Zoe Mantovani

Pellestrina, 7 agosto 1989

Eravamo nell’anno 1949. Nel mese di novembre di quello stesso anno, nella Chiesa di San Domenico in Rovigo, incontrai la signora Gottardo Giulia. Essa conosceva da diverso tempo Maria Bolognesi e, in quella circostanza, mi parlò delle necessità della giovane. Mi disse che Maria, in quel freddo inverno, non aveva mantello né sciarpa con cui coprirsi quando usciva di casa. Mi disse della sua intenzione di far fare per la giovane una sciarpa di lana, chiedendomi anche se potevo dare il mio contributo per l’acquisto di una matassa di lana nera. La signora Gottardo continuò a parlarmi di Maria dicendomi che era una ragazza malata, che non aveva alcunché, era – in breve – bisognosa di tutto. Acconsentii subito, pronta ad offrire non una matassa di lana ma tutta la sciarpa, che fu confezionata nello spazio di una settimana. Consegnai alla signora il dono perché lo portasse a Maria, ma ella insistette perché fossi io stessa a portarlo alla giovane. Non accettai e mi spiegherò: in quel periodo Maria si trovava presso la famiglia Guerrato, persone che non conoscevo; non mi sentivo quindi di entrare in quella casa e, inoltre, desideravo che il mio gesto passasse inosservato.

La signora Guerrato, di nome Wanda, parlò invece di me a Maria ed ella espresse il desiderio di conoscermi. Il nostro primo incontro avvenne, in casa Guerrato, nel gennaio del 1950. Ricordo ancora molto bene tutta la situazione. Maria avrebbe desiderato molto restare a parlare con me, ma non fu possibile e scambiammo solo poche parole poiché la signora Wanda condusse tutte le argomentazioni. Ella mi parlò di Maria, specie delle sue manifestazioni, e mi invitò a ritornare ancora in casa sua. Seppi anche che Maria era molto ammalata: in quel periodo stava curandosi gli occhi. La ricordo infatti pallida e magra. Indossava il suo vestito nero senza colletto bianco, la signora Wanda glielo aveva proibito in quanto il colletto bianco avrebbe dato un tono di lusso alla sua persona. Capii che Maria ne soffriva, ma che accettava ogni cosa in silenzio, lei, sempre umile e ubbidiente. Diversi mesi trascorsero prima che potessi incontrare ancora Maria, molto impegnata con i suoi viaggi a Padova per farsi curare la fastidiosa, dolorosissima malattia agli occhi, che colpiva un fisico già molto sofferente e provato.

Durante quei mesi (lo seppi solo dopo) Maria avrebbe voluto parlarmi, magari al telefono, ma aveva perduto il numero telefonico; da parte mia, pur sentendo il bisogno di rivedere Maria, non volli disturbare la famiglia in cui ella era stata accolta.

Arrivò il mese di maggio. Una mattina, improvvisamente, me la vidi davanti ad un negozio di mercerie. Fu una vera gioia, per ambedue, il rivedersi, incredule e incapaci di comprendere il perché di un così lungo silenzio. Ricordo molto bene ciò che Maria disse alla fine: “Adesso che ti ho incontrata, non ti perderò di nuovo”. Da maggio in poi Maria cercava di telefonarmi oppure ci si incontrava in Chiesa di San Domenico o in Duomo.

Con le sue doti eccezionali di bontà e di generosità, Maria ispirava fiducia e sicurezza. Era sempre circondata da tante persone bisognose della sua parola di conforto, persone che ella sapeva illuminare e consigliare, eppure avvertivo che voleva tenermi vicina, che desiderava avere un dialogo con me. Più volte infatti, in quel tempo e poi in seguito, ancora Maria ripete e ha ripetuto: “Stammi vicina”.

In casa Guerrato, nella quale Maria era un tuttofare, io non desideravo entrare, era un sacrificio per me; però, per accontentare Maria, vi andavo due volte la settimana, prima del fioretto. La signora Guerrato non ci dava mai la possibilità di stare sole a conversare e, di conseguenza, furono incontri poco incisivi per comprendere la grandezza dell’anima di Maria e la sua spiritualità. Avevo comunque già capito che Maria riusciva a vivere i due Comandamenti della Carità in modo meraviglioso, anche se spesso era indebolita dalle continue malattie.

Eccola pronta, appena poteva, ad andare fuori città a trovare poveri e ammalati. Durante queste uscite Maria avrebbe voluto avermi accanto, che le facessi compagnia; però, con tanto rammarico, frequentemente ero costretta a dirle di no per motivi di scuola. Ricordo, comunque, di averla accompagnata nel suo viaggio verso la laguna veneta, quando Maria si recò all’ospedale Stella Maria degli Alberoni per trovare il fratello Marino, da tempo ricoverato perché bisognoso di cure. Maria era felice nell’avermi vicina, tanto felice che la sentii ripetere più volte: “Oh, se potessi stare con te! Sarebbe un dono troppo grande…” E intanto confidava nell’aiuto di Gesù per la salute del fratello.

Maria era raggiante nella sua felicità: dopo un anno circa di cure il fratellino, di 8 anni, aveva dato segni evidenti di un miglioramento progressivo. Maria si sentiva fiduciosa e tranquilla per la salute del piccolo, al quale portammo dolci e frutta. Durante il viaggio di ritorno in città, a Rovigo, avvenuto nel tardo pomeriggio, Maria mi parlò a lungo: si soffermò sugli anni della sua infanzia e fanciullezza, anni duri, gli anni della povertà e della miseria, della fame; mi parlò delle sue fatiche quotidiane, delle sue molte sofferenze, tra le quali, la più grande, per lei, la incomprensione di tutti. Maria si aprì con me senza alcuna paura, sapeva di poter contare sul mio silenzio. In quella occasione mi raccomandò di essere discreta e riservata con la signora Wanda perché – diceva Maria – la signora era molto gelosa. Ricordo infatti che la signora Wanda, quando mi recavo a trovare Maria nella sua casa, permetteva che mi intrattenessi solo per poco con Maria, la quale doveva quasi subito ritirarsi per stirare, rammendare… Rimanevo pertanto sola con la signora, che mi parlava di tante altre cose, mentre io avrei desiderato andarmene. Le notizie che la signora Wanda mi raccontava, concernenti i fatti straordinari legati alla vita spirituale di Maria, turbavano la mia sensibilità perché le cose di Dio sono tanto alte che gli uomini le storpiano; inoltre, conoscendo la segretezza che aveva Maria, soffrivo ancora di più, pur non avendo ancora alcuna confidenza.

Le mie visite erano pertanto brevi, così che non potevo conoscere le tante necessità di Maria e non solo le sue, ma anche quelle dei suoi poveri, per i quali si prodigava in modo meraviglioso.

L’assistenza ai poveri, tra i quali non mancavano anche i fratelli, era quotidiana e si esprimeva concretamente nelle azioni caritatevoli e sempre improntate al rispetto altrui per non umiliare il bisognoso; ripeto, si esprimeva nelle parole di conforto e infine nelle preghiere e nell’offerta quotidiana delle sue sofferenze a Gesù, al quale faceva ricorso per ottenere tante grazie spirituali e anche materiali.

A proposito dei fratelli di Maria, costoro vivevano a San Cassiano, in sole due stanze ove mancava tutto. Solo più tardi Maria avrebbe capito che era doveroso distribuire quanto la Provvidenza le portava anche tra i suoi. Più volte ricordai a Maria il 2° Comandamento della Carità, sottolineando la parola “prossimo”. Infatti, le dicevo che il “prossimo” primo, il più stretto, è rappresentato dai nostri familiari.

Si arriva al 13 Giugno. La signora Wanda fu operata con urgenza di appendicite. Ricevetti una telefonata da Maria. Per 12 giorni, tanto durò la degenza della signora in ospedale, aiutai Maria, mi alternai con lei nell’assistenza all’ammalata e nei lavori di casa. Maria, molto riconoscente, non sapeva cosa fare. Dopo il rientro della signora, mi fu più facile entrare in quella famiglia e con più frequenza di prima; vedevo Maria più serena, più distesa.

La serenità di Maria non durò a lungo.

Il 1° Luglio io sarei dovuta partire per il mare, però Maria mi faceva capire di aver bisogno di me. Maria era preoccupata, intuiva che la signora Wanda, ancora convalescente, non poteva, ne doveva, sottoporsi all’estrazione delle tonsille. Maria si prodigò a lungo per far comprendere alla signora, irremovibile nella sua decisione, che per guarire c’era anche un’altra strada, più sicura anche se più dolorosa e fastidiosa. Lo specialista di Bologna, infatti, aveva parlato anche di questa alternativa: essiccare le tonsille. Maria soffriva nel vedere la risolutezza della signora che, il 15 Luglio, assieme al marito e al figlio Luciano, partì per Bologna. Quello stesso giorno la signora entrò in una casa di cura per essere operata dal Professor Malfatti. Maria pregò a lungo la signora Wanda di non partire, di spostare quella data, tanto più che il 15 Luglio Maria avrebbe dovuto partecipare al funerale di Don Sante Magro. Tempo addietro, durante una visita a questo sacerdote ammalato e ricoverato in ospedale per circa un mese, Maria era stata richiesta di non mancare ai suoi funerali. Il desiderio di Don Sante, che aveva chiesto scusa alla giovane per le dolorose vicissitudini di un passato ben noto, era stato sentito da Maria come ordine. Rispettosa della parola data, Maria si prodigò in lungo e in largo per far recedere la signora, ma tutto fu inutile. Maria pianse e pregò in silenzio: sapeva, per dono dell’Altissimo che la preparava per tempo, che la signora Wanda, partendo per Bologna, non sarebbe più ritornata a casa. Maria percepì il dolore di una tragedia. Seguendo, come sempre, le sue intuizioni-ispirazioni, Maria mi telefonò la sera del 14 Luglio e disse: “Rimani in casa perché ti chiamerò ed avrò bisogno del tuo aiuto”, senza aggiungere altro. Senza esitazione dissi a Maria che poteva contare su di me; avendo bisogno, a qualunque ora, sarei andata a Bologna. La telefonata di Maria mi giunse l’indomani alle ore 13.00. Maria mi disse che la signora Wanda era gravissima e che per lei non c’era possibilità alcuna. Avvertii la disperazione di Maria, che mi chiedeva di partire subito perché si sentiva morire. Mio fratello si diede da fare perché potessi partire subito in taxi, guidato da persona conosciuta, la stessa cui si faceva ricorso in famiglia per varie necessità. Partii così per Bologna e mi feci portare all’Ospedale S.Orsola, dove la signora Wanda era stata portata d’urgenza per tentare di salvarla con alcune trasfusioni di sangue. Il tassista ripartì quasi subito recapitando ai miei fratelli la notizia che avrei passato la notte a Bologna accanto a Maria e alla signora, che spirò alle ore 23.00 circa.

Ricordo ancora il volto pallidissimo di Maria, faticava a stare in piedi, senza possibilità alcuna di poter riposare, per due giorni non aveva preso da bere nè da mangiare. Su mia insistenza, alla sera del secondo giorno, accettò di bere solo un caffè.

La sera del 16 Luglio, con l’autoambulanza della Croce Rossa, ripartimmo per Rovigo accanto alla salma della povera signora. Il viaggio fu una preghiera continua recitata a suffragio dell’anima della defunta e a beneficio di tutti i bisognosi. Dietro la Croce Rossa seguivano due auto, quella del signor Guerrato con il figlio, poi quella della figlia Anna con il marito. I familiari erano attoniti, disperati, incapaci di agire. Così, arrivati a Rovigo, Maria si preoccupò subito per le necessità della famiglia e incaricava me, consegnandomi i vestiti, di vestire la defunta. Dopo l’arrivo della cassa funebre, fu preparata la camera ardente.

Maria, sempre presente a se stessa, pronta ad aiutare, mi lasciava intravedere il suo grande dolore per la tragedia (che avrebbe potuto essere evitata) e la pena segreta di una nuova realtà: la sua posizione il quella famiglia sarebbe necessariamente cambiata. Maria avvertiva il peso di una nuova responsabilità, che certamente avrebbe potuto ostacolare e interrompere il suo apostolato: l’assistenza ai poveri e agli ammalati. Pur nello affanno, Maria confidava nell’aiuto straordinario, nella Provvidenza che avrebbe suggerito, col tempo, anche come fare per uscire da un ambiente non più adatto perché rimasta sola con due uomini. Quella stessa sera, quella del 16 Luglio, fui accanto a Maria nella sua stanza: ella pianse tutta la notte. Da sola, in quella casa, non si sentiva tranquilla e così io dovetti restare con lei.

Il disagio psicologico di Maria sarebbe durato fino al 15 Settembre, aumentando di intensità con evidenti riflessi sul suo fisico: sempre più pallida e magra, soffriva per una situazione difficile. Me lo confidò durante le visite domenicali che mi faceva nel mese di Agosto, mentre mi trovavo al mare a Ca’ Roman. Maria mi chiedeva di starle sempre più vicina, ritenendo quella casa poco tranquilla per la propria vita spirituale.

Quante volte, in vita la signora Wanda, fu costretta a chiudersi nel bagno per difendersi dalla curiosità della gente chiamata ad assistere alle sue manifestazioni, specie quelle del Venerdì.

Maria accettò tutto, senza ribellarsi mai, rispondendo sempre a tono, anche alle domande più imbarazzanti, illuminata da Gesù che la guidava e la avvertiva di quanto stava accadendo accanto a lei, nel momento in cui la sua anima assaporava estatica l’amore divino.

Qualcuno potrebbe chiedersi sul perché della scelta del bagno: ebbene, per non essere più rimproverata dalla signora Wanda, che pretendeva la massima ubbidienza; l’appartarsi di Maria in altra stanza chiusa a chiave le avrebbe impedito di entrare assieme a coloro che aveva chiamato ed invitato per vedere ciò che accadeva a Maria. Queste persone (tra esse: suore, sacerdoti, frati, amici e amiche delle signora), con le loro chiacchiere o discorsi causarono un grave danno alla persona di Maria capovolgendo la verità, dicendo di essere stati invitati dalla stessa Maria.

Parole come “esaltazione ed isterismo” erano scelte come giustificazione di ogni cosa vista e venivano a confermare – in modo non certo caritatevole – i giudizi espressi nel passato da parte di Don Sante Magro.

Si arrivò al mese di Settembre. Maria cominciò ad avere febbri molto alte e, pur se debole e sofferente, si alzava per dare una mano in casa.

Il grande desiderio di quel periodo era di poter partecipare a Lendinara alla festa degli ammalati (12 Settembre), perché Maria sentiva che era bene essere in compagnia di coloro che soffrivano e aspettavano una parola di conforto, un sorriso che infondesse sicurezza, una mano sulla spalla, un bacio sulla fronte, come segno di una amorevole fratellanza e partecipazione in nome di Gesù. E Gesù diede al fisico di Maria, tanto provata, la forza necessaria per affrontare in quel giorno il viaggio. Ma l’indomani, Maria dovette mettersi ancora a letto con febbri molto alte.

Giunse il 1° di Ottobre. Gesù da tempo stava preparando l’uscita di Maria da quella casa. Come mi avrebbe poi spiegato Maria, Gesù l’avvertì di una nuova malattia: l’emotisi. Gesù ben sapeva che la famiglia Guerrato, nella quale vivevano il figlio di 16 anni e la figlia con un bambino di 2 anni, aveva il terrore della TBC. Difronte a questo pericolo, la famiglia non avrebbe minimamente ostacolato l’uscita di Maria, anzi!

Era bene, tuttavia, attuare nei minimi particolari il piano che Gesù stesso aveva consigliato per non creare dubbi, perché la famiglia non pensasse, col tempo, di essere stata abbandonata da Maria, dopo che vi era stata accolta. Esegui ciò che Maria mi aveva chiesto: parlai con il suo vecchio padre spirituale, Don Bassiano, affinché costui prendessi accordi con suo nipote medico (Dott. Paiato) per venire a visitare Maria in casa nel giorno e nell’ora prestabilita, nella quale si sarebbe dovuta verificare l’emotisi.

A Don Bassiano parlai io nel segreto della confessione, perché egli non poteva confessare Maria. Egli, comunque, credeva a ciò che le succedeva. Egli parlò con il medico di Crespino e quest’ultimo, a sua volta, si interessò affinché Maria, dovendo uscire da quella casa, fosse accolta per un periodo di tempo in asilo dalle suore di Crespino. Non era ancora giunto il momento che Maria entrasse in casa Mantovani; era opportuno non destare alcun dubbio. Il programma predisposto nei dettagli fu presto completato: tutto si attuò secondo un piano prestabilito, offerto da Gesù, che non voleva lasciare ulteriormente Maria in quella casa.

Fu così che dopo la 2^ emotisi, che si verificò alla presenza del medico, Maria poté uscire dalla famiglia Guerrato per essere ospitata dalle suore di Crespino.

La ricordo in quella cameretta; la prima notte io rimasi accanto a Maria per assisterla. Non mancai poi di farle visita nei giorni successivi: vi andavo tutti i giorni verso sera, per assisterla durante la notte. La permanenza di Maria presso le suore di Crespino durò 12 giorni, non di più. Prima di rientrare a Rovigo, chiarimmo con le suore il decorso della malattia di Maria anche per poter offrire spiegazioni valide e convincenti nel caso fossero state da qualcuno richieste, come ad esempio dalla famiglia Guerrato.

Il 19 Ottobre 1955, alle ore 18.30, Maria entrò in casa Mantovani. Aveva allora 31 anni.

Al signor Guerrato, che chiedeva informazioni sulla salute di Maria, mia madre diede questa spiegazione: Maria è qui, ma dovrà presto essere portata a Latisana per controlli, ulteriori raggi ai polmoni e cure adatte.

Così Maria partì per Latisana assieme a mia madre, ospite in casa di sua sorella Anna Colonna Matassi. Fu un soggiorno breve; Maria si riprese e ritornò a Rovigo nella nostra casa di Via Di Rorai.

Il 1° Novembre, lo ricordo bene, Maria si mise a letto rimanendovi fino al 24 Maggio del ’56. Maria soffrì molto, le febbri erano altissime, gli svenimenti molto lunghi, le malattie che la colpirono risultarono inspiegabili alla scienza medica. Durante questo lungo periodo e negli altri successivi, Maria fu seguita, assistita e curata dal nostro medico Dott. De Vincentis Cesare che abitava a Stanghella (Padova). Ricordo il nome di alcune malattie, tra le più fastidiose: gli oxiuri e l’eritema nodoso.In questo periodo non mancarono le sue manifestazioni con sudori di sangue, accompagnate sempre da profumo: una essenza di fiori (rose e gelsomini) invadeva la stanza e la casa. Difronte a questo intenso ma delicato profumo, avvertito anche da chi abitualmente frequentava la nostra casa (dottori e amici), noi non sapevamo cosa dire nè sapevamo cosa rispondere alle loro domande. Conoscendo Maria, ci impegnammo fin da allora e per sempre, cioè fino alla sua morte, a proteggerla da ogni forma di curiosità che avrebbe potuto intimamente ferirla o recarle danno.

Voglio ora descrivere un fatto straordinario, che ricordo con molta commozione, risalente al 1° mese di permanenza di Maria in casa nostra. In quel primo periodo Maria dormiva nella stessa camera mia e della mamma e, pertanto, i testimoni del fatto furono due. Una notte, sentendo che Maria si muoveva, mi svegliai per chiederle se avesse bisogno di qualcosa. Mi rassicurò subito dicendomi che andava tutto bene. All’improvviso la vidi andare in estasi. La mamma, che pure dormiva nella stanza, si svegliò ed insieme, zitte, zitte, osservammo Maria che piangeva.

Allora vedemmo qualcosa di ancor più straordinario dell’estasi: l’anello d’oro che Maria portava al dito era sparito. L’aveva ricevuto da Gesù il 7 Aprile, Venerdì Santo del 1955. Maria in quella settimana santa stava ri- tornando a Rovigo dopo aver trascorso la quaresima in Sicilia. A causa di una fortissima febbre, Maria dovette fare una sosta a San Giovanni Rotondo. Dopo aver bussato a tutti gli alberghi, al completo, trovò finalmente alloggio in una piccola pensione ove si fermò due giorni. Ripartì per essere a Rovigo, come voleva Gesù, alla domenica di Pasqua. Naturalmente Maria cercò di nascondere a tutti l’anello che aveva appena ricevuto.

Riprendo la descrizione del fatto straordinario: dopo l’estasi Maria continuò a piangere e mi disse che piangeva non tanto per la perdita dello anello ma per il timore e l’angoscia di aver potuto offendere in qualche modo o in qualche circostanza il suo amato Sposo Gesù.

Cercai di confortarla, dicendole che di sicuro non poteva aver commesso alcuna mancanza e che doveva accettare la volontà di Dio, aggiungendo che forse Gesù voleva metterla alla prova o farle un piccolo scherzo, cosa che a volte succedeva.

Dopo circa un’ora ricadde in estasi e con chiarezza sia io sia mia madre, attonite, all’improvviso vedemmo comparire l’anello d’oro, con inciso il volto addolorato di Cristo, che – da solo – si infilava al dito di Maria. Ella iniziò allora a sorridere.

Quello non era il primo anello che Gesù aveva regalato a Maria; il primo aveva cinque piccole ametiste, che indicavano le cinque piaghe di Gesù, come Lui stesso le aveva spiegato e che ella descrive nel suo 1° diario. Poi, quando Maria ricevette le Sante Stigmate, Gesù lo cambiò con l’ “Ecce Homo” perché ormai “le piaghe erano impresse anche sul suo corpo” (parole di Gesù).

Devo dire che, al pari di mia madre, fui profondamente colpita da questa particolare manifestazione, come del resto da tutte le altre, e per quasi un anno nè io nè mia madre riuscimmo a mangiare e dormire normalmente. Dimagrivamo a vista d’occhio. Poi, gradualmente, la nostra vita riprese un ritmo regolare, sempre che normale o regolare possa chiamarsi una vita assieme ad una Creatura così particolare come Maria.

Riprendo con i fatti del vivere quotidiano: durante i mesi di malattia non mancarono le visite da parte dei familiari di Maria, la mamma, il papà Bolognesi e i fratelli. Maria godeva della loro presenza in questi incontri, che erano spontanei e più frequenti perché ciascuno si sentiva più libero ed a proprio agio.

Verso Natale, con grande entusiasmo e con tanto amore, Maria volle fare il primo presepio in casa nostra, nonostante avesse la febbre alta. Come sempre lo iniziò il 9 dicembre per terminarlo la sera del 24 dicembre. Era un presepio semplice, sistemato appositamente in una stanza per consentire di essere visitato senza creare disagi alle persone. Ricordo che tutti coloro che venivano a visitare il Bambino Gesù provavano un particolare sentimento di tenerezza perché sentivano la presenza di Dio.

Ecco un altro fatto straordinario di quel periodo: la notte di Natale, la notte santa, Maria lasciò la camera e andò davanti al presepio per salutare il Bambino e per leggere la poesia che aveva preparato per Lui.

Poiché Maria tardava a ritornare a letto, io stessa andai a cercarla e la trovai in estasi. Maria teneva il Bambino Gesù tra le braccia, lo aveva coperto con la mantellina rosa perché non sentisse freddo e gli parlava. Rimasi ferma e mi misi in preghiera. Finita l’estasi, Maria si rimise la mantellina sulle spalle, mentre il Bambino Gesù fu nuovamente nella culla. Lentamente Maria risalì le scale e si rimise a letto.

I giorni passavano nella sofferenza ma nella massima calma e serenità perché, pur essendo a letto, Maria poteva continuare il suo apostolato. Si prodigava in lavori fatti a mano (taglio, cucito, ricami) da donare ai suoi poveri e alle Chiese.

Il periodo del carnevale fu per Maria una sofferenza ancora più intensa. Ogni giorno Maria sanguinava, anche due o tre volte. Era necessario cambiarla di tutto, biancheria personale e lenzuola.

La sofferenza si fece ancora più acuta con l’approssimarsi della Quaresima. Il mercoledì delle Ceneri, come già nel passato e sempre in futuro, si aprivano le ferite alle mani, ai piedi e al costato, e sanguinavano. Maria adoperava calzetti bianchi, mezzi guanti, e rimaneva a letto per non farsi vedere. Se qualcuno veniva a salutarla, nascondeva le mani sotto le coperte.

Il Giovedì e il Venerdì Santo Maria si chiudeva nella sua stanza per vivere intensamente nel silenzio e nella preghiera la passione del suo Gesù. Le lasciavo sul tavolino un po’ di latte, qualche biscotto, una mela, ma ella non mangiava.

La sofferenza di Maria toccava l’apice nel giorno del Venerdì Santo, essa andava aumentando sempre più fino alle ore 15.00, il momento della morte di Cristo in Croce, alla quale Maria partecipava in modo totale sempre pronta nell’offerta per fare solo la volontà di Dio che la voleva vicina nella sofferenza al patire, al martirio e alla morte del Figlio Suo sulla Croce.

La ripresa del fisico in Maria era lenta, lentissima. Alle 17.00 apriva la porta della stanza (tutte le ferite erano già chius) e mi invitava ad entrare perché la aiutassi. Era necessario cambiarla con la massima cautela e attenzione perché il suo fisico tanto provato era ancora sofferente e sensibilissimo a qualsiasi movimento che le causava immediato dolore.

Dopo averla sistemata sul suo letto, le portavo una minestrina di verdura per osservare il venerdì e un po’di tonno, che per lo più non toccava. Indebolita e stremata, Maria non avrebbe voluto mangiare ma lo faceva solo per obbedienza.

In quel primo Venerdì Santo vissuto da Maria in casa nostra, ebbi modo di fare le prime osservazioni e constatazioni. Nel cambiarla di camicia, vi notai un disegno impresso con il sangue: raffigurava le tre croci del Calvario. Tali disegni, li avrei ritrovati anche nei fazzoletti bianchi che consegnavo a Maria per coprire la ferita del costato che sanguinava abbondantemente. A volte Maria mi restituiva anche sei fazzoletti e con la massima semplicità, cui si accompagnava pronta sollecitudine, mi chiedeva che ogni cosa fosse lavata, poichè non voleva si ripetesse quanto succedeva in casa Guerrato, la quale era abituata a dare via la roba di Maria intrisa di sangue.

I calzetti che Maria adoperava durante la settimana Santa, quando era a letto, presentavano una macchia perfetta nel punto della ferita senza estensione e senza macchiare il resto del piede.

La notte del Venerdì Santo Maria riposava poco; al mattino del Sabato Santo si alzava con l’energia di una persona piena di vigore, come se le sofferenze provate fino al giorno prima fossero cose vecchie e lontane. Nella giornata del Sabato Santo del 1956 Maria, restando in casa, preparò pacchi da regalare ai poveri, uova per i bambini, qualche busta, tutto a seconda delle necessità delle persone e delle famiglie che conosceva.

Ora mi pare opportuno, prima di continuare nel racconto cronologico della sua vita, ripetere alcuni concetti e dscriverla sotto il profilo psicologico. Non solo Maria si prodigava per gli ammalati, ma aiutava spiritualmente tutti coloro che si rivolgevano a lei per ascoltare una parola buona e avere un consiglio; anche se spesso non erano credenti, non poche volte ritornavano alla Fede perduta o mai avuta.

Con la sua semplicità e con l’innata dolcezza, pur non avendo ricevuto nessuna istruzione ed educazione, Maria attirava a sè qualsiasi persona di qualunque età, di qualunque ceto sociale. Amava particolarmenbte i bambini e gli anziani, per i quali provava una profonda tenerezza e sempre erano oggetto delle sue attenzioni.

Possedeva un grande dono: sapeva sempre dire le parole giuste nel momento giusto e quando giudicava necessario un rimprovero sapeva farlo senza umiliare in quanto aveva un profondo rispetto delle persone, perché nel prossimo vedeva Gesù.

La sua sensibilità la esternava in varie forme: coltivava fiori che crescevano rigogliosi, tanto che il nostro giardino non mancava di attirare l’attenzione di quanti passavano vicino; ai fiori essa parlava, li baciava e li accarezzava perché anche nella loro bellezza vedeva il volto di Dio. Maria amava molto anche la musica e quando le malattie e le sue opere le lasciavano un po’ di tempo studiava pianoforte, chitarra e flauto. Posso dire che essa imparava tutto con facilità; pure con facilità, nel 1968, Maria iniziò anche la sua attività di pittrice. Tutto ciò con tanta naturalezza, come se avesse sempre coltivato quell’arte; ma di questo dono parlerò pià avanti.

Ora riprenderò con il giorno di Pasqua del 1956. Quella domenica Maria si alzò e andò a Messa, passando poi il resto della giornata assieme a tutti noi, meravigliati e increduli. La sera stessa si rimise a letto e vi rimase fino al 24 Maggio, il giorno della Madonna Ausiliatrice. Maria accettava e avrebbe sempre accettato tutte queste sofferenze senza mai cambiare di umore, sempre sorridente e pronta a consolare coloro che la cercavano per avere consigli.

Dopo la Pasqua, Maria riprese a scrivere sbrigando la corrispondenza di quanti, conoscendola, le scrivevano chiedendo preghiere e consigli.

Le giornate scorrevano con un ritmo regolare imperniato su due poli costanti: quello della preghiera nella sofferenza e nella donazione, quello del lavoro inteso come carità operante verso il prossimo. Di tanto in tanto qualche visita da parte delle persone che le volevano bene, che le portavano notizie degli ammalati e dei poveri e che si adoperavano per aiutarla affinchè il suo apostolato fosse sempre attivo come ella desiderava.

Dissi in precedenza che Maria rimase a letto fino al 24 Maggio. Quella domenica mattina ella si alzò spiegandomi che bisognava andare a votare. Nessuno dei miei avrebbe voluto che uscisse di casa, ma insistette e, già preparata, era pronta a fare il suo dovere di cittadina. Fu così che, con una macchina mandata dall’avvocato Altieri, membro della D.C., io la portai a votare a San Cassiano, frazione di Crespino.

La ripresa del fisico di Maria ci stupì tutti. La sua volontà, che era obbedienza totale e sempre uniformata alla coscienza chiara, retta, sensibile e aperta affinchè la Provvidenza avesse a manifestarsi nel suo operare quotidiano attraverso il sì dell’amore, la sua volontà, ripeto, ci lasciò ammutoliti.

Quella sera stessa, sempre tranquilla e serena, con tono dolce e sicuro della voce, ci avvertì che doveva partire per Roma. Si sarebbe dovuta recare in un paesino non lontano dalla città per portare ad una chiesa povera i paramenti e le tovaglie che Maria aveva sia ricamato durante la Quaresima sia acquistato con le offerte dei benefattori. Sempre fiduciosa, Maria ci disse di non temere per lei, sapeva ciò che doveva fare e quanto tempo sarebbe rimasta lontano: solo 3 giorni. E fu così. Il 3° giorno fu di nuovo in mezzo a noi carica di pacchi da portare ai suoi poveri. Questi pacchi contenevano olio, pasta, riso, vino, ecc., tante cibarie ricevute dagli abitanti di quel paesino ove Maria, sia chiaro, aveva messo piede per la prima volta.

E’ spontaneo a questo punto dire che Maria aveva un grande coraggio.Infatti, mai si ritirò davanti alle difficoltà, che superava con serenità confidando nel suo Grande Amico, che sentiva vicino, sempre.

Nel mese di Giugno 1956 ci recammo a Pellestrina, dove il cappellano Don Angelo Busetto ci aveva trovato una stanza presso la famiglia Scarpa Cornelio, infermiere, per trascorrere tre settimane di riposo al mare, in quella isola della laguna veneta, durante il mese di Luglio. Don Angelo ci chiamò a giugno affinchè potessimo giudicare se il posto fosse adatto. La famiglia era cristiana e timorata, la spiaggia senza bagnanti, solo cielo, mare, muraglioni. Un posto veramente ideale per Maria, bisognosa di riprendersi nel fisico ma anche desiderosa di non essere notata, di poter vivere nel silenzio e nella calma questo dono della Provvidenza: il riposo estivo per la ripresa del suo fisico. Partimmo in treno un venerdì mattina, senza essere al corrente degli orari del vaporetto tra Chioggia e Pellestrina. Arrivammo a Pellestrina alle 11.30 del mattino. Accompagnate da Don Angelo conoscemmo la famiglia e decidemmo di accettare. Rapidi i nostri saluti, perchà alle 15.00 – essendo venerdì – Maria doveva essere già di ritorno a casa a Rovigo. Grande la nostra sorpresa nel sentire che il vaporetto per il ritorno sarebbe stato alle ore 14.30, per cui non saremmo state in grado di ripartire da Chioggia per Rovigo con il previsto treno delle ore 13.00. Ma la Provvidenza, come sempre, ci aiutò attraverso l’interessamento della signora Scarpa che si prodigò per trovare una barca che ci portasse fino a Chioggia. Spendemmo 1.000 lire, ma si ebbe la gioia di prendere il treno delle 13.00 e di arrivare in casa nostra a Rovigo alle 14.55. Maria si ritirò subito in stanza: soffrì moltisimo e perse molto sangue, così rimase a letto fino all’indomani.

Il mese di Luglio lo trascorremmo dunque a Pellestrina; per la prima volta Maria pottè trascorrere al mare un periodo di cure e di riposo. Nom dobbiamo, infatti, dimenticare l’ambiente in cui Maria passò l’infanzia e l’adolescenza: il freddo e l’umidità sofferti in quel periodo in casa ed in campagna per il lavoro dei campi e specialmente della canapa le avevano provocato dolori reumatici piuttosto sensibili ed inoltre soffriva per disturbi alla gola. Il mare sicuramente le avrebbe portato giovamento.

La Famiglia Scarpa, che ci aveva dato ospitalità, non si accorse dei fatti straordinari legati alla vita interiore di Maria. Tutti comunque avvertirono fin dall’inizio del nostro soggiorno marino che Maria aveva un qualcosa di non comune, che si manifestava nella calma, nella pace, nella serenità che trasmetteva agli altri.

Desidero ricordare due episodi che mettono in evidenza l’interessamento e l’aiuto di Maria verso coloro che soffrivano.

Il primo episodio riguarda, a Pellestrina, una bambina di 5 anni, paralizzata e che non parlava. Era stata visitata da specialisti di Venezia e di Padova, tutti concordi che non era recuperabile. Quando Maria la vide, decise immediatamente di farla visitare dal Prof. Delfini, neurologo, che da anni conosceva e che con tenerezza la chiamava “mamma”, lui che era più anziano. Il professore ricoverò la piccola nella sua casa di cura di Modena, la curò personalmente e poi si interessò per inviarla all’Istituto Rizzoli di Bologna, avendo notato che la bambina poteva migliorare. Infatti, dopo continue numerose cure, la bambina cominciò a parlare, gli occhi divennero espressivi e con apposita apparecchiatura riuscì a fare i primi passi. Maria era felice quando riusciva a riscontrare miglioramenti o guarigioni nella salute di qualcuno.

Il secondo episodio riguarda un ragazzo, sempre di Pellestrina, che guarì perfettamente da continue emorragie dal naso, dalla bocca e dalle orecchie, dopo che Maria si interessò di indirizzarlo verso la persona giusta. Il ragazzo aveva 15 anni, ma le emorragie, che raramente e con difficoltà si fermavano, iniziarono a 3 mesi dalla nascita. I genitori lo portarono prima da diversi pediatri, poi da specialisti di Venezia, Padova, Milano, Trieste. Ognuno dava una cura ma i risultati erano scarsi. Il bambino era pallidissimo e gracile e mano a mano che passavano gli anni diventava sempre più scheletrico perché stentava anche a nutrirsi. Aveva solo 2 anni quando fu operato la prima volta e il sua calvario fu lungo e doloroso. Portava sempre i tamponi al naso, ma il sangue usciva dalle orecchie e dalla bocca. Le narici si erano deformate e per i dolori aveva anche molta difficoltà a dormire. Quando lo conoscemmo aveva 15 anni e dalla mamma era stato portato a Maria nella speranza che conoscesse un nuovo specialista che potesse guarirlo. Maria decise di portarlo subito dal suo conoscente Prof. Delfini di Modena ed anzi accompagnò personalmente il paziente e la madre, lasciandovi immaginare in quali condizioni disagiate venne affrontato il lungo viaggio di trasferimento da Pellestrina a Modena. Dopo brevi cure, quasi miracolosamente il ragazzo guarì, cominciò gli studi che prima aveva dovuto tralasciare e trovò poi un buon posto di lavoro.Le diagnosi di Maria erano sempre esatte e il professore, scherzando, affermava che quando gli veniva da lei presentato un malato avrebbe potuto anche fare a meno di visitarlo. Da considerare che Maria non aveva alcuna cognizione di medicina anche se con la sua profonda intelligenza imparava con rapidità. Dopo il periodo trascorso a Pellestrina, eccoci nuovamente in partenza. Il 1° Agosto si partì per Bagni di Lusnizza (Udine) per un soggiorno montano; come a Pellestrina, avevamo preso in affitto una camera con comodità di fare cucina. Fu questo un periodo estivo molto sofferto da Maria: una cara parente era divenuta madre prima di sposarsi. Si può, se non immaginare, intuire la grande sofferenza di Maria che si prodigò prima con la preghiera, poi con i consigli, poi in modo più concreto per convincere la coppia a celebrare il matrimonio. I suoi viaggi per incontrarsi con la coppia furono essenziali; le sue parole di saggezza e verità, anche se crude e robuste, non furono dimenticate. Come sempre, sapeva intervenire in modo corretto, specie per la salvezza delle anime. E non poteva essere diversamente perché essa offriva quotidianamente se stessa come olocausto, seguendo e attuando sempre la volontà di Gesù che, sofferente, le chiedeva sacrifici per la conversione degli uomini e la santificazione delle anime.

Il matrimonio religioso della parente fu celebrato il 24 Luglio. Maria ne fu subito avvertita con telegramma da parte del sacerdote che ella stessa aveva pregato di intervenire per la soluzione più dignitosa del caso.

Ritornate a casa da quel paesino di montagna, con Settembre Maria riprese la sua vita di sempre visitando gli ammalati, i poveri, le persone che erano oppresse o afflitte da grossi problemi familiari. Per tutti aveva una parola buona, sapeva ascoltare fino in fondo ogni miseria umana, dimostrando di comprendere tutto e partecipandovi con amore, senza giudicare l’operato delle persone, senza mai condannare i loro gesti raccontati molto spesso con crudezza, come se volessero scaricarsi del senso di colpa che solo il confessore può annullare tramite la confessione.

Come l’anno scorso, anche quest’anno ed in seguito nelle successive scadenze annuali della festività di Tutti i Santi, nella notte tra il 1° e il 2 Novembre Gesù permise a Maria di comprendere – vedendolo – l’aldilà. Maria vide, come ella stessa mi disse, il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno. Non sono in grado di riportare tra virgolette le parole esatte di Maria: mi riferì della visione terrificante dell’Inferno, di quella di dolore e di speranza del Purgatorio, infine della terza, indescrivibile e ineffabile nella gioia piena del Paradiso, luogo di beatitudine, ricco di colori e di luce abbagliante, che nessun uomo potrà descrivere o disegnare.

Ricordando la frase di Maria che soleva ripetere “la vita è una ruota che gira”, si arrivò così al periodo dell’Avvento e si rinnovarono le sue sofferenze che durarono fino alla Notte Santa. Ancora una volta fu costretta a restare a letto. Queste sofferenze fisiche, che ci riportano senza sosta a ricordare il quotidiano “sì” ed il suo abbandono alla volontà di Dio, Padre amoroso che non ci dimentica, Maria le accettò anche per i suoi ammalati, in modo particolare per i fratelli Tonino, Marino e Achille.

Durante il 1956 e 1957 questi tre ragazzi, a distanza di un mese l’uno dall’altro, si ammalarono di TBC e furono ricoverati all’ospedale Maddalena di Rovigo.

Quando il fisico glielo consentiva, Maria si impegnava ad andare a trovarli; portava loro qualcosa ma il dono più grande era la sua certezza in una guarigione che comunicava ai giovani, invitandoli ad obbedire ai medici, ad osservare le prescrizioni, ad essere pazienti impiegando il tempo in letture sane e nella preghiera.

I ragazzi ricevevano solo le visite della mamma, poiché il timore di un contagio teneva lontano da loro diverse persone.

Ripeto, Maria fu vera consolazione per i fratelli, specie per Tonino, il più grave, che per riprendersi dovette essere ricoverato in una zone di montagna (Sondalo) rimanendovi a lungo.

Quanto avrebbe desiderato Maria promettere a Tonino di fargli visita, ma il viaggio – oltre che dispendioso – sarebbe stato troppo faticoso per il suo fisico tanto sofferente. Non mancò quindi da parte di Maria il convincimento presso il fratello di accettare il distacco dalla famiglia e dagli affetti con animo sereno.

Il desiderio di Maria di assistere gli ammalati in modo più concreto e completo si fece sempre più vivo. Da tempo ormai si capiva che desiderava ardentemente veder realizzato il suo sogno: costruire una casa dove le persone ammalate e bisognose trascorressero, dopo la degenza ospedaliera, la loro convalescenza in un luogo adatto. Sapeva bene Maria, lo aveva più volte toccato con mano e visto con i propri occhi che i suoi poveri abitavano spesso in case malsane, senza assistenza e nutrimento necessario.

Ella ne parlava spesso con me e con i suoi benefattori e quando questi le offersero l’opportunità di realizzare il suo desiderio, essa superò tutti gli ostacoli che si presentarono inevitabilmente in un’impresa di questo genere.

Vorrei ricordare il primo passo fatto per questa impresa, che porta in se fin dall’inizio il sigillo del coraggio, dell’ardore, della risolutezza di Maria che non pensa a se stessa ma sempre agli altri: i bisognosi.

Un benefattore, che ha voluto conservare l’anonimato, aveva deciso di offrire a Maria sempre impegnata nel suo apostolato una autovettura con la quale spostarsi da un luogo all’altro molto più comodamente che con la bicicletta, specie per portare i pacchi.

Rapida nell’azione come il fluire dei suoi pensieri, Maria non ebbe alcuna esitazione per chiedere al benefattore se la somma da mettere a disposizione per l’acquisto dell’autovettura poteva essere spesa invece per l’acquisto di un pezzetto di terra, sul quale poter far costruire poi il convalescenziario. Il benefattore, colpito da questa scelta e proposta di Maria, acconsentì subito.

Si andò allora alla ricerca di questo pezzetto di terra nel quartiere di S. Bortolo. Eravamo nel 1962. Quante difficoltà, quante amarezze, senza parlare delle traversie inerenti il passaggio di proprietà, causa la morte improvvisa del venditore. In breve, il progetto della costruzione dovette subire diversi cambiamenti e solo il 27 Novembre 1968, giorno della festa della Madonna della Medaglia Miracolosa, fu deposta la prima pietra.

Eravamo commosse e quasi incredule di aver potuto cominciare la nostra casa.

La nostra gioia non durò a lungo perché tante altre sofferenze e amarezze si abbatterono su Maria e su di me. Dovemmo constatare e subire le varie forme dell’inganno mascherato che solo il tempo mise in luce attraverso la strada della legge, che operò con giustizia verso di noi.

Per riprendere con la descrizione della vita di Maria, devo riconoscere che sono stati tutti anni molto duri. Non è facile ora per me ricordare tutti i fatti particolari, potrei sì con gradualità collocarli nel tempo, ma è bene non mi fidi troppo della memoria citando le date.

Il tempo per Maria trascorreva rapido. Oltre che a Rovigo, molti furono i punti in cui era possibile cercarla e incontrarla. Non dimentichiamo poi gli innumerevoli spostamenti con vari mezzi di trasporto, per portarsi là dove era chiamata, là dove la voce del suo cuore la spingeva ad andare.

Maria è stata, era e sarà sempre in cammino. Direi, ne sono convinta, che Maria accettò di diventare fiaccola d’Amore per portare nel mondo la parola di Gesù, che è Luce e Salvezza. E Maria rispettò fino in fondo il suo impegno, mettendosi in viaggio, camminando in mezzo alla gente per portare la pace del suo cuore, dono incommensurabile e ineffabile che sgorgava dal Cuore divino di Gesù. In ogni città trovava uno o più ammalati, persone nell’affanno, nella paura per la vita propria o per quella di familiari, oppure incerte e traballanti nella Fede, non dimenticando i giovani alla ricerca di una conferma nella strada da percorrere con gli studi e poi con il lavoro.

Sarebbe bene nominare qualcuno di queste persone beneficate da Maria, ma con fiducia sapremo aspettare l’arrivo di una loro testimonianza scritta e al momento opportuno si faranno sentire per dire “anch’io ho conosciuto Maria, anch’io ho ricevuto da lei…”

I rapporti di corrispondenza che intratteneva quand’era in vita già testimoniano comunque la sua incessante vocazione di essere in mezzo alla gente, anche se a letto, prostrata nel fisico da sofferenze indicibili.

Con il passare degli anni l’apostolato di Maria si allargò sempre di più, anche perché le nostre amicizie familiari divennero amicizie sue, come pure i suoi poveri divennero per noi i nostri cari amici.

Maria si dimostrerà sempre all’altezza della situazione in ogni occasione, dialogando in modo semplice e disinvolto, trattando con eguale dignità il povero e il ricco, il colto e l’ignorante. Con lo stesso slancio amoroso ella si offrì sempre, illuminando con la parola e con l’esempio “grandi” e “piccoli” per trasformare i loro cuori, per ricondurli tra le braccia del Padre prima del Suo Giudizio.

Ricordo Maria a Torino al capezzale della signora Borgia, affetta da malattia inguaribile. Aiutò spiritualmente questa signora, che fu toccata nel suo intimo fin dal primo incontro, anzi la trasformazione fu quasi immediata. Abituata ad una vita di società, vita dispendiosa, improvvisamente seppe rinunciare ad ogni comodità perché capì che quella vita era vuota. Vedere Maria e sentire parlare dei suoi poveri fu come una folgorazione. La signora cambiò esteriormente ed interiormente a tal punto che, assieme al marito, diventò una benefattrice per i poveri di Maria. La ricordo anche all’ospedale civile di Treviso, al capezzale del Dott. Mario De Poli, che a causa di un incidente d’auto rimase tra la vita e la morte per 27 giorni. Per tutto quel periodo Maria si prodigò restandogli accanto senza muoversi (per le varie necessità di Maria, come vestito e biancheria, io stessa mi recai da lei a Treviso). Ella volle restare accanto all’ammalato fin tanto che, improvvisamente, questi riprese conoscenza facendole un bel discorso e assicurandola che si sentiva bene. Le incessanti preghiere di Maria ancora una volta furono ben accette per ottenere la Misericordia del Padre Celeste: la guarigione fu rapida e completa e senza conseguenze per il trauma subito. Il Dott. De Poli fu dimesso presto dall’ospedale e, dopo due mesi di riposo sul lago di Garda e un anno di aspettativa, riprese la sua attività di medico a Verona dove abitava da tempo.

Come la farfalla è pronta a posarsi su ogni fiore che la invita con il linguaggio dei suoi colori e del suo profumo, così Maria fu pronta a posare il suo affetto e il suo calore ovunque, anche con il mettersi a tavola, al desco del povero che con tanta gioia offre quello che ha. Accettando questi inviti Maria non poteva non ricordare la sua squallida e miserabile infanzia e con la semplicità dei bimbi che sanno dimenticare partecipava assieme a me alla gioia di quella gente, la più umile, perché semplice e sincera.

Il mio pensiero torna al 1966; da 11 anni già Maria viveva nella nostra casa, assieme a me, a mia mamma, e ai miei due fratelli Gino ed Emanuele. Tra di noi tutto era tranquillo, la vita scorreva serenamente nel rispetto massimo che è espressione di una libertà interiore (pensieri-azione) tra persone che si comprendono, amandosi così come Gesù stesso aveva insegnato.

Il 1° Ottobre Maria mi parlò di una decisione già maturata nel suo cuore e da prendersi il più presto possibile: uscire di casa, prima che mio fratello Gino si sposasse. Mi parlò con le lacrime agli occhi, chiaro; con la sua grande sensibilità, sorretta e illuminata dalla voce interiore, intuiva che la futura sposa, entrando in casa, non avrebbe accettato il suo apostolato molto intenso, per il quale il “povero” da intendersi nel senso più largo del termine,entrava in casa e si poteva sedere a tavola con noi.

Tutto ciò avrebbe potuto turbare l’armonia della coppia e della famiglia, disse Maria; per questo era bene uscire per tempo da casa e fu risoluta. Non ascoltò le pressanti richieste dei miei familiari che la spingevano a restare e, anzi, mi disse di aver trovato la possibilità di una sistemazione in una soffitta in Via Mazzini dove abitava la signora Anna Tadiello.

Ebbene, l’8 Ottobre, Maria era già in quella soffitta ed io assieme a lei. Alla sua richiesta, io risposi “sì” senza alcuna esitazione.

Furono giorni di dolore per tutte due, sapendo che l’uscita da casa nostra (ove Maria fin dal primo giorno occupò il ruolo di figlia e sorella) non sarebbe stata accettata con il sorriso. Maria, obbediente a Gesù che la preparava ad altre sofferenze, sapeva comunque che la Provvidenza e lo Spirito Santo avrebbero operato senza sosta sulla famiglia nelle sue necessità quotidiane e sui cuori di tutti i componenti, addolorati da un gesto che poteva suonare come un addio. Ma il Padre molte volte separa per tenere ancor più uniti i suoi figli in modo ancora più stretto, attraverso i fili di una speranza nel domani e la certezza di una Misericordia infinita che sa donare a chi la cerca la Pace, quella vera, quella che si mantiene salda e vive in noi anche nelle bufere più pericolose. Fu veramente così: dopo il distacco e l’amarezza di un silenzio necessario da ambo le parti (coloro che restano, coloro che partono) per meditare la nuova realtà, ecco la gioia della conquista della verità da parte di chi udirà presto un “avete fatto bene…”.

Eccoci nuovamente in quella soffitta. La signora Tadiello ci accolse a braccia aperte. L’ambiente non era certo ridente ma ben presto Maria, con le sue mani agili ed esperte, con la sua sensibilità e buon gusto, la trasformò a tal punto che destò in noi meraviglia. Coloro che venivano per trovarci e per parlare come sempre a Maria di qualche problema si sentivano subito a loro agio. In questo ambiente rimanemmo fino al 5 Luglio 1971. Nel 1967 la signora Tadiello si trasferì presso la figlia perché bisognosa del suo aiuto dopo la nascita del 3° figlio e così rimanemmo sole, riuscendo a provvedere a tutto perché la Provvidenza era operante per ogni necessità. Essa si manifestava con l’aiuto di gesti generosi da parte di persone amiche che frequentavano la nostra casa. I doni ci erano presentati nella forma più nobile, con un gesto delicato, il più spesso anonimo, per non umiliare. La nostra uscita dalla casa dei miei familiari avvenne nel rispetto all’insegnamento di Gesù che invita a lasciare tutto senza preoccupazioni per il domani.

In questo periodo ricordo che Maria mi parlava spesso di Pellestrina; temeva, anzi mi diceva che nell’isola si sarebbe abbattuta una calamità.

Sarebbe stato perciò bene avvertire i signori che ci davano ospitalità durante il mese di Luglio, come pure le suore dell’asilo, Don Angelo e tutti i conoscenti, dicendo loro che al primo avviso di un pericolo (l’acqua alta) si allontanassero dall’isola. Naturalmente, con il suo innato buon senso, Maria non poté allarmarli prima del tempo e raccomandò a Dio Padre tutti gli abitanti dell’isola; li raccomandò pure alla Vergine che nei secoli scorsi più volte aveva dimostrato il suo amore di madre, specie con l’apparizione al giovane Natalino Scarpa Dei Mutti.

Improvvisamente, il 4 Novembre 1966, il mare ruppe l’argine eretto a protezione dell’abitato e inondò l’isola.

Subito Maria cercò di mettersi in contatto telefonico con qualcuno di Rovigo disposto ad offrire ospitalità a coloro che avessero avuto la casa allagata; aveva già pensato di collocare i bisognosi presso persone conoscenti. Il suo interessamento, il suo desiderio di fare presto qualcosa traboccavano d’amore.

Lo slancio di Maria verso i fratelli fu però presto frenato perché, con grande dispiacere, dovette constatare che le comunicazioni erano tutte interrotte; neppure pensare di poter raggiungere Pellestrina in quel primo periodo. Ma appena ciò fu reso possibile, Maria si portò in quel luogo benedetto che ancora una volta la Vergine aveva preservato da una possibile devastazione totale. Ci furono danni materiali alle cose ed alle abitazioni ma fortunatamente le persone furono tutte risparmiate. Il nostro fu pertanto un viaggio rapido e ritornammo a casa sollevate. La gente di Pellestrina non dimenticò la visita di Maria, anzi quel gesto d’amore e di dedizione rimase impresso nel cuore di quanti la conoscevano.

E si arrivò al periodo dell’ Avvento e del Natale. Come ogni anno Maria iniziò a preparare il presepio. In quella soffitta non c’era spazio, perciò dovette provvedere a collocare tutto all’aperto sulla terrazzina. Per la prima volta Gesù Bambino fu esposto alle intemperie, quasi a rinnovare la realtà di quella notte di salvezza e di luce. E Maria soffrì molto nell’allestire il presepio perché il suo fisico non sopportava tanto facilmente il freddo. Prima della mezzanotte si portò davanti alla culla del Bambino e lesse un discorso nel quale aveva inserito dei versi poetici. Per la prima volta non poté suonare alcun strumento musicale; il pianoforte era rimasto in casa Mantovani e non c’erano soldi per comprare altri strumenti.

Con l’arrivo del mese di Marzo 1967 Maria volle ospitare la vecchia donna di servizio di casa Mantovani, Rita Bassan. Dopo il matrimonio di mio fratello Gino, la moglie non volle più saperne di donna fissa e neppure a ore. Rita, senza lavoro, tutta sola perché nessuno dei suoi fratelli era pronto a tenerla in casa, fu accolta con amore presso di noi, rimanendovi fino al giugno del 1979.

Giorno dopo giorno la vita nostra trascorreva tra preghiere, sofferenze, visite agli ammalati, ai poveri, lettere viaggi. Erano giornate dense di lavoro, abbastanza uguali eppure sempre diverse perché la gioia di un problema risolto a favore dei bisognosi si accompagnava spesso al dolore di altri casi umani ancora più pietosi e difficili.

Si arrivò intanto alla Pasqua del 1968 e, con essa, arrivò pure il permesso di costruire la nuova casa. L’impresario però poteva cominciare i lavori solo verso l’autunno. Dovemmo naturalmente chiedere un prestito in banca per costruire le fondamenta e poi i lavori si sarebbero interrotti a causa del freddo. Maria era preoccupata di dover pagare gli interessi senza che i lavori potessero proseguire; avrebbe desiderato avere il denaro senza chiederlo alla banca.

Nel seguente anno 1969, prima della Settimana Santa, venne a trovarci una nostra cara amica di Padova, con un bell’uovo di cioccolato. Maria ringraziò pensando già a chi avrebbe potuto donarlo, ma, intuendo il pensiero, la nostra amica insistette perché l’uovo fosse aperto da noi il giorno di Pasqua (cosa che non era mai successa). Io insistevo per aprirlo, lei però non voleva pensando che in questo modo non avrebbe fatto la gioia di un bambino.

E così, tra un sì ed un no, arrivò il giorno di Pasqua. Dopo il pranzo, per l’ennesima volta chiesi – e ancora non mi spiego il perché – di aprire l’uovo.

Finalmente Maria acconsentì e quando lo aprimmo quale fu la nostra sorpresa nel trovare un assegno di un milione. Attonite, rimanemmo senza parole e guardandoci pensammo entrambe quanto è grande la Divina Provvidenza.

La vita di Maria proseguì sempre così tra malattie ed opere di carità, spesso con preoccupazioni e dispiaceri di ogni genere perché non tutti la avevano capita. Qualcuno le fece molto male, ma la sua fiducia in Dio e la sua serenità finivano per prevalere sui momenti più dolorosi, proprio quando si poteva credere che la cattiveria dovesse prevalere sulla bontà.

Maria, una creatura dolcissima, che sapeva donarsi completamente a Dio attraverso l’amore per il prossimo!

Maria, che mai aveva assaporato l’affetto della madre, nè conosciuto quello del padre vero, dimostrerà la sua grandezza d’animo, la nobiltà dei suoi sentimenti, cercando ella stessa in mezzo a tante difficoltà quel padre che la rifiutò nel grembo di sua madre.

A quel tempo, nel 1970, il signor Amedeo, il padre naturale di Maria, abitava a Milano con la moglie mentre le due figlie erano già sposate.

Del papà, dopo l’età di due anni, Maria non ebbe alcuna notizia; tuttavia si mise in testa di volerlo cercare a Milano servendosi della questura. Si potrebbe anche sorridere di questo desiderio di Maria; come sarebbe mai stato possibile cercare in una città come Milano una persona di cui non si conosceva neppure il cognome esatto, dato che la mamma lo ricordava Male ? Eppure è vero: la grande Fede sposta le montagne.

Il papà di Maria era anche lui figlio di N.N. Tutti i suoi fratelli, come lui, furono messi in brefotrofio. Non era facile per la donna allevare dieci figli. Il caso, pietoso, non fu dimenticato con il tempo. Così Maria seppe che il papà suo aveva due cugini che lavoravano a Polesella presso un distributore di benzina. Il papà infatti, adottato da una famiglia di Polesella, visse in quel paese a lungo.

Fiduciosa, intuita l’importanza dell’informazione ricevuta, si portò in quel paese e parlò con i due signori addetti al servizio pompe di benzina.

Con tanta serenità e calma seppe raccontare bene la sua esperienza e non fu difficile proseguire nella conversazione dalla quale scaturirono tante altre domande con relative risposte.

Così Maria seppe che il papà Amedeo si chiamava Gozzati. I due signori, avendo capito il grande desiderio di Maria di incontrarsi col padre, la aiutarono fino in fondo. Telefonarono subito al cugino a Milano pregandolo di venire a Polesella perché dovevano dargli una notizia molto importante.

Incontrandosi con i cugini, il signor Amedeo fu così avvertito dell’esistenza di Maria, una giovane vestita di nero.

Il 6 Settembre 1970 ricevetti così una sua telefonata. Si presentò dicendomi chi era e che desiderava incontrarsi con Maria. Come consuetudine, prima di dare il consenso ad entrare nella nostra casa, volendo parlare della cosa a Maria, consigliai a quell’uomo di ritelefonare. Maria acconsentì ad incontrarlo e mi pregò di riferirgli questo suo desiderio.

L’indomani, ad una certa ora del pomeriggio, il signor Gozzati bussò alla nostra porta ed uno zio anziano che l’accompagnava preferì rimanere giù in macchina ad attendere.

Quando il padre entrò nella nostra piccola soffitta e poté vedere Maria, avanzò per buttarle le braccia al collo, ma subito Maria – che non voleva essere toccata – disse: “Aspetti”. Prontamente replicò il padre: “Ma tu sei mia figlia!” Maria rispose con un “sì” e quindi spiegò il motivo che l’aveva spinta a fare quel passo. Pur non ricordando le sue parole esatte, ricordo che egli evidenziò di aver fatto di iniziativa la sua ricerca per evitare che nella famiglia del papà Bolognesi ci fossero ancora malintesi e gelosie. Infatti Giuseppe Bolognesi era sempre dubbioso nei confronti della moglie: cosa avrebbe potuto pensare dell’interesse del signor Amedeo, ex fidanzato della moglie, che più volte era partito da Milano per recarsi a San Cassiano ? poteva forse credere che fosse spinto per davvero dal desiderio di incontrarsi con la figlia ? Maria, da persona saggia, rovesciò la situazione mettendosi lei stessa alla ricerca di quell’uomo. Da non sottovalutare che ella pensava di poter fare del bene anche all’anima di quel papà che l’aveva abbandonata ancora prima di nascere.

Durante questo primo incontro, durato circa un’ora, il padre chiese notizie a Maria sulla sua vita e sul suo vestito nero. Con tanta semplicità e senza mai ferire la dignità dell’ascoltatore con giudizi sulle proprie responsabilità, essa raccontò il suo passato di povertà, di fame, di miseria.

Con questa descrizione sobria, eppure tanto viva, il padre si sentì in colpa per averla trascurata per tanto tempo e di certo non poteva aver immaginato che Maria avesse potuto anche patire la fame per lunghi anni.

Dopo il primo incontro, ce ne fu presto un secondo che durò due giorni.

Il signor Gozzati dormiva in albergo, ma era nostro ospite per il pranzo e la cena. Fu così che in casa nostra si sentì molto male nel primo pomeriggio, dopo il pranzo delle ore 13.00. L’aver ritrovato la figlia dopo 44 anni, l’aver intuito la grandezza del suo cuore generoso e pronto sempre al perdono, l’aver compreso la debolezza e le mancanze del proprio stato, certamente tutto ciò non poteva non lasciare un segno. Si chiamò subito il dottore al quale Maria fece capire la natura e la causa di quel malessere. Il dottore, dopo aver esaminato il paziente, potà consigliare la cura adatta: gocce, punture e pastiglie per sostenere il cuore. Maria, paziente ed accorta, lo confortò e consigliò. Non volle che si mattesse in viaggio subito per Milano; a sera tardi egli ritornò in albergo e ripartì verso casa l’indomani mattina, dopo un breve saluto alla figlia. Da allora, ogni sabato, non più solo, il padre veniva a trovare la figlia perchà sentiva il bisogno di parlare con lei. In quelle occasoni, Maria lo mise anche al corrente della costruzione della casa nuova che doveva essere presto ultimata. Anche in occasione del Natale il padre volle essere vicino alla figlia e non mancò di farsi ritrarre con lei per avere una foto e tenersela vicina. In precedenza Maria aveva rifiutato di dare al padre una sua foto formato tessera spiegando bene il motivo di quel rifiuto: la sua sensibilità squisita non le permetteva di accettare alcuna forma di valorizzazione della propria persona.Durante questi incontri dimostrò la sua attenzione verso il padre interessandosi per fargli trovare la tomba di sua madre; il piccolo Amedeo, come tutti i suoi fratelli, era stato messo in brefotrofio da quella madre che, essendo nubile, non aveva avuto la possibilità di prendersi cura, sostentare ed allevare le proprie creature. Maria, pur non capendo l’attaccamento del padre verso la madre sconosciuta, non si tirò indietro davanti alle grosse difficoltà di quell’impresa. Il padre conosceva solo il nome della madre, Ada, e quello della provincia di Ferrara. Maria si rivolse ad un conoscente di Ferrara il quale, aiutato da un impiegato dell’ufficio anagrafe, potè esaudire quel desiderio. Il caso di una madre con 10 figli, tutti messi in brefotrofio per eventuali adozioni, era veramente raro, se non unico.

Per il signor Amedeo questo ritrovamento fu molto importante. Infatti, durante la prima visita al cimitero, sulla tomba della donna stava pregando un giovane. Maria, sempre vigile, intuendo la verità, volle dialogare con il giovane e seppe che costui era nipote della donna, figlio di un suo figlio. Ritrovata la madre, Amedeo in quello stesso giorno ebbe la gioia di conoscere l’indirizzo di altri tre fratelli e di una sorella che abitavano rispettivamente a Milano, Torino e in provincia di Ferrara. Inutile dire che i fratelli si ritrovarono e conobbero anche Maria, l’artefice di un incontro nato tutto dall’amore.

Si arrivò così al Luglio del 1971. In quel periodo, Maria ed io andammo ad abitare in Via Giovanni Tasso 49. Per difficoltà inerenti la causa in corso con i costruttori, fummo costrette a vivere nello scantinato, lasciando libera la soffitta di Via Mazzini, senza così l’impegno di dover pagare ogni mese un affitto che si faceva oneroso per il nostro bilancio.

Maria, stanca ed affaticata, faceva fatica a respirare e allora nel mese di Agosto si partì per Lastebasse, località montana in provincia di Vicenza, che era di nostro gradimento come riposo estivo fin da quando ci recammo la prima volta nel 1959. Maria non mancò di fermarsi a Velo d’Astico, per salutare una mamma che molti anni prima si era rivolta a Maria per chiedere aiuto e consiglio. Si trattava di una questione molto delicata: una deviazione morale del figlio che comportò, nel tempo, sentimenti sbagliati verso la madre e una profonda ferita nel suo cuore.

Maria capì subito che bisognava intervenire presso il figlio per sanare questa situazione ormai insostenibile e pericolosa. Molto sensibile e accorta, Maria invitò la madre a seguire la strada più diretta, più proficua e discreta per tutti. Invitò la donna a recarsi dal Vescovo della sua diocesi e di raccontargli, sotto confessione, tutto quello che aveva nel cuore. La donna, conoscendo la saggezza di Maria, non mancò di fare quanto le era stato consigliato. Da quell’incontro con il Vescovo il caso si risolse in modo rapido, con nuove scelte di vita per i protagonisti della vicenda. Ancora una volta si deve dire Maria ha dato testimonianza di saper lavorare nel silenzio per la conversione delle anime, ottenendo sempre, attraverso preghiere e sacrifici, quanto il suo cuore desiderava: la salvezza delle anime.

Riprendendo con la cronologia dei dati relativi alla vita di Maria, ricordo che durante la breve pausa estiva a Lastebasse, Maria ebbe uno svenimento in Chiesa. Era un preallarme: il suo cuore stanco, ferito da dolori, pene, sofferenze, amarezze e delusioni, non ce la faceva a sostenere tanti pesi. Il medico che la visitò capì che il suo cuore era molto affaticato, affaticato sì, ma ancora maggiormente colpito dalle preoccupazioni varie, tra le quali la contestazione relativa alla casa, i cui sigilli furono tolti solo l’anno successivo nel Maggio del 1972.

Nel Dicembre 1971 Maria fu colpita da grave infarto. Era a casa, stava lavorando per il presepio, iniziato con buon anticipo perché sentiva che le sue forze venivano meno. Quel giorno, ritornando a casa dalla scuola, io trovai Maria a letto. Stava molto male, aveva forti dolori allo sterno, era pallida e chiamava ripetutamente “mamma, mamma”. Chiamato il dottore, vista la gravità del caso, fu portata subito in ospedale a Rovigo e messo sotto il controllo del Prof. Cavazzuti. Fu in pericolo di vita per 22 giorni. Il giorno di Natale le fu riscontrata anche una pleure, così che il caso si presentò ancora più grave. Improvvisamente, però, nel giro di pochi giorni, cominciò a riprendersi dalla pleurite, guarendo bene. Inoltre, il 6 Gennaio 1972 fu dimessa dal reparto di cardiologia per fare la convalescenza a casa.

Il Prof. Cavazzuti aveva capito che Maria era una paziente obbediente e che sicuramente avrebbe continuato con molto scrupolo le sue cure anche a casa e che avrebbe seguito tutti i suoi consigli, sottoponendosi anche a dei controlli periodici in ospedale.

La Quaresima di quest’anno fu come al solito piena di grandi sofferenze.

Ricordo che durante la degenza ospedaliera ebbe diverse visite, anche di alcuni sacerdoti, tra i quali Don Giuseppe Peretto, Don Romano, Monsignor Balduin, Don Alberino, ciò anche a testimonianza di stima per la persona dell’ammalata.

Dopo la Pasqua la situazione generale del fisico di Maria peggiorò. Le cure prescritte per il cuore si rivelarono poco adatte. Su consiglio di un cardiologo di Monselice, venne ricoverata presso l’Ospedale Civile di quella città. Durante quella permanenza, durata fino al mese di giugno, fu definitivamente risolta la contestazione relativa alla casa, si ottenne il permesso di rifare i lavori (infissi, porte); poi, con l’aiuto del signor Gennari, falegname, fu sistemato tutto a tempo di record.

Maria, quando fu dimessa dall’ospedale di Monselice, potè entrare nel nuovo appartamento sito al 2° piano. In questo appartamento Maria visse fino alla morte.

Ma vorrei riprendere con la descrizione delle giornate di Maria all’ospedale di Monselice, ove fu ricoverata parecchie altre volte durante gli anni che vanno dal ’72 al ’79.

Ella fu sempre paziente, dolce, pronta a dare la sua parola di conforto agli ammalati che andava a visitare di camera in camera nel reparto medicina donne. Fatto curioso da sottolineare, è rappresentato da questi ammalati che, dopo averla conosciuta e dopo aver capito il calore e la generosità del suo cuore, non mancavano di contraccambiare restituendo in qualche modo la visita. Infatti, sentivano il bisogno di incontrarsi con lei, di vederla, di starle ancora vicino. Era facile così, alla sera, dopo la cena e le visite del madico, vedere questi ammalati portarsi nel massimo silenzio nella camera di Maria per darle un saluto e lei, pur sofferente, a essi, pure sofferenti, sapeva ancora infondere coraggio. Così diede testimonianza concreta e viva di una coerenza di vita che la spingeva, dimenticando se stessa, a donarsi senza sosta aglia altri, il suo prossimo, perché in esso – ripeto – vedeva Gesù.

Molte delle persone conosciute in ospedale non mancarono, col tempo, di fare visita a Maria nella sua casa di Rovigo per ritrovare nelle sue parole quel calore e quella serenità che, infondendo coraggio, permetteva loro di sperare e confidare nell’aiuto di Dio.

Maria rassicurava con il sorriso ed invitava tutti a pregare, a recitare il Santo Rosario, arma potentissima per ottenere da Dio le grazie di cui tutti abbiamo bisogno.

Durante uno dei suoi tanti ricoveri, ricordo ciò che Maria seppe e volle fare per aiutare una persona, un padre di famiglia in grosse difficoltà economiche. Costui, poichè rischiava il fallimento, aveva bisogno di trovare una grossa cifra: 30 milioni. Maria, che lo conosceva, con la generosità e l’altruismo che la contraddistinguevano, si diede subito da fare. Parlò a lungo con il Prof. Forattini perché le permettesse di uscire per 24-36 ore dall’ospedale: solo così era sicura di poter contattare alcune persone per ottenere un prestito con cui aiutare l’uomo in difficoltà. Il professore, allibito, dopo aver consultato altri medici, avendo compreso la grandezza di un gesto nobile e altruistico (di cui lui non sarebbe stato capace), si fidò ciecamente di Maria, mettendosi nelle mani di quella Provvidenza cui Maria faceva ricorso. E la Provvidenza intervenne im modo meraviglioso: la somma fu trovata, il fallimento evitato. Maria ritrovò immediatamente la salute. Al ritorno in ospedale, dopo il controllo, fu dimessa perché migliorata.

Sofferente di cuore, in questi lunghi anni, Maria potè dedicarsi con maggiore libertà alla pittura. Vorrei ricordare che il suo interesse per questa forma d’arte si manifestò improvvisamente nel 1968. Si comprò tutto l’occorrente e, dopo aver trasformato l’unica scopa di casa in cavalletto, si mise a dipingere con tanta naturalezza che sembrava avesse sempre coltivato quell’arte. Con facilità passava da un soggetto all’altro: nature morte, paesaggi, animali, fiori, volti di bambini, ecc. In ognuno di essi si rispecchiavano il suo entusiasmo e l’immenso amore per la vita e ciò era anche una testimonianza, una lode, un inno continuo al Dio Creatore che le permetteva di ritrarre le meraviglie del creato.

Arrivò a dipingere oltre quattromila quadri: spesso li vendeva ad amici che si sentivano orgogliosi e contenti di possederne uno, anche perché sapevano che il ricavato era devoluto ai bisognosi.Le giornate di Maria erano e furono ancora più una continua e silenziosa preghiera, senza ostentazione, e la nostra casa rispecchiava questa sua esigenza.Un giorno, un signor di San Vito al Tagliamento, che amava (lui stesso lo diceva) di immagini sacre per poterle continuamente pregare in ginocchio, si meravigliò moltissimo nel vedere appesi alle pareti i quadri di Maria e non di Santi. Maria brevemente rispose che bastava il Crocefisso dove si pranzava, un “Ecce Homo” e l’urna di Maria Bambina nella stanza da letto per esternare la propria fede, che doveva essere intima come Cristo insegnava.

Questo signore avrebbe desiderato anche recitare il Rosario con Maria e con me per poter dire ai suoi amici che aveva pregato con una creatura così particolare. Ella intuì il suo pensiero e, con gentilezza ma con fermezza, rifiutò l’invito.

Vorrei riprendere con la salute di Maria, ricordando che dopo il primo infarto, ritenuto gravissimo tanto che il Prof. Cavazzuti aveva dubitato si potesse salvare, ella dovette riguardarsi molto. Per questo motivo non potè realizzare il suo grande sogno, il convalescenziario; infatti, la prima ammalata fu proprio lei.

Davanti a me, tanti e tanti ricordi legati agli interventi di Maria, che mai volle trascurare chi aveva bisogno di aiuto.

Ricordeerò un episodio risalente al 1974. In Febbraio, ad una cugina di Maria era nata una bambina che subito presentò una grave occlusione intestinale. Portata d’urgenza a Padova, il professore confermò la diagnosi del collega di Rovigo. La piccola, riportata a Rovigo, fu tenuta due mesi in osservazione nel reparto pediatrico e, poichè tutto sembrava si fosse risolto per il meglio, fu rimandata a casa.

Pochi giorni dopo la bimba si aggravò, per cui si rese necessario un altro ricovero. Il quadro clinico era gravissimo: gastro-enterite e peritonite. Il medico, fatta la diagnosi, affermò che era troppo tardi per salvare la bambina. Comunque, visto il caso disperato, fu portata urgentemente a Padova perché fosse visitata dal Prof. Guielmi. Costui disse che bisognava tentare il tutto per tutto; erano necessari due interventi. Si decise di tentare il primo, molto più facile del secondo, pure se con pochissime speranze.

Il professore aggiunse anche che la convalescenza sarebbe stata lunga, difficile e penosa.

Maria fu subito avvisata ma, essendo inverno, non potè correre al capezzale della piccola come avrebbe desiderato. Con una serenità che sembrava stridere con l’angoscia degli altri, assicurò che con l’aiuto di Dio e con tante preghiere la bambina avrebbe superato la crisi. E infatti, dopo la prima operazione, migliorò con grande meraviglia dello stesso professore. Dopo un periodo di convalescenza, Elisa doveva subire il secondo e più difficile intervento, che lasciava poche speranze. Maria previde che l’operazione sarebbe stata estremamente difficile, ma mantenne la sua serenità perché era sicura dell’esito favorevole. L’operazione durò quattro ore e poi la bambine fu portata in sale di rianimazione. Alla sera, le fu trovata una ombra sul polmone, preoccupando ulteriormente il professore che già nutriva poche speranze di salvezza.

Al mattino però, quando la bambina fu visitata, l’ombra era completamente sparita, lasciando scossi tutti i medici. Guarì perfettamente e ancora adesso il Prof. Guielmi la ricorda e afferma che la bimba fu miracolata.

Un altro fatto che merita essere ricordato si riferisce a quanto accadde ad un figlio di un cugino di Maria. La sua famiglia era povera e numerosa e, per sollevare un po’ la situazione, Maria ed un’altra parente pensarono di far ospitare due dei figli in un collegio di Bologna. I genitori acconsentirono e i bambini si trovarono bene, frequentando con profitto le elementari.

Un giorno il più piccolo si graffiò ad una mano ed il Padre Superiore lo disinfettò senza dargli troppa importanza. Ma la ferita, pur essendo quasi invisibile, si infettò e incominciarono ad apparire i primi sintomi del tetano: i muscoli si irrigidirono e la pelle divenne scura. Il Padre Superiore, Padre Marella, impressionato, lo portò all’ospedale di Sant’Orsola a Bologna. Il medico di guardia fece subito la diagnosi: tetano in forma galoppante, senza alcuna speranza di salvezza.

Quando fummo avvisate per telefono della situazione, Maria ed io eravamo a Venezia e decidemmo di partire immediatamente anche se la famiglia che ci ospitava si opponeva per l’ora tarda e perché Maria non stava bene. Silenziosamente, Maria entrò nella sua stanza e alla presenza di tutti (perché non aveva fatto in tempo a chiudere la porta) si irrigidì, il sangue bagnò la sua fronte e un profumo dolcissimo riempì la casa. Quando tornò allo stato normale, con fermezza annunciò che doveva andare e nessuno ebbe il coraggio di contraddirla. Arrivammo a Bologna alla sera tardi e vegliammo il bambino che era in una stanza d’isolamento. Io rimasi fuori, Maria entrava ed usciva. I medici ci avevano detto che nei due giorni precedenti il bambino non aveva reagito alle cure e che prevedevano non esserci alcuna speranza.

Ma proprio quella notte, mentre Maria pregava in silenzio seduta accanto al lettino, il bambino incominciò a muovre le manine e il dottore, durante una delle sue visite notturne, apparve molto meravigliato. Ci fermammo anche il giorno seguente. Quando venne il professore, anche lui notò un forte miglioramento e, sempre stupito, affermò che se il bambino avesse continuato a migliorare, l’avrebbe considerato fuori pericolo. Dopo 25 giorni il bambino era già a casa. Da sottolineare che per guarire dal tetano, curato immediatamente, occorrono non meno di 40 giorni! Il professore confessò che nella sua lunga carriera era la prima volta che gli accadeva di vedere una guarigione così rapida e sorprendente.

Purtroppo la salute di Maria era sempre più cagionaevole e la sua vita era appesa ad un filo. I ricoveri in ospedale dal Prof. Forattini, cardiologo di Monselice, rano sempre più frequenti e invariabilmente poi le veniva ordinato riposo assoluto, tranquillità e nessuna emozione.

Ma questo non era possibile perché, fra tanta gente che l’amava, c’era sempre qualcuno che per cattiveria o ignoranza le faceva del male. Lei pre vedeva certe situazioni, perché era avvertita, ma egualmente ne soffriva essendo estremamente sensibile. Sapeva sempre però ritrovare forza e serenità con la preghiera.

Tra le grandi emozioni, da ricordare quella provata nel 1979 quando Maria ed io dovemmo comparire in Tribunale per una citazione di danni portata avanti dai fratelli di Rita Bassan. Fu questo per Maria un vero colpo, dal quale non si riebbe più anche se fummo assolte con formula piena.

Le forze vennero meno a tal punto che dovemmo rinunciare al soggiorno estivo a Pellestrina, l’isola i cui abitanti attendevano con ansia il nostro arrivo. Tra i nostri conoscenti è doveroso per me ricordare la famiglia del farmacista Dott. Zennaro, che ebbe modo di conoscere la grandezza morale, spirituale e la vita interiore di Maria nel corso di un decennio dal 1970.

L’ospitalità offertaci fu squisita. La famiglia tutta si strinse intorno a Maria, circondandola di attenzioni, di affetto e di riservatezza anche per le manifestazioni straordinarie che Iddio permise si verificassero in quella casa.

Dopo il fatto della citazione in tribunale, la mia apprensione per la salute di Maria si accentuò, temendo che il peggio potesse capitare anche all’improvviso.

Il 29 Gennaio 1980, alla sera, Maria stava dipingendo un quadro e si attardò perché voleva terminarlo. Finalmente si coricò, stanca ma soddisfatta e tutto sembrava calmo.

Verso le due della notte accese la luce ed io mi svegliai di soprassalto, temendo che fosse giunta l’ennesima crisi. Aveva il respiro affannoso e subito mi accorsi della gravità della situazione.

Con il cuore in gola chiamai il medico curante e la Croce Rossa nella speranza di fare ancora in tempo a salvarla, ma il cuore si aggravò sempre di più. Il dottore tentò invano di intervenire con iniezioni e massaggio cardiaco, ma tutto fu inutile.

Avvertii anche i miei fratelli e un fratello di lei, i quali arrivarono subito cercando di incoraggiarla, ma lei continuava a dire: “questa volta non ce la faccio”.

In quei tragici momenti, sola, non ebbi tempo e modo di andare a chiamare subito un sacerdote. Egli venne, purtroppo, quando Maria aveva già chiuso gli occhi per sempre.

Maria aveva tanto amato e offerto tantissime sue sofferenze per i sacerdoti, come le chiedeva Gesù, per la loro santità, ma spesso non era stata capita…

Assistendola nei suoi ultimi momenti, io, in silenzio, recitravo le preghiere dei morenti.

Maria, mentre lentamente si spegneva, continuava a dirmi di scusarla, di perdonarla, ed io solo più tardi capii che diceva così perché mi doveva lasciare sola.

Come era sensibile la sua anima, anche esalando l’ultimo respiro!

E si spense serenamente, come era vissuta, il 30 Gennaio 1980.

Zoe Mantovani