglio vivere nell’amore del prossimo e per servire solo Gesù” (25-28 giugno 1957).

Si rimane allibiti, perché ci si trova di fronte a una persona che ha fatto la prima elementare, e che dice una grande verità, una immensa verità: che in Dio non esiste, come fra gli uomini, passato, presente e futuro, in Dio tutto è eterno. Il Cristo che piange dal dolore, il Cristo flagellato, il Cristo che sale l’erta del Golgota, il Cristo che si spegne sulla croce, sono fatti eterni. Per questi fatti eterni, la Vergine Santa fu preservata dal contrarre la colpa d’origine, perché nell’eternità tutto già esisteva, prima ancora che accadesse nel tempo. Quindi, oggi Gesù continua ad immolarsi per l’umanità a noi contemporanea. E questo l’ha capito la Bolognesi.

Quale santità si richiede al sacerdote per celebrare simili misteri! Ne abbiamo come un riflesso nelle parole che il Signore rivolge alla Bolognesi: “Maria, tanti cristiani di nome, ma pochi sono fedeli, il mio cuore è spezzato, tanti secolari non si ravvedono, tanti e tanti sacerdoti mi offendono nel modo più crudo, gli altari sono ornati di bellissime tovaglie bianche, ma non sono bianche le anime che li circondano. Oh, se tanti sacerdoti non offendessero il mio cuore, e le loro mani fossero pure! Bisogna fare penitenza, penitenza” (22-5-1959). Quanto è vero questo! Gesù assicura la Bolognesi che i sacerdoti sono gemme preziose (3-10-1958), sono il sale della terra (19-11-1958), un sacerdote santo diventa una fucina di santi: un prete non va in paradiso da solo, un prete non va all’inferno da solo. Motivo per cui la santità sacerdotale è veramente il sale della terra, è la gemma preziosa che deve brillare nella notte del mondo.

Vi ho parlato dei sacerdoti che non si comportano bene, ma Gesù ha anche ammonito sui pericoli che i sacerdoti corrono, e si rimane un po’ meravigliati di questa attenzione amorosa di Lui che in un certo senso né alleggerisce perfino la responsabilità: “Tanti e tanti sono i peccati di tutta l’umanità, e poche sono le anime che cercano di riparare; Maria, Maria, prega, prega tanto, molto per il ministero sacerdotale, perché tanti sono i pericoli e molti sono in preda del male compiuto. Quanto grande il mio dolore! Questo è un lamento maggiore e qui verranno dei castighi se non si fa la penitenza” (8 gennaio 1960).

Gesù sottolinea i tanti pericoli cui va incontro un ministro di Cristo: perché lo fa? A parte la natura umana che è debole e fragile, il pericolo maggiore viene da Satana, che in questo mondo è presente anche se molti non ne sono convinti, è presente ei agisce. Gli orrori che troviamo sulla terra – pensate all’Iraq, alla Palestina, all’Afghanistan, alla Cecenia; pensate ai disastri che avvengono nell’Africa, in America, in Oceania, nelle Filippine – sono azioni di una tale malvagità che soltanto con la presenza di Satana possono talvolta spiegarsi. Satana fa di tutto per distruggere moralmente in parti colar modo colui che Cristo ha scelto come suo strumento, perché distruggendo lo strumento, distrugge, almeno in parte, l’azione divina nel mondo.

Mi accorgo di avere oltrepassato il tempo che posso ragionevolmente utilizzare in questa circostanza. Tralascio perciò la trattazione del terzo punto attinente alle modalità da osservare per essere di aiuto ai sacerdoti.

Chiudo con un esempio di straordinario amore al sacerdozio da parte di lei, un esempio che si allinea fra le tante prove della presenza divina nella vita della Bolognesi. Esso riguarda il Cardinale Mindszenty, di cui è parola nella visione mistica del 15 aprile 1949.

Il Primate ungherese, Joseph Mindszenty, verrà arrestato il 26 dicembre 1948; sarà processato e condannato all’ergastolo nel marzo del ’49. Il 15 aprile di quell’anno avviene il seguente colloquio fra Gesù e Maria Bolognesi: “Gesù, tu puoi farmi un regalo?”. “Maria cosa vuoi?”. “Gesù, tu puoi tutto, per bene delle anime hai dato tutto il tuo sangue, io così piccola e incapace, per il bene del buon Cardinale Mindszenty, ti dono tutto il mio corpo, perché tu lo abbia a flagellare come vuoi, usalo pure come un cencio, ma salva il Cardinale”. Il Signore risponde: “Maria, prega tanto”. Allora la Bolognesi insiste: “Tu, Gesù, non mi puoi negare questo, mi hai sempre detto che la vittoria è dei forti”. “Maria, sì, è vero, don Mindszenty ha la forza della fede cristiana, verrà la vittoria, ma c’è tempo ancora”.

Quanto tempo? 22 anni! Gesù disse alla Bolognesi, nel ’49, ciò che sarebbe accaduto nel 1971. Ben 22 anni separano la vittoria preannunciata dal Signore – ossia la liberazione del Cardinale -dal fatto della sua realizzazione. In effetti nel 1956 avverrà una breve e momentanea liberazione del Primate nei giorni della Rivoluzione ungherese; poi seguirà la prigionia volontaria nell’ambasciata americana, onde evitare di cadere in mano ai comunisti ungheresi. Soltanto nel 1971 il card. Joseph Mindszenty verrà liberato per l’intervento di Paolo VI. Egli potrà allora lasciare l’Ungheria e risiedere a Vienna. Alla Bolognesi Gesù predisse che sarebbe giunta la vittoria, ma, soggiunse nel 1949, che tale vittoria non era ancora vicina. Avverrà, infatti, 22 anni dopo!

Signore, ti ringraziamo, perché hai voluto mostrarci, nella Bolognesi, quanto sei buono, quanto sei vero, quanto esisti nella nostra vita.

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 30 Gennaio 2004

Chiesa Parrocchiale di S. Sebastiano, Bosaro (RO)

Due parole sulla prima lettura mi pare doveroso dirle, perché Gesù si vantava di essere della progenie del Santo Re Davide, un Santo così vicino a noi nella colpa. Infatti, il brano che abbiamo letto, narra di lui due colpe gravissime. Il salmo responsoriale che abbiamo poi recitato: “Pietà di me o Dio secondo la tua santa misericordia, nella Tua grande bontà cancella il mio peccato”, è l’inno che, dalla profondità dell’abisso del male, del fango che circonda la natura nostra peccatrice, si innalza a Dio per invocarne la pietà e la misericordia. Questo inno il Padre l’ha accolto e ha mandato suo Figlio, che assumendo la natura umana nel grembo di Maria, e spegnendosi sulla croce, lascia a noi quella sicurezza di perdono e di misericordia che il salmo responsoriale ha così evocato con sentimenti di grande umanità.

Veniamo al brano evangelico. Si parla del seme che viene sparso sulla terra, che cresce, matura, diventa spiga, porta frutto; si parla ancora del regno di Dio, che è piccolo come un granello di senape e poi diventa albero su cui gli uccelli vanno a posarsi e a riposare.

Ebbene, cos’è il seme che cade sulla terra? Cos’è il regno di Dio? Il regno di Dio è la persona di Gesù, è Gesù il regno di Dio, che noi nel battesimo accogliamo, siamo noi la terra che accoglie quel seme. Deve talmente fondersi la nostra vita con la Sua da poter poi affermare ciò che Paolo dirà più tardi: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”.

Questa espressione di Paolo traccia l’itinerario e lo sviluppo di quel seme divino che è la persona di Gesù, che viene donata a noi nell’atto battesimale e che dovrà poi svilupparsi in pienezza, facendo della nostra vita un tutt’uno con la Sua: non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me.

Desidero darvi un segno di come Maria Bolognesi ha sviluppato questa profonda unità con Gesù, leggendovi un piccolo brano di una lettera che un amico suo le scrisse il 2 dicembre 1967. Questo amico aveva conosciuto Maria e Zoe nel gennaio del ’61, e nel ’67 scrive queste parole:
“Spero di potere passare a Rovigo mercoledì o venerdì pomeriggio e potervi riabbracciare dopo tanto tempo. Mi sembra impossibile che possa passare tanto tempo senza potervi incontrare, ma il pensiero è spesso presso di voi, come un tempo. Sarei felice potessero tornare i tempi di una volta, sereni e pieni di entusiasmo, nei quali, per merito vostro, mi sembrava così spesso di avere Gesù a tenermi compagnia”.

Il Seme accolto nel battesimo, cresce, e Maria diventa un tutt’uno con Gesù al punto che se ne accorgono anche gli altri, tanto da poter dire: “Mi sembrava così spesso di avere Gesù a tenermi compagnia”.

Prima vorrei dimostrare la crescita, la maturazione avvenuta in Maria Bolognesi, e poi lo sviluppo.

La crescita che consente di diventare una sola cosa con Gesù, consiste nella morte a se stessi, sull’esempio di Cristo, perché la cosa più difficile nella vita spirituale è dire di no a se stessi, e più si dice di no a se stessi, più si amplifica la presenza di Gesù nel nostro cuore.

Ed ora, per vedere come questa presenza di Gesù si sia amplificata nel cuore di Maria e come lei sia morta a se stessa per dare spazio a Gesù, vi leggo un brano di una lettera che lei scrisse a suo padre naturale il 15 ottobre 1969 (non al padre adottivo, Giuseppe Bolognesi, ma al padre naturale, che era nativo di questa parrocchia, cioè di Bosaro):
“Quando ero piccola, a soli 7 – 8 anni (quindi siamo nel ‘31 – ‘32) mentre i miei fratelli dormivano, le mie guance spesso erano solcate di lacrime, perché sapevo che duri sacrifici mi attendevano. Non sapevo né scrivere, né leggere, tutti andavano a scuola, mi paragonavo a Cenerentola. Però ho sempre cercato di piangere quando ero sola, per non fare soffrire nessuno.

Quando fui giovanetta capii di più, vedevo che tutti sapevano disimpegnarsi in tutto, io sola ero incapace in ogni cosa, ero timida, e lavoravo tanto, riposandomi solo due ore di notte, e questo lo feci da 9 anni, fino al 1955. Prò il papà che mi ha dato il nome – Giuseppe Bolognesi – è sempre stato tanto buono con me, anzi direi che aveva più premure per me che per i fratelli. Certo, mi sono fatta benvolere, anche i miei fratelli mi hanno sempre tanto amata, sono stata la loro sorella delle confidenze, e continuano a ricorrere a me, sono buoni e bravi ragazzi”.

Vi ho letto questo brano perché descrive bene le sofferenze che lei ha patito: “le mie guance spesso erano solcate di lacrime, perché sapevo che duri sacrifici mi attendevano”. Ebbene, questi duri sacrifici li spiega in una seconda lettera che lei invia al padre naturale il 15 dicembre dello stesso anno, li specifica con parole bellissime, che tracciano la figura spirituale e cristiana di lei adolescente. “… però, papà, quando in cinque o sei signore si univano per farmi avere un vestito – pensate la povertà! – non mi sono mai sentita umiliata. Gli uccelletti Gesù li ha vestiti con le piume, i gigli del campo si nutrono con la bellezza del creato; anche per me Gesù ha sempre pensato, magari scarsamente perché non mi allontanassi da Lui. Per sette anni ho avuto un sol vestito, quello mi serviva per tutte le stagioni, ed anche alla notte. Eravamo in cinque fratelli in un letto. Quando i fratelli erano addormentati, mi stendevo sulle pietre per dare più posto a loro; li sentivo dormire e godevo per loro. Nello svegliarsi sapevo che avevano bisogno di sentirsi accarezzare e circondare di affetto. Era bello, papà, fare da mamma a sei fratellini, accudirli in tutto, non ero mai stanca! Guardavo i loro occhi e mi sembrava di vedere delle perle preziose, erano bei bambini e buoni, correvano sempre da me, in ogni loro necessità. Ho cercato di dare loro quello che io non ebbi mai, però avevo Gesù con me, anche se il cuore piangeva. Con chi parlavo, avevo sempre un sorriso, una parola, una carezza”.

Questo brano è un capolavoro di psicologia, ma è un inno alla morte a se stessa che lei ha dato come prova a Gesù del suo grande amore. Ebbene, qual era il segreto di questa capacità di soffrire? Lo dice lei “avevo Gesù con me”!

Ebbene, il segreto di questa sua capacità di soffrire lo troviamo nella preghiera e nella fede. Ve lo voglio dimostrare leggendo un altro brano di un documento che lei scrisse per la Pasqua del 1970, un brano i cui destinatari non sono specificati, penso che fossero i suoi familiari. Comunque, il brano è questo:
“Io spesso vado davanti al Tabernacolo, guardo Lui che è il Padre di tutti. Lui guarda me. A Lui parlo di tutti, Lui mi ascolta. Mi attende per farGli queste suppliche, poi svolgo la mia giornata, Lui mi sostiene, mi dà forza e coraggio per andare avanti ogni giorno, giorno per giorno. Papà, fratelli carissimi, tutti abbiamo bisogno delle grazie di Dio. Per un pezzo di pane, se lo mangiamo, dobbiamo sempre ringraziare la Divina Provvidenza, che è sempre buona con noi. Attraverso la grande Sua misericordia, da soli sembra impossibile, neppure una sedia si può spostare. Questa non è grazia?”.

Qui si vede come lei per il suo tipo di preghiera avesse un rapporto speciale con Gesù: “Io spesso vado a trovare il Tabernacolo, guardo Lui e Lui guarda me, Gli parlo di tutti, Lui mi ascolta, mi attende per fargli queste suppliche”. In queste parole c’è un trattato sulla preghiera, e questo tipo di preghiera – “io guardo Lui e Lui guarda me” – nei trattati di Ascetica si chiama preghiera di semplicità, che è una delle forme più alte di preghiera. Come quel contadino che stava immobile per ore a guardare il Tabernacolo, e il Curato d’Ars gli chiese: “Perché fai così? Cosa dici? Come preghi?”; e lui rispose al santo curato: “Io Lo guardo, e Lui mi guarda”.

La nostra Maria Bolognesi non ebbe soltanto questo di particolare, ossia la sua vita di fede che la spingeva a guardare Gesù ed essere da Gesù guardata, ma seppe anche confrontare la sua vita con quella degli altri, perché, osservando la vita loro, aveva capito che se non c’è la fede, la vita è triste. Infatti, il primo novembre 1967 scrisse a una famiglia di cui era molto amica, che abitava in Toscana e che aveva dei problemi con i contadini comportatisi male nei confronti loro. Per confortarli, scrive: “Uno senza fede, sapete, è brutto come un debito, o meglio, come un réclame delle paure”. Stupenda definizione dell’uomo ateo, perché la sua vita non ha senso, il fluire del tempo si staglia in lui contro il vuoto della fede, il vuoto, il buio della nullità, una nullità che si proietta sulla sua esistenza e rende nullo e senza ragione tutto quello che fa: “E’ brutto come un debito”!

Ebbene, se questo è il rapporto di lei con Gesù, il modo con cui lei è cresciuta nella fede, tuttavia lei non è cresciuta soltanto nei confronti del Signore, è cresciuta anche nell’amore del prossimo. Vorrei dimostrarvi questo suo amore del prossimo, questo svilupparsi in lei della presenza del Signore, che diventa una presenza confortatrice non solo per la Bolognesi, ma anche per gli altri, i famosi uccelletti che si appoggiano sul seme di senape cresciuto e diventato albero.

Voglio leggervi ciò che una signora depose al processo. “Il primo incontro avvenne con Maria Bolognesi nel 1959, allorché, essendo io malata per anemia, attraverso una amica conobbi la Serva di Dio. Da quel momento nacque un rapporto di fiducia nei confronti di Maria, per cui, ogni volta che avevo un problema e che vivevo qualche difficoltà, fisica o spirituale, mi rivolgevo alla Serva di Dio, che sempre mi dava buoni consigli, e da quegli incontri uscivo sempre rasserenata, confortata e incoraggiata. Io non ho mai ricevuto da lei beni materiali, ma ho sempre avuto grande conforto dalle sue parole”.

Adesso vi leggo anche ciò che disse una teste che aveva avuto da Maria un aiuto materiale.

“Ho conosciuto la Serva di Dio negli anni ’70; mio marito aveva lasciato la famiglia nel 1969, ed essendo alcolizzato, cominciò a vagare per l’Italia e per il mondo. Io mi sono ritrovata da sola. Mi guadagnavo il pane facendo la domestica in varie famiglie a Rovigo, ma le necessità erano tante. Chiesi aiuto all’allora parroco del Duomo – la mia parrocchia – Mons. Rodolfo Martinelli, il quale, oltre che aiutarmi lui, mi disse che c’era una signorina che doveva farsi suora e che era anche vestita da suora, ma che poteva aiutarmi. Io gli dissi di mandarmela, e da quel periodo venne a trovarmi spesso, anche due volte la settimana. Quando veniva, mi portava da mangiare, da vestire, e qualche volta mi dava anche dei soldi. Mi diceva poi di avere tanta pazienza e di offrire le mie sofferenze al Signore. Desidero la canonizzazione di Maria in quanto è stata una persona che ha fatto tanto del bene, e io personalmente ho avuto esperienza di questa sua carità”.

Quindi, non soltanto ha avuto un rapporto d’amore con il Signore, ha avuto anche un animo sensibilissimo con il suo prossimo bisognoso, indigente.

Vorrei ora, nello svilupparsi della presenza del Signore in Maria Bolognesi, dirvi il segreto della riuscita di lei come cristiana. Vi dicevo prima il suo modo di pregare, ma il suo modo di pregare non era soltanto circoscritto alla preghiera, il suo modo di pregare rifletteva quello che lei viveva ogni giorno. Infatti, scrisse, il 2 febbraio 1969, a una persona in difficoltà: “Gesù dove lo metti? Io guardo sempre Lui, anche nei momenti più duri, e credi che Lui mi aiuta sempre”. Questo è molto importante.

Voglio finire leggendovi un altro brano sull’umanità di Cristo, per illustrare quale rapporto ci fosse fra Maria Bolognesi e l’umanità del Signore. Non per niente oggi ho scelto la messa del Preziosissimo Sangue. La seguente è una lettera che lei il 25 febbraio del ’69 scrive agli amici della Toscana:
“Devi sapere che Gesù, come uomo ha patito quando era nella terra e continua a patire spiritualmente per i nostri peccati. Per un mondo tanto cattivo è un continuo patire. Per noi è difficile capire fino in fondo. Ne ho di quelle ingrossate io, che non sono capace di drizzarmi un po.

Questa è la visione che lei aveva del Signore: Gesù che soffre per i nostri peccati, e che per noi continua a patire.

So benissimo che Dio, Uno e Trino, non soffre. A soffrire fu l’umanità che il Verbo assunse, quell’umanità che si spense sulla croce. Ma c’è una verità profonda che lei asserisce e che è difficile a capirsi, ed è la verità di Gesù che soffre per noi.

Noi, nella Santa Messa, quando consacriamo, diciamo sempre che facciamo memoria di Lui, perché l’Eucarestia è il Suo Corpo e il Suo Sangue dato a noi in remissione dei peccati. Gesù, ogni volta che celebriamo la Santa Messa, compie quello che un grande teologo tedesco del secolo XIX, definiva: “Incarnazione cultuale”, una frase molto discussa e che non tutti i teologi accettano. Comunque, egli voleva dire che Gesù, nella Santa Eucaristia è presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; è presente come quando lo fu duemila anni fa; è presente per noi sulla croce, rinnova questa morte, ci lava con il suo sangue.

Quindi ha capito bene la Bolognesi, dicendo che Gesù continua a patire per noi, e lei si sentiva vittima con Lui ed offriva a Lui le sue sofferenze per i bisogni di tutta l’umanità, quei bisogni che lei nel documento-lettera della Pasqua (di cui non vi lessi la parte concernente questo tema) elenca, nominando le persone che soffrono sulla terra, e per le quali Gesù patisce e si immola, e lei insieme con Lui.

Potessimo anche noi avere questa sensibilità cristiana, questa capacità di unirci a Gesù, perché la sua presenza in noi si sviluppi come si sviluppò nel cuore di lei, innamorata di Gesù!

padre Tito M. Sartori

Omelia di padre Tito M. Sartori – 25 aprile 2003

Santuario Madonna del Pilastrello, Lendinara (RO)

Non so se vi siate mai posto il problema del perché, Gesù, dopo la resurrezione, non fu riconosciuto immediatamente dalla Maddalena e dai discepoli di Emmaus.

Per esempio, oggi, nel Vangelo che abbiamo letto, non fu riconosciuto subito, ma in un momento successivo, facendo egli dei gesti di indubitabile significazione per coloro che assieme a lui erano vissuti ben tre anni.

C’è un particolare nel raccolto della resurrezione di Cristo e nel raccolto di Erno, un particolare che collega il riconoscimento del Cristo sul Lago di Tiberiade con il Cristo creduto dopo la resurrezione alla presenza del sepolcro vuoto: il primo degli apostoli a credere fu colui che più l’aveva amato, di cui lo stesso Evangelista Giovanni disse “il discepolo che egli amava”: Giovanni.

Sono andati di corsa, Pietro e Giovanni, al sepolcro. Il discepolo Giovanni arriva per primo ma non entra, entra Pietro, poi entra lui, il discepolo che Gesù amava, e dice nel suo evangelo: “vide e credette”.

Fu il primo a credere, il discepolo che Gesù amava. Perché credette? Perché vide le bende con le quali è stata fasciata la salma del Cristo, vide queste bende non aperte ma afflosciate, e non si poteva togliere il corpo, rubarlo, lasciando le bende afflosciate.

Per togliere la salma e portarla altrove bisognava, eventualmente, o portare via tutto, o sfasciare la salma, aprire le bende e portare via il corpo.

Invece, le bende erano afflosciate, ma il corpo non c’era. Vide e credette!

Il primo che oggi riconosce Gesù è Giovanni, il discepolo che egli amava.

Per conoscere il Signore, bisogna amarlo. Chi non ama Gesù, non lo potrà mai conoscere, perché Gesù è Dio, e Dio è Amore. Solo chi ama Dio può conoscere Dio, e riconoscerlo.

E su questa falsa riga introduco il discorso di Maria Bolognesi.

Per tanti anni, come sapete, mi sono rifiutato di presiedere le Messe celebrate in suo suffragio, perché ricevetti delle osservazioni, indirettamente, sul modo con il quale presentavo la Bolognesi.

Ma io quel modo non lo abbandono, perché la verità è una e non può essere che una, ed allora, se la verità è una, sento il dovere di manifestarla.

La cosa che più impressiona nella vita della Bolognesi sono le due dimensioni sulle quali ella tracciò la sua esistenza.

La vita della Bolognesi può essere divisa in tre parti, la prima parte comincia dalla nascita e si arresta al 2 aprile 1942, è la fase della preparazione e dei segni divini di predilezione.

Poi c’è la fase dal 2 aprile ’42 al 10 luglio 1967, in questa lunga fase che comprende il momento più grande e più complesso e più significativo della vita di lei, in questa seconda fase avviene l’incredibile, che lei annota puntualmente nel diario (dirò dopo cos’è questo incredibile).

Poi c’è la terza fase, la fase della maturazione, dove lei non scrive più il diario, non sapremo più che cosa accade, gli avvenimenti che si susseguano in virtù della conoscenza del periodo precedente possono essere capiti ed interpretati, ma non c’è certezza assoluta.

Queste tre fasi, come vengono viste? Nella prima fase il Signore manifesta chiaramente il disegno che ha su di lei, lo manifesta chiaramente attraverso il contrario di ciò che pensa la mente umana.

Ed è il periodo in cui lei è di una estrema povertà, al punto che, il giorno della Prima Comunione, torna a casa e si reca dal nonno Luigi era nell’orto, era felice, dal suo volto traspariva una gioia immensa (aveva ricevuto Gesù, aveva Gesù nell’anima), nonno Luigi era un santo che ritroveremo in paradiso quando moriremo, ai cui funerali, dietro quella bara portata al sepolcro c’era suo figlio e pochissime persone (i familiari), un ignoto sconosciuto alla gente perché povero, miserabile nella sua povertà, ma ricco di Dio.

Nonno Luigi, quando la vede arrivare stravolta dalla gioia, la guarda e le dice: “Maria, in questo bel giorno, per te grande giorno, non hai neanche un piatto di minestra, non c’è un piatto di minestra per nessuno oggi”. E lei risponde: “Nonno, ho Gesù! io sono felice lo stesso!”.

Pochi giorni dopo verrà cresimata, e alla mattina della cresima le aveva proposto di comprare le paste, e lei risponde: “No, guarda, non comprarmi le paste, compra un pugnetto di riso che possiamo mangiare tutti a casa”. E la madrina comprerà il riso ed anche le paste.

Questa era la creatura, nata illegittima, che Dio aveva scelto, questa bimba che nella estrema povertà di una miseria dove si viveva talvolta tre giorni senza mangiare, avendo solo acqua perché non c’era altro e non si accendeva il fuoco, questa bimba che a scuola non riusciva a superare la prima elementare se non dopo tre anni di frequenza, perché non aveva né quaderni, né libri, nulla, neanche le penne, questa bambina aveva imparato dalla nonna materna Cesira e poi dal nonno paterno Luigi (di paternità adottiva), aveva imparato a parlare a Gesù.

Prima di andare a scuola andava in chiesa a Crespino e parlava a Gesù; quando usciva da scuola andava in chiesa e parlava a Gesù.

Ed è il sacrestano a dirle: “Maria, vai a casa che devo chiudere la chiesa!”.

Con questa premessa, voi capite come il Signore, quando la notte tra l’1 e il 2 aprile del ’42 le apparve la prima volta, le dice: “Ho posato gli occhi su di te perché sei nulla”.

Lei a 9 anni aveva promesso a Gesù che sarebbe stata sempre sua, soltanto sua, che Lui sarebbe stato il suo unico amore, e dai 9 ai 12 anni respinse tre giovani che tentavano alla sua virtù, dicendo che lei non voleva nessuno, lei era già sposata, aveva già scelto il suo amore.

E nel ’42, quando lei aveva 18 anni, Gesù nella prima apparizione le dirà: “Ho posato gli occhi su di te, ho posato gli occhi su di te proprio perché sei nulla”.

Ha guardato l’umiltà della sua serva, d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

La grande virtù che costituisce fondamento della santità della Bolognesi si chiama umiltà.

E dirò un’altra cosa che mi ha colpito nello studio della sua vita, che il giorno della prima comunione lei disse una cosa al Signore incredibile per chiunque, chiunque può capire questo perché una bimba di anni non può nel primo giorno in cui riceve Gesù nell’anima dire a Gesù: “Gesù dammi la grazia di perdonare ai nemici”, a questa età! Chi può arrivare a tanto? E lei tutta la vita ha perdonato tutti i nemici.

Il primo e il più grande nemico che ha avuto è don Sante Magro, il curato di San Cassiano.

Ci sono pagine che fanno rabbrividire, nel diario della Bolognesi, sugli interrogatori di don Sante Magro.

E Gesù le dice un giorno: “Maria, tu vuoi bene a don Sante?”, “Certo!”, “Ma gli vuoi proprio bene?”, “Gesù, quello che mi ha fatto, come fossero state carezze!”.

Come fossero state carezze? L’ha insultata, calunniata, accusata di cose ignominiose in chiesa, alla Messa festiva: come avesse fatto carezze!
E quando lui, nel luglio del ’55, verrà ricoverato all’ospedale di Rovigo e diranno alla Bolognesi: “Maria guarda che don Sante è ricoverato e non sta bene”, lei prima si informò se poteva accedere al suo capezzale, nel timore di essere respinta, viene a sapere che invece non era così ed allora lei và.

E don Sante, appena la vede, forse preso dal pentimento, le dice: “Maria, ho piacere che sei venuta a trovarmi; Maria, sono alla fine sai? Sono proprio alla fine!”, e lei l’ha consolato rammentandogli quando lui andava dai malati a San Cassiano a confortarli, lo conforta, e lui dice “Maria, vieni ancora a trovarmi”, e lei andrà sempre a trovarlo nel poco tempo che ha avuto ancora, perché il giorno che egli morirà lei dovette accompagnare la signora Wanda Guerrato a Bologna e incrocerà la salma di don Sante che andava per i funerali a San Cassiano, lo incrocia a Rovigo mentre lei sull’auto andava a Bologna per l’operazione della Guerrato, che poi si concluderà con la morte della signora Wanda.

Ma interessante è questo aspetto luminoso da tutte e due le parti, da don Sante il nemico acerrimo che diventa dolcissimo come un agnellino, e lei con il cuore immenso che lo ama come aveva promesso a Gesù, come avesse fatto carezze.

Poi c’è una seconda fase della via della Bolognesi, questa seconda fase che è lunghissima, dal ’42 al ’67, una fase complessa che ha dei momenti un po’ sconvolgenti, chiunque legga il diario rimane sconvolto, perché ci sono delle prove della divinità in quel diario che lasciano sbalorditi.

Voi sapete che Satana non può predire il futuro lontano; Satana, essendo di intelligenza acutissima (è puro spirito), può predire il futuro immediato attraverso il collegamento delle cause seconde (come diciamo noi con il linguaggio scolastico), e può predire ciò che capiterà fra pochi giorni o fra un mese, quando si va oltre e ci si spinge da dove il futuro è legato al gioco delle libertà umane, allora Satana lì non può arrivare.

Per esempio un fatto clamoroso che dimostra la divinità del personaggio che si presenta alla Bolognesi (ma non è l’unico, ce ne sono parecchi del diario, ne cito uno perché da voi è stato anche conosciuto e poi è anche un fatto impressionante e provato), quando Lui, il 12 febbraio 1944 detta le date di ciò che sarebbe accaduto il 22, il 23, il 25, il 26 aprile 1945 a Crespino, e glielo farà scrivere.

E c’è ancora quel biglietto scritto in inchiostro rosso, conservato al Centro Bolognesi, conservato intatto, sporcato di sangue perché poi avrà lo stigma al costato, sporco di sangue ma c’è ancora! Ed è leggibile! “Il primo maggio ’45 tu leggerai le date che ti ho dettato perché il 9 maggio finirà la guerra, però il Giappone ancora resisterà per un po’“, è avvenuto tutto, da cima a fondo, le date scritte il 12 febbraio 1944, sulla fine di aprile, primo maggio 1945, tutto quello che è stato scritto si verificherà, compresa la bomba sulla chiesa di Crespino.

Ed una delle cose che oggi pensavo mentre entravo chiesa è che il 25 aprile di 58 anni fa ci fu il passaggio del fronte a Crespino, bombardamenti spaventosi, la gente sfollata della campagna, suoi amici o conoscenti, gente che si mette attorno alla Bolognesi che recita il Rosario, e tra una decina e l’altra, queste persone, sentendo gli scoppi delle bombe, invocano Dio dicendo “la mia roba, i miei ori!” e Maria a dire “No! state attenti, dite il Rosario!”.

Tutto si è verificato, il primo maggio ’45 lei leggerà questo foglietto davanti ai Piva e al padre spirituale che è don Bassiano Paiato, leggerà questo biglietto scritto il 12 febbraio ’44.

E c’era un particolare: Il Giappone resisterà ancora un poco”, e resisterà esattamente fino alla scoppio della seconda bomba atomica, nell’agosto del ’45. Questa è la prova della divinità.

Questo nessuno poteva saperlo, soltanto Dio, perché questo gioco delle libertà lo conosce soltanto Dio, Satana non lo può conoscere.

Quindi abbiamo la prova del Dio presente nelle apparizioni della Bolognesi. Prova fisica, documentaria.

Cosa succede dal 2 aprile del ’42 al luglio ’67? Succede una cosa stranissima. Che Gesù l’accompagna, e il suo accompagnamento varia a seconda del tipo di direttore spirituale che lei ha.

Quando il tipo di direttore spirituale era don Bassiano Paiato, 74enne, per altro una buonissima persona, Gesù in un primo tempo lascia fare a don Bassiano finché questi si comporta bene, ma quando comincia in qualche modo a derogare dalle linee di fondo della segretezza, del riserbo, del nascondimento, allora interviene Lui e le dice cosa deve fare.

Poi subentra Monsignor Rodolfo Barbieri, che era un vero papà, che le ha voluto veramente bene, santamente bene; per lui lei avrà sempre una grande devozione e una grande ammirazione, lei lo seguirà passo passo, le starà sempre molto vicino, e Gesù è sempre presente ma è come in lontananza.

Poi subentra Monsignor Marega, dal ’56 fino al ’64, che la dirige, il quale vuole la prova che il personaggio che appare sia Gesù e le dice: “Maria, a quel personaggio che ti appare, tu devi dire che se ne vada, che ti lasci in pace e che non ti faccia soffrire”.

Ed allora la prima volta che Lui le appare dopo questa indicazione, Maria non saluta Gesù, non lo guarda, e Gesù le dice: “Maria, perché non mi saluti? Perché non mi guardi? Cosa c’è?”, “Il padre spirituale mi ha detto che devi andare via, che devo mandarti via, che devi andare da altre persone, di lasciarmi in pace e di non darmi sofferenze”.

E lui: “Tu, Maria, devi obbedire al tuo direttore di spirito, lui sa che io sono Dio e faccio quello che voglio, però tu devi obbedire al tuo direttore spirituale”.

E infatti continuerà a farla soffrire, e questa vicenda va da circa ottobre del ’57 fino al giugno del ’58.

Perché fino al giugno? Perché Monsignor Marega si convince, attraverso la prova dell’umiltà e dell’obbedienza della Bolognesi, che era Gesù.

Se non fosse stato Gesù ma Satana, questi l’avrebbe spinta a ribellassi all’ordine del direttore spirituale, e invece questo personaggio le diceva sempre “Tu devi obbedire al tuo direttore spirituale, sa che io sono Dio e faccio quello che voglio, ma tu devi obbedire”, e lei ha obbedito e per tanti mesi continuava a dirgli vattene, lasciami stare, non darmi queste sofferenze.

Poi, invece, alla fine di giugno, Monsignor Marega, richiesto, le dice: “No, Maria, fai quello che ti dice”. Si era convinto che era il Signore, ed allora lei lo farà.

E’ l’obbedienza assoluta! Notate, quando fra quello che diceva il Signore e quello che diceva Monsignor Marega non c’era identità di vedute, lei ha sempre detto a Gesù che lei stava con quello che diceva Monsignor Marega, vale a dire lei aveva capito che fra il Gesù invisibile che le appariva e il Gesù visibile nascosto nella persona di Monsignor Marega, doveva dare la prevalenza al Gesù nascosto in Monsignor Marega perché lui rappresentava la Chiesa, e quello che diceva lui era la Chiesa che lo diceva, e se lo diceva la Chiesa doveva andare bene anche a Gesù.

Questo è il criterio, pienamente ortodosso, la vita di Maria Bolognesi si è sempre sviluppata secondo questo parametro.

Poi Monsignor Marega muore e subentra Monsignor Balduin, che era una santa persona. Mio fratello, Monsignor Sartori, Vescovo di Rovigo, mi disse, dopo che era morto Monsignor Balduin, che questi era il prete più santo che lui aveva in Diocesi.

Perché vi dico questo cose? Perché il Signore è presente nella nostra vita in un modo reale anche se invisibile, così è stato presente nella vita della Bolognesi in modo reale e invisibile.

La vita della Bolognesi è come un romanzo nel quale il principale protagonista agisce, ma sono due i protagonisti, il protagonista visibile che nel caso si chiama Maria Bolognesi, ma c’è un protagonista invisibile che non appare mai però tira le fila del discorso e conduce le cose dove egli vuole, e si chiama Gesù.

Ecco la meraviglia della vita di Maria Bolognesi, una vita a doppia dimensione, una vita che si vede tutti i giorni che puntualizzata nelle cose che tutti noi facciamo, con le difficoltà che ci sono sul piano delle persone, sul piano dei problemi concreti, anche per esempio la costruzione di una casa, c’è sempre una questione concreta sulla quale la sua vita si va evolvendo e si va snocciolando ma c’è sempre un attore invisibile che conduce le cose con la sapienza eterna del Divino Amore.

Questo è il spettacolo della vita della Bolognesi. E su questo chiudo, perché il tempo passa e, se io dovessi guardare il mio cuore, parlerei un giorno.

padre Tito M. Sartori